Politica Italiana

Referendum, Mastella spiega il suo No: “La riforma è una rivincita. I problemi della giustizia sono altri”

“Quando una riforma della giustizia nasce dentro uno scontro storico tra politica e magistratura, il rischio è che venga percepita come una rivincita, non come una riforma nell’interesse generale”. Lo afferma Clemente Mastella in una intervista al Domani d’Italia, spiegando il proprio No al referendum sulla giustizia. L’ex ministro della GIustizia del secondo governo Prodi dice di “capire la sorpresa” di fronte al suo “no” dopo la sua vicenda giudiziaria.

“Ma proprio la mia esperienza personale mi porta a questa scelta. Se fosse dipeso solo dall’azione di alcuni pubblici ministeri, probabilmente la mia vicenda avrebbe avuto un esito ben diverso. Invece il sistema, così com’è, ha funzionato. C’è già una distinzione tra chi accusa e chi giudica. Nel mio caso, la funzione giudicante ha ristabilito equilibrio. Questo dimostra che la separazione delle funzioni esiste già nella pratica”.

Non c’è dunque una necessità di formalizzare la separazione delle carriere in Costituzione: “il problema della giustizia italiana non è questo. Il vero nodo è la durata dei processi. Io ho impiegato undici anni per uscire completamente dalla mia vicenda giudiziaria. È questo che interessa ai cittadini: entrare in un processo e non restare intrappolati in un labirinto infinito. La riforma non mette mano a questo aspetto fondamentale”.

Mastella respinge l’affermazione che la separazione delle carriere fosse nei programmi del centrodestra: “Per quanto mi riguarda, no. Ho fatto parte del governo Prodi e posso dire che non è mai stata una priorità né un punto della nostra azione di governo. Storicamente è una battaglia del centrodestra. Io vedo una continuità. Antonio Tajani ha parlato del “sogno di Berlusconi”. E in effetti la separazione delle carriere è stata per anni una bandiera del centrodestra, soprattutto di Silvio Berlusconi. Non è un mistero. È una scelta politica legittima, ma è giusto dirlo con chiarezza”.

Inoltre “il rischio c’è” per l’autonomia della magistratura: “con due Csm distinti, ciascuno difenderebbe la propria categoria. Inoltre i membri laici, scelti dal Parlamento, avrebbero un peso decisivo. È inevitabile che, aumentando il peso dei laici, cresca l’influenza del potere politico. E io non voglio una magistratura sotto il governo, né direttamente né indirettamente”.

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Gianluca Pace