Referendum della Giustizia: cosa cambia, il nodo del Csm e lo scontro politico tra sì e no (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Dopo mesi di confronto politico e istituzionale, domenica 22 e lunedì 23 marzo gli elettori italiani sono chiamati a esprimersi su una riforma della Giustizia che punta a modificare in modo significativo l’assetto della magistratura. Al centro del provvedimento c’è la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, accompagnata da modifiche a diversi articoli della Costituzione.
La riforma prevede, tra le novità principali, la creazione di due distinti Consigli superiori della magistratura, uno dedicato ai giudici e uno ai pubblici ministeri, oltre all’istituzione di un’Alta corte disciplinare. Un altro elemento chiave è l’introduzione di un meccanismo di sorteggio per selezionare parte dei componenti degli organi di autogoverno, con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso delle correnti interne.
Il Consiglio superiore della magistratura è l’organo che gestisce le carriere dei magistrati, occupandosi di assunzioni, trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari, come stabilito dall’articolo 104 della Costituzione.
Attualmente ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione, mentre gli altri membri vengono eletti per due terzi dai magistrati e per un terzo dal Parlamento in seduta comune, scegliendo tra professori universitari di materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esperienza.
La riforma introduce un cambiamento rilevante proprio su questo punto, prevedendo il ricorso al sorteggio per individuare alcuni componenti, modificando così l’equilibrio attuale e il rapporto tra magistratura e politica.
Il dibattito politico è fortemente polarizzato. I partiti di governo e il centrodestra sostengono il “Sì”, mentre le opposizioni si schierano prevalentemente per il “No”, con alcune eccezioni. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ritiene che la riforma contribuirà a liberare la magistratura da influenze politiche e correntizie “ideologizzate”, grazie anche al sorteggio dei membri dei Csm, che saranno così composti “da persone che non hanno dovuto chiedere il voto a chi devono poi promuovere o meno, e che non sono state scelte dai partiti”.
Di opinione opposta la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, secondo cui l’obiettivo del governo è “spaccare il Csm in tre, per indebolire l’indipendenza della magistratura”. A suo avviso, la riforma non affronta i problemi concreti della giustizia, come la durata dei processi o la carenza di personale.
Anche Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, sostiene che “la separazione delle carriere è già nei fatti” e definisce il progetto “la verità, evidenzia, “è che è un progetto che nasce da un’onda lunga, quello della politica che non accetta il controllo di legalità. Questa è una riforma truffa”.
Tra i sostenitori della riforma, il vicepremier Antonio Tajani la considera parte della “rivoluzione liberale” avviata da Silvio Berlusconi, sottolineando che renderà il sistema più moderno. A suo avviso, la commistione tra magistrati “d’accusa e giudicanti “dà troppo spazio alla politica. Tutto il Csm è eletto in base alle correnti, che sono emanazioni dei partiti. Da qui il sorteggio, un istituto che esiste già nel nostro Paese””.
Anche Matteo Salvini insiste sull’importanza della nuova Corte disciplinare, spiegando che “sanziona i magistrati che, sbagliando, rovinano la vita a migliaia di italiani, riguarda tutti, non riguarda la politica e la magistratura”.
Sul fronte opposto, Nicola Fratoianni avverte che la riforma potrebbe minare l’indipendenza della magistratura: “Dicono che da nessuna parte è scritto che la magistratura non sarà più indipendente”, ma l’esperienza dei regimi dimostra che “quando vuoi colpire l’indipendenza della magistratura non lo scrivi, lo fai”. Una posizione condivisa da Angelo Bonelli, secondo cui “è in gioco la difesa della Costituzione”.
Non mancano posizioni più sfumate. Carlo Calenda, leader di Azione, sostiene la riforma affermando che “C’è una connivenza oggi tra magistratura e politica che è evidente e questa riforma aiuta a spezzare questo legame”.
Diversa la linea di Matteo Renzi, che invita alla partecipazione senza schierarsi: “Non voglio personalizzare. Ho l’impressione che il referendum sia un po’ sovrastimato, da entrambi gli schieramenti. Il mio suggerimento è informatevi e andate a votare. Io lascio libertà di voto”.
Anche Riccardo Magi esprime perplessità: “Personalmente ho sostenuto pubblicamente il sì, ma ho dubbi profondi, nel merito e nel metodo, perché questa riforma è pasticciata e sicuramente richiederà un nuovo intervento del Parlamento. E poi il governo l’ha già smentita con i fatti, essendo uno dei governi più illiberali e antigarantisti della storia del Paese”.
Favorevole invece Maurizio Lupi, che sottolinea: “Questa non è una riforma di centrodestra o di centrosinistra: è una riforma di buon senso. E ha un obiettivo chiaro: garantire ai cittadini un giudice davvero terzo”.
Il dibattito si è esteso anche agli esperti. Durante “Il Confronto” su Sky TG24 si sono confrontati il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il costituzionalista Enrico Grosso. Secondo Grosso, “si vuole cambiare l’equilibrio tra i poteri, si vuole introdurre un maggior condizionamento della magistratura nei confronti della politica”, evidenziando anche che la riforma “è stata approvata con un ddl che non è stato possibile discutere”.
Di parere opposto Nordio, convinto che con la riforma “la magistratura resterà più forte e più autonoma, ma vi sarà un allineamento dell’Italia alle grandi democrazie occidentali: i magistrati che faranno errori gravi saranno giudicati non da altri magistrati eletti da loro, ma da altri magistrati che però saranno terzi e imparziali”.