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Diabete 1, la Commissione Europea approva Teplizumab, primo farmaco che ritarda l’esordio della malattia

La Commissione Europea ha approvato teplizumab, il primo trattamento autorizzato in grado di ritardare l’insorgenza della fase clinica del diabete di tipo 1, intervenendo prima della comparsa dei sintomi e della necessità di terapia insulinica.

Si tratta di una svolta rilevante non solo sul piano terapeutico, ma anche culturale e sanitario: per la prima volta il diabete di tipo 1 viene affrontato nella sua fase preclinica, con l’obiettivo di modificarne la storia naturale.

Un cambio di paradigma nella cura del diabete autoimmune

Fino a oggi, il trattamento del diabete di tipo 1 si è concentrato quasi esclusivamente sulla gestione dell’iperglicemia una volta che la malattia si è già manifestata. L’approvazione di teplizumab introduce un concetto nuovo: intervenire prima, quando il processo autoimmune è già in atto ma non ha ancora prodotto i sintomi clinici.

Questo approccio rappresenta un cambio importante nella diabetologia. Ritardare l’esordio della malattia significa guadagnare tempo prezioso, soprattutto nei bambini e negli adolescenti, riducendo l’impatto fisico, psicologico e sociale legato all’inizio della terapia insulinica quotidiana.

A chi è destinato teplizumab

Scienziati impegnati in ricerca sul diabete di tipo 1, con approcci immunologici e sperimentali.

L’autorizzazione europea riguarda pazienti adulti e pediatrici a partire dagli 8 anni di età con diagnosi di diabete di tipo 1 in stadio 2, una fase preclinica caratterizzata dalla presenza di autoanticorpi specifici e da alterazioni della glicemia, ma senza sintomi evidenti.

È proprio in questa fase che il trattamento può esercitare il massimo beneficio, rallentando la progressione verso lo stadio clinico conclamato.

Le fasi del diabete di tipo 1: perché intervenire prima è decisivo

Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune progressiva in cui il sistema immunitario attacca le cellule beta del pancreas, responsabili della produzione di insulina. La sua evoluzione avviene in più fasi.

Nelle fasi iniziali, la malattia è silenziosa: il danno alle cellule beta è già in corso, ma la glicemia può essere ancora normale o solo lievemente alterata. È proprio questa finestra temporale che oggi diventa terapeuticamente rilevante.

Quando si arriva alla fase clinica, la perdita di funzione pancreatica è ormai significativa e la terapia insulinica diventa indispensabile. Teplizumab mira a ritardare questo passaggio, senza sostituire l’insulina, ma posticipandone l’utilizzo.

Come agisce teplizumab

Teplizumab è un anticorpo monoclonale anti-CD3 che agisce modulando l’attività dei linfociti T, cellule chiave nel processo autoimmune che porta alla distruzione delle cellule beta pancreatiche.

Attraverso questa modulazione, il farmaco riduce l’aggressione immunitaria, rallentando la perdita della funzione pancreatica residua. Il trattamento viene somministrato tramite infusione endovenosa per 14 giorni consecutivi, sotto stretto controllo medico.

I dati clinici

L’approvazione europea si basa principalmente sui risultati di uno studio clinico controllato che ha coinvolto pazienti con diabete di tipo 1 in stadio 2. I dati hanno mostrato un ritardo significativo nell’esordio della fase clinica nei soggetti trattati rispetto al placebo.

In media, il tempo di progressione verso il diabete clinico è risultato quasi raddoppiato, con una riduzione rilevante del numero di pazienti che sviluppano la malattia sintomatica nel periodo di osservazione. Questi risultati hanno aperto la strada a un nuovo modo di concepire la prevenzione nel diabete autoimmune.

Il profilo di sicurezza di teplizumab è coerente con il suo meccanismo immunomodulante. Gli effetti indesiderati osservati più frequentemente includono alterazioni transitorie dei globuli bianchi, rash cutanei e sintomi simil-influenzali.

Proprio per la sua azione sul sistema immunitario, la somministrazione deve avvenire in contesti specialistici, con un attento monitoraggio clinico e laboratoristico.

Cosa cambia per i pazienti

In Europa si stima che oltre 2 milioni di persone convivano con il diabete di tipo 1, una condizione che comporta un carico significativo in termini di assistenza sanitaria, qualità della vita e costi sociali.

Ritardare l’esordio della malattia significa non solo posticipare la necessità di insulina, ma anche ridurre lo stress emotivo legato alla diagnosi, in particolare nei pazienti più giovani e nelle loro famiglie. Nel lungo periodo, questo approccio potrebbe contribuire anche a una migliore gestione delle risorse sanitarie.

Accesso al farmaco e cosa ci si aspetta in Italia

Con l’autorizzazione della Commissione Europea, si apre ora la fase nazionale di valutazione per prezzo, rimborso e modalità di accesso. In Italia, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) dovrà definire i tempi e le condizioni per l’immissione in commercio.

Negli ultimi anni, teplizumab è stato già utilizzato in programmi di uso compassionevole, in particolare in ambito pediatrico. Resta ora da chiarire quando e come il trattamento potrà essere reso disponibile su larga scala e se sarà rimborsabile dal Servizio Sanitario Nazionale.

Published by
Claudia Montanari