Blitz quotidiano
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Londra, 350 anni fa incendio che distrusse 13mila case: “Fu colpa dei francesi”

LONDRA – L’estate del 1666, a Londra era stata calda e secca con il numero di morti a causa della peste in continuo aumento. Quell’estate fu però sconvolta dall’incendio che colpì la City esattamente 350 anni fa. Il 2 settembre 1666 iniziò infatti il grande incendio, uno degli eventi più drammatici della storia della Gran Bretagna la cui responsabilità, secondo molti inglesi, era da attribuire alle spie francesi e si vendicavano selvaggiamente su ogni straniero catturato.

Il Daily Mail ha riportato una ricostruzione di quei giorni terribili – dal 2 al 5 settembre –  in cui furono distrutte circa 13.000 case e ci furono 65.000 sfollati.  Il 1 settembre, a Pudding Lane, vicino al Tamigi, a est del London Bridge, Thomas Farriner verso le otto chiuse la sua panetteria e andò a dormire lasciando acceso il forno così da trovarlo pronto per la mattina successiva. Verso mezzanotte, la figlia Hanna, 23 anni, dette un ultimo sguardo alla casa, controllò la panetteria ma non notò nulla di strano.
Il 2 settembre, il domestico di casa Farriner, che dormiva al piano terra, si svegliò tossendo, si sentiva soffocare: la stanza era piena di fumo. Svegliò la famiglia del panettiere, che dormiva al piano di sopra insieme alla cameriera ma quest’ultima era già morta, mentre gli altri tre riuscirono a salvarsi.
Le urla di Farriner risvegliarono i vicini, cercarono di spegnere l’incendio ma nonostante gli sforzi, le fiamme iniziarono a diffondersi e alcuni agenti, pensarono di chiedere il permesso al sindaco di abbattere gli edifici vicini per contenerle.
Sir Thomas Bludworth, sindaco di Londra, sembrava fosse infastidito per essere stato svegliato, affermò che non poteva abbattere le case senza permesso dei proprietari e che, in ogni caso, l’incendio poteva essere gestito: una donna avrebbe potuto domarlo con una pisciata.
A nulla invece servì l’intervento dei pompieri: le fiamme si propagarono rapidamente, le temperature raggiunsero i 3000 gradi Fahrenheit, come dimostrarono alcuni reperti ritrovati sul posto.
Intanto, a Seething Lane, vicino alla Torre di Londra distante circa 400 metri da Pudding Lane, dalla casa di Samuel e Elizabeth Pepys, si iniziavano a intravedere i primi bagliori: pensarono fosse abbastanza lontano e tornarono a dormire. Al risveglio sembrava che l’incendio fosse spento ma presto seppero che erano andate distrutte 300 case e era ancora acceso.
Scese in strada e rimase sconvolto: non solo era ancora attivo ma stavano andando a fuoco le due chiese all’ingresso del London Bridge, i magazzini di Thames Street. Pepys che era stato al servizio dell’Admiralty, prese una barca per raggiungere Whitehall e informare il re Carlo II e suo fratello, James, il duca di York.
Gli fu ordinato di istruire il sindaco Bludworth per avviare la demolizione degli edifici così da limitare la diffusione delle fiamme.
Ma a Londra, intanto, si diffondeva anche la voce che l’incendio non fosse un incidente ma un attacco di nemici stranieri, probabilmente spie francesi: testimonianze dell’epoca raccontano, a questo proposito, di attacchi brutali.
Nel primo pomeriggio del 2 settembre, il fuoco aveva distrutto 1.000 abitazioni, aziende, nove chiese, vicoli, moli, sei capannoni della Livery Company.
Il fuoco divampò incontrollato per altri tre giorni: i negozi erano distrutti o chiusi, c’era carenza di cibo e bevande ma continuavano gli assalti a persone che si pensava fossero spie straniere.
All’improvviso le fiamme si fermarono ma ripresero a divampare a Westminster: la cattedrale di St. Paul era andata distrutta. Ma il peggio era ormai passato.
Carlo II tenne un discorso alla folla, assicurando che l’incendio era stato causato da un incidente e non da un complotto straniero.
Il 6 settembre, iniziò il disastroso bilancio: distrutte 13.500 case, 87 chiese, 44 Company Halls, tre porte della città, le prigioni, il Royal Exchange, Custom House e la Cattedrale di St. Paul. e tutte le case che fiancheggiavano il ponte.
Le perdite umane registrate, sono incredibilmente basse: meno di dieci persone identificate.  Un dato sottostimato senza dubbio, alcuni corpi erano stati bruciati, altre persone disperse: le perdite erano difficili da quantificare ma chi rimase in vita restò traumatizzato. A Elizabeth Pepys caddero i capelli, aveva incubi ricorrenti, il marito Samuel soffrì di mal di testa e dolori allo stomaco. E queste furono tra le persone che nell’incendio persero poco o niente.