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Vilipendio. Da Einaudi a Napolitano, da Guareschi a Grillo: neverending story del reato di

Vilipendio. Da Einaudi a Napolitano, da Guareschi a Grillo: neverending story del reato di “lesa maestà”

17 maggio 2013 15:57

Il reato di vilipendio è una delle non poche eredità del fascismo sopravvissute fino ad oggi. Introdotto dal Codice Rocco nel 1930, doveva essere abrogato con la Costituzione perché contrario alla libera manifestazione del pensiero, difficile da determinare e interamente sovrapponibile al reato di diffamazione. Così non avvenne allora e non è avvenuto in quasi 70 anni di vita repubblicana. L’abolizione del reato di vilipendio era una delle battaglie del Pci. Singolare che ora sia proprio un uomo che viene da quella storia, Giorgio Napolitano, a nicchiare di fronte all’ipotesi di abrogare quel reato. La querelle giuridica è tornata d’attualità dopo che 22 simpatizzanti del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo sono stati messi sotto inchiesta dalla Procura di Nocera Inferiore, per “offesa all’onore e al prestigio del Presidente della Repubblica”, dopo che avevano commentato con frasi ingiuriose all’indirizzo di Napolitano un post sul blog di Grillo nel quale il comico genovese aveva a sua volta definito “una salma” l’attuale presidente. Così per il reato prosegue una lunga storia che, come racconta Filippo Ceccarelli su Repubblica, era iniziata con Giovannino Guareschi, il creatore di Don Camillo e Peppone, che resta, rara avis fra i giornalisti, fra i pochi ad aver affrontato il carcere per diffamazione

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