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Lucia Uva assolta diffamazione: “Scuse a divisa no agenti”

VARESE – Da parte lesa a imputata: Lucia Uva, sorella di Giuseppe, a pochi giorni dalla sentenza di assoluzione di due carabinieri e sei poliziotti per la morte del fratello, è tornata dinanzi ai giudici di Varese. Questa volta però le accuse erano rivolte contro di lei, imputata per diffamazione aggravata. La donna era accusata di aver diffamato carabinieri e poliziotti per alcune frasi scritte sulla sua pagina Facebook e dichiarazioni rilasciate al programma televisivo Le Iene. Anche lei, come loro, è stata assolta “perché il fatto non costituisce reato”.

Chiedo scusa alle divise, che ho sempre rispettato, non agli uomini“, ha detto la donna assolta. “So di avere sbagliato, di avere detto delle cose troppo forti in un momento di sconforto ma non sono felice per questa assoluzione – ha proseguito – dopo otto anni lo Stato non mi ha ancora detto perché Giuseppe è morto e continuerò a chiedere la verità”.

Al centro del processo alcune frasi mandate in onda nell’ottobre 2011 in un servizio delle Iene, altre scritte su Fb e un’intervista del documentario “Nei secoli fedele”. Il pm di Varese aveva chiesto un anno e due mesi di carcere. Ma il giudice monocratico di Varese Cristina Marzagalli ha accolto la richiesta di assoluzione avanzata dal difensore di Lucia Uva, l’avvocato Fabio Ambrosetti. Il processo è scaturito da una querela presentata in passato dai due carabinieri e dai sei poliziotti che venerdì scorso sono stati assolti dall’accusa di omicidio preterintenzionale nel processo con al centro la morte di Giuseppe Uva.

Nel documentario “Nei secoli fedele-Il caso Giuseppe Uva” la sorella dell’uomo, secondo l’accusa, affermava “in più passaggi che i querelanti avevano ripetutamente colpito con violenza Giuseppe Uva cagionandogli lesioni”. Su Facebook aveva inoltre definito “delinquenti” e “assassini” i carabinieri e i poliziotti che intervennero quella notte. Infine, intervistata da un inviato della trasmissione di Italia 1, aveva fatto riferimento a botte e a una presunta violenza subita dal fratello in caserma.

L’ex giornalista de Le iene, Maurizio Casciari e l’ex direttore di Italia 1, Luca Tiraboschi, come Lucia Uva accusati di diffamazione, era stati prosciolti dal gup di Varese nel novembre 2014. La donna, invece, aveva chiesto il rito immediato, scegliendo di farsi processare saltando l’udienza preliminare.

Il pm, nel corso della sua requisitoria, aveva sottolineato che l’ipotesi di uno stupro è “frutto di una congettura non supportata da alcun elemento di riscontro oggettivo” contenuto nelle perizie e negli atti disponibili all’epoca dell’intervista.

Inoltre, secondo il pm, “non vi era alcun elemento per consentire all’imputata di affermare con certezza la sussistenza di botte o violenze perpetrate nella caserma” che, anche in questo caso, erano una “mera congettura”. Nelle interviste e su Facebook, quindi, “sono stati affermati come veri fatti non desumibili da dati processuali per additare poliziotti e carabinieri, a distanza di anni, come stupratori e barbari picchiatori di persone indifese”.

Gli stessi carabinieri e poliziotti, costituitisi parti civili nel processo, avevano chiesto pure un risarcimento di alcune migliaia di euro. “Prendiamo atto della decisione del giudice – ha detto il loro avvocato Fabio Schembri – ci auguriamo che in futuro, dopo l’assoluzione di carabinieri e poliziotti, vengano moderati i toni. Non tollereremo più che vengano reiterati gli attacchi e le offese infamanti”.

Giuseppe Uva, gruista di 43 anni, è morto la mattina del 14 giugno del 2008 in ospedale dopo essere stato portato nella caserma dei carabinieri di Varese perché con un amico, Alberto Biggiogero, entrambi ubriachi, stavano spostando delle transenne per il traffico. I famigliari di Uva hanno sempre sostenuto che l’uomo fosse morto a causa delle percosse subite ma dalle consulenze mediche era risultato che l’uomo era morto a causa di una patologia cardiaca e dallo stress dovuto dalla concitazione di quei momenti.

Venerdì l’assoluzione da parte dei giudici della Corte d’assise di Varese dei componenti delle forze dell’ordine come chiesto dal procuratore, Daniela Borgonovo, secondo la quale “non ci fu un pestaggio di Giuseppe Uva”, perché “i testimoni che avevano raccontato di percosse o hanno ritrattato, o sono stati smentiti dai fatti”. Il procuratore non aveva lesinato critiche ai precedenti inquirenti il cui lavoro era stato caratterizzato da “omissioni e anomalie”, come la mancata, tempestiva iscrizione nel Registro degli indagati degli imputati (iscritti nel 2013), mentre la sovraesposizione aveva spostato il processo “da un piano tecnico a uno mediatico”.

Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto dopo essere stato arrestato nel 2009 ha definito “terribile” la sentenza sul caso Uva.