Cronaca Italia

Modena, vita da nababbo esibita su Facebook: Gdf scopre associazione a delinquere

Modena, vita da nababbo esibita su Facebook: Gdf scopre associazione a delinquere

Modena, vita da nababbo esibita su Facebook: Gdf scopre associazione a delinquere

MODENA – Una vita da ‘nababbo’, ostentata su Facebook, ha insospettito la Guardia di Finanza di Modena che ha avviato accertamenti su un 55enne di Reggio Emilia, Luigi Predieri, portando alla luce l’esistenza di un’ associazione a delinquere specializzata nell’acquisizione di realtà imprenditoriali a livello locale e nazionale in stato di dissesto e nella successiva distrazione del patrimonio a danno dei creditori.

L’uomo frequentava rinomati locali della movida milanese accompagnato da donne dello spettacolo, ma questo tenore di vita era ben al di sopra delle sue disponibilità. Questa mattina, giovedì 6 luglio, i finanzieri modenesi hanno eseguito 12 ordinanze di misure cautelari nei confronti di Luigi Predieri, portato in carcere, e dei suoi più stretti collaboratori – tra i quali Romano Michele, 70enne di Casalecchio di Reno (Bologna), Maria Vittoria Provvisionato, 50enne di Nonantola (Modena), Silvano Cilloni, 75enne di Casina (Reggio Emilia) – destinatari della misura degli arresti domiciliari col divieto temporaneo di assumere cariche societarie. Effettuate anche 15 perquisizioni in diverse province del nord Italia.

Il provvedimento, disposto dal Gip del Tribunale di Modena su richiesta del Procuratore di Modena, Lucia Musti, e del sostituto dal Marco Imperato, è scattato dopo un’indagine durata un anno, che vede indagati a vario titolo tredici persone. E’ emerso un quadro allarmante, per la capacità dimostrata dall’associazione di penetrare il sano tessuto economico nazionale tramite l’acquisizione di diversificate attività lecite operanti, principalmente, nel settore della telefonia e all’hi-tech, impiegate per il riciclaggio del denaro derivante dalle bancarotte fraudolente di imprese attive nei più svariati settori.

Particolarmente remunerativo, infatti, si è dimostrato uno degli schemi illeciti maggiormente impiegato, ovvero il sistematico fallimento di società tramite le quali gli indagati hanno ottenuto crediti commerciali e finanziamenti bancari, utilizzati anche per l’acquisto di macchinari e know-how che venivano poi ceduti, a prezzi irrisori, ad imprese riconducibili a soggetti compiacenti e compartecipi dei reati.

Nel Modenese, ad esempio, sono state individuate due società di cui L.P., attraverso il ricorso al massiccio uso di fatture per operazioni inesistenti e cessioni simulate, è riuscito a distrarre l’intero patrimonio. In più, mediante la presentazione di bilanci artefatti predisposti dal suo contabile di fiducia, è riuscito ad ottenere rilevanti risorse dal sistema creditizio, anch’esse impiegate per scopi estranei all’impresa.

La gestione spregiudicata di L.P. ha determinato il fallimento di entrambe le società modenesi oggetto di investigazione, con pesantissimi passivi per un ammontare complessivo vicino ai 100 milioni, di cui gran parte vantati dallo Stato a titolo di imposte evase. L.P. aveva fissato formalmente la propria residenza in Portogallo, giurisdizione nella quale aveva anche provveduto a trasferire le aziende, utilizzate come bancomat per i suoi interessi personali.

Attraverso i medesimi schemi illeciti, l’articolata associazione a delinquere ramificata in diverse regioni italiane, era riuscita, nel tempo, ad accumulare ingenti disponibilità finanziarie e diversi beni di lusso, tra cui immobili di pregio e autovetture di grossa cilindrata, intestate a società di comodo o a prestanome per sfuggire ai controlli. Sono otto in totale le misure interdittive nei confronti dei vari prestanome, finalizzate ad interrompere le condotte criminali ed evitare la reiterazione dei reati contestati, cui è stata data concreta esecuzione nella mattinata di oggi, contestualmente a 5 perquisizioni, eseguite tra le province di Modena, Reggio Emilia, Bologna e Milano, che hanno visto impiegati 60 militari e l’unità cinofila “antivaluta” (i cosiddetti “cash dog”) del primo Gruppo di Bologna, utilizzato per la ricerca di contanti occultati dal principale indagato.

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