Economia

Tap e non solo… sono 342 le opere bloccate da proteste

Tap e non solo... sono 342 le opere bloccate da proteste

Tap e non solo… sono 342 le opere bloccate da proteste

ROMA – Tap e non solo…sono 342 le opere bloccate da proteste. Dalla Tav ai termovalorizzatori, dalle trivelle al Tap, il progetto di gasdotto che ha provocato gli scontri in Puglia di questi giorni. Sono state negli ultimi anni moltissime le proteste di comitati di cittadini soprattutto in campo ambientale. Spesso sfociate in violenze e scontri con le forze dell’ordine.

Secondo i risultati dell’ultima edizione del rapporto Nimby (dove la sigla sta per ‘Not In My Back Yard’, non nel mio cortile) in Italia sono oltre trecento le infrastrutture e gli impianti oggetto di contestazioni. A sollevare le maggiori opposizioni sono soprattutto i progetti energetici (196 casi), poi la gestione dei rifiuti (130 tra discariche e termovalorizzatori), quindi le infrastrutture (strade e ferrovie).

Il rapporto del Nimby Forum: 342 opere ferme per le proteste. Gli impianti oggetto di contestazione nel 2015 sono stati 342, in lieve flessione (-3,5%) sul 2014, ma per quanto attiene le ‘new entries’, e cioè gli impianti che per la prima volta compaiono nel censimento Nimby Forum, si registra un picco di nuovi focolai di contestazione con un 111 unità censite rispetto alle 91 del 2014 (+22%).

Peraltro, segnala il rapporto, “il calo riscontrato è del tutto risibile”, perché probabilmente ascrivibile “al progressivo abbandono dei progetti da parte delle imprese proponenti, che dirottano investimenti e risorse verso altre iniziative industriali, spesso fuori dai confini italiani”. Abbandoni fra l’altro costosi, perché, come nel caso della multinazionale britannica Rockhopper, l’impossibilità di sfruttare il giacimento di Ombrina Mare, in Abruzzo, di cui era titolare, è il presupposto inevitabile per richieste di risarcimenti da milioni di dollari.

I progetti più osteggiati sono la Tap (Trans adriatic pipeline) che dovrebbe portare il gas dal Caucaso alla Puglia, la Tav Torino-Lione, la rete ad alta tensione in Val Formazza (Verbano Cusio Ossola) per l’interconnessione con la Svizzera, l’impianto di co-incenerimento di rifiuti non pericolosi Terni Biomassa, la ricerca per idrocarburi liquidi e gassosi denominato “Monte Cavallo” di Shell Italia tra Campania e Basilicata.

Manifestazioni negli ultimi anni si sono registrate a Roma contro la discarica progettata all’Ardeatina o all’Ortaccio; a Napoli contro le condizioni di quella di Chiaiano, alle porte di Napoli; in Calabria per fermare i rifiuti a Pianopoli (Catanzaro); a Scanzano Jonico (Matera) contro la localizzazione in Basilicata del sito nazionale per i rifiuti nucleari. Sono gli ambientalisti e i comitati di cittadini locali ad animare le proteste.

Da “non nel mio cortile” a “non nel mio mandato”. L’eccezionale resistenza italiana alla costruzione di nuove opere di interesse pubblico non va ascritta solo alla ostilità dei residenti, spesso spalleggiati dalle associazioni ambientaliste, i sindacati, i sindaci e i politici preoccupati di non essere eletti. C’entra, nel caso italiano, anche una certa mancanza di coraggio e assunzione di responsabilità da parte dei decisori politici.

Un primato tutto italiano frutto di «lungaggini buracratiche, complicazioni politiche e un uso distorto delle informazioni, con una critica che raramente è costruttiva» spiega Alessandro Beulcke, presidente dell’Osservatorio Nimby. Il risultato di questo mix è che la politica spesso sceglie, soprattutto sui territori, di «assecondare la protesta. Mentre sulle opere strategiche dovrebbe decidere solamente il governo centrale. Il caso Tap è emblematico e oltretutto si parla di lavori di una banalità ingegneristica sconvolgente. Dall’effetto Nimby – sottolinea Alessandro Belcke – si sta passato al Nimto: not in my terms of office, non nel mio mandato». (Carlo Andrea Finotto, Il Sole 24 Ore)

 

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