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Hiroshima, l’ultima vittima, Claude Eatherly, il pilota che sganciò la bomba, scrisse al filosofo Günther Anders

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Claude Eatherly era un ragazzo texano di ventisette anni nel 1945. Pilota di aerei e meteorologo si trovò improvvisamente di fronte ad un evento che avrebbe squassato la sua esistenza. Il 6 agosto di quell’anno, a guerra praticamente finita, si assunse la responsabilità di ordinare lo sgancio della bomba atomica su Hiroshima. “Little Boy”, imbarcata su Enola Gay, fece il suo dovere, secondo i comandi americani e rase al suolo la città giapponese. All’istante morirono settantamila persone; altrettante perirono per effetto delle radiazioni e delle ustioni nei giorni successivi; gli esiti postumi, permanenti e transitori, sui sopravvissuti furono devastanti e si prolungarono per decenni.

Tre giorni dopo lo scenario si ripeté: agli americani non bastava aver piegato il Giappone, volevano proprio annientarlo. E, con le stesse modalità, venne scatenato l’inferno su Nagasaki. La seconda atomica, chiamata “Fat man”, fece trentanovemila vittime disintegrate all’istante e altre venticinquemila nelle settimane seguenti: i “contagiati” furono decine di migliaia e si portarono le piaghe negli anni a venire, feti compresi.

Per quanto giovane, Claude Eatherly era ben consapevole di quel che aveva fatto, dell’operazione brillante a cui aveva dato il via. Non a caso per quella missione erano stati scelti alcuni tra i migliori aviatori della U.S.Army Air Force. Eatherly aveva dato prova più volte del suo valore abbattendo più di trenta aerei nemici: un prodigio considerando la sua età.

Dopo la strage degli innocenti, che cambiò radicalmente la sua visione della vita, non esitò a lasciare l’esercito e rifiutò qualsiasi riconoscimento da parte degli Stati Uniti. Cercò di dissolversi come uomo immergendosi nell’abiezione, sperando di farsi detestare, come estremo atto di espiazione. Diventò un caso clinico. Era un caso umano. E non bastò certo l’internamento in un ospedale psichiatrico a togliergli i sensi di colpa.

Quattordici anni dopo l’eccidio di Hiroshima, in maniera quasi rocambolesca, cominciò a corrispondere con il filosofo tedesco Günther Anders, autore de “L’uomo antiquato”, primo marito di Hannah Arendt, allievo di Karl Jaspers e di Martin Heidegger, interessato al suo caso nel più ampio contesto dell’impatto  della tecnica sulla guerra e, dunque, sull’utilizzo delle armi di sterminio, la disumanizzazione del conflitto insomma. Per caso Anders lesse nel 1959 su “Newsweek” la storia di Eatherly: già impegnato nella sua battaglia antinucleare ed era un affermato esponente del movimento, universalmente riconosciuto come il più profondo studioso del tema, ben lontano dal pacifismo di maniera usato in chiare politica da tutti i guerrafondai del tempo.

Il pilota americano gli si presenta come “il simbolo della condizione dell’umanità nell’epoca degli armamenti  di distruzione di massa”, come scrive Micaela Latini nella sua scintillante ed appassionata introduzione al volume di Anders, “L’ultima vittima di Hiroshima”, meritoriamente pubblicato da Mimesis. La Latini, approfondendo il rapporto tra l’ex-pilota ed il filosofo, non manca di ricordarci che questi “trova un interlocutore privilegiato, un uomo pronto ad affrontare l’orrore dei demoni da lui stesso evocati”. In effetti, il dialogo tra i due “riesce a sortire gli effetti che nessun medico e nessuna medicina erano riusciti a ottenere”. E’ un punto cruciale, osserva la Latini; infatti,  di fronte all’ottenebramento delle coscienze di cui Eatherly è l’esempio vivente, “il metodo proposto da Anders consiste nell’allargare la nostra capacità di sentire, ampliare i sentimenti attraverso la cultura. Solo per questo tramite l’uomo può tentare di ridestare e rieducare l’immaginazione, di rientrare in contatto con le proprie emozioni, e finalmente imparare a disperarsi”.

E’ ciò che bisogna cogliere dalla lezione di Eatherly, fa intendere la curatrice del carteggio, “carnefice” di Hiroshima, ma anche ultima vittima di quello spaventoso eccidio: colpevole ed innocente, insomma.

Redendo? E come gliela si potrebbe negare la redenzione dopo essere scesi nei suoi abissi raggiunti scalino dopo scalino come dimostrano le lettere scritte ad Anders? Non era il “pilota pazzo di Hiroshima”, ma l’emblematico capostipite di una lunga schiera di “burattini” paradossalmente consapevoli, guidati da un “nuovo ordine” fondato sull’accensione del disordine morale e spirituale di governanti e popoli come le tragedie contemporanee, figlie della Shoah e dell’olocausto giapponese, eloquentemente e spaventosamente dimostrano.

Bertrand Russell, nella prefazione all’edizione inglese, scrisse che il caso di Eatherly “non è solo un caso di ingiustizia enorme e prolungata ai danni di un individuo, ma anche simbolico della follia suicida dei nostri tempi”.  Fu la ragione, sostanzialmente, che indusse Anders a prendere a cuore, a studiare, a sezionare il “caso Eatherly” che gli si indirizzò per la prima volta con queste parole: “Mi sono reso colpevole di atti antisociali perché, nella confusione in cui mi trovavo, cercavo in tutti i modi un castigo”. Che cosa gli rispose il filosofo? “La tecnicizzazione dell’esistenza: il fatto che, indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare – questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto sì che si possa diventare ‘incolpevolmente colpevoli’, in un mondo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri”.

Accenti heideggeriani in queste considerazioni. E la “colpa incolpevole” alla quale Anders fa riferimento è il dato che caratterizza maggiormente la modernità e ne mette in risalto le parossistiche contraddizioni.

Dall’intenso carteggio vengono fuori due anime che sono quasi perdute nel deserto della tecnica che abbrutisce fino ad estirpare le ragioni dell’umanità. E’ questa la chiave di lettura di uno dei documenti  più significativi della seconda metà del Ventesimo secolo, il secolo delle “idee assassine”, come diceva Robert Conquest, che hanno spalancato le porte all’orrore. Annota Micaela Latini, con fiducia, ma con l’altrettanta consapevolezza delle oggettive difficoltà: “Se l’utilizzo dell’atomica ha aperto le porte all’epoca dell’autoannientamento umano, allora la missione dell’intellettuale deve essere quella di risalire (kantianamente) alle condizioni di possibilità di questa situazione”.

È vero, dopo Hiroshima l’uomo non sembra più in grado di immaginarsi diversamente da quel distruttore che è diventato. Ed è per questo che oggi camminiamo tra macerie infinite che da Hiroshima e Nagasaki portano ad Aleppo. E per  nostra disgrazia non c’è un Anders capace di far sentire la sua voce, né un Eatherly in grado di esprimere la sua sofferenza.
GÜNTHER ANDERS, L’ultima vittima di Hiroshima, a cura di Micaela Latini, Mimesis, pp.231, 20 eu