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Nazista? Li odiava ma votò Hitler. Nella Germania di Spengler l’Italia del No al Referendum

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Quasi nessuno ha ricordato l’ottantesimo  anniversario della morte di Oswald Spengler (1880-1936). Ed è almeno bizzarro se si considera che, negli ultimi decenni, a fronte della crisi dell’Occidente, è diventato uno degli autori più citati anche se non tra i più studiati. Continuano le rimasticature sulle sue opere e l’afflizione che qualcuno ancora ritiene di doverci ammannire riguarda il disperato tentativo spengleriano di accreditare un “tramonto” che non  è mai avvenuto. L’anno che poteva essere propizio alla riapertura di una riflessione sull’opera del pensatore tedesco, si chiude, per fortuna, con la riproposizione de “L’uomo e la tecnica”, saggio apparso nel 1932, in edizione tedesca, composto sulla base di una conferenza tenuta l’anno precedente.

Lo ha pubblicato, nella consueta elegante veste grafica, l’editore Nino Aragno, con una prefazione di Giuseppe Raciti originalmente intitolata “Like a rolling stone”, una “suggestione” spengleriana comunque, ripresa dallo stesso testo: “La pietra rotolante si appressa, con furiosi sbalzi, all’abisso”. E’ la fine di un’epoca: preconizza l’avvento della civiltà della tecnica, anticipando Heidegger e Jünger, che non coincide con l’avvento della decadenza, ma con un rapporto nuovo dell’ “animale da preda”, cioè l’uomo, con gli strumenti dei quali si serve per sottomettere al suo volere la Natura, la quale, ovviamente, ha le sue ragioni per opporsi alle distorsioni della tecnica stessa.

La riflessione spengleriana, attualissima checché si pensi dell’autore del “Tramonto dell’Occidente”, inviso ai democratici ed odiato dai nazisti che considerava plebei e parvenu, s’inquadra nel contesto della sua morfologia della storia connotata da una visione della civiltà che in molti apparentano a Toynbee, ma che in realtà è assolutamente originale.

Le civiltà, sostiene Spengler, come tutte le forme vitali, appartengono al “mondo organico” e dunque rispondono ad un principio biologico. Perciò sono dotate di un’anima che le caratterizza. Avere una storia, coltivare un destino vuol dire aderire ai dettati dell’anima. Nel periodo ascendente di una civiltà predominano i valori spirituali e morali che danno il senso all’esistenza degli esseri che vivono secondo i dettami del diritto naturale; l’esistenza comunitaria è organizzata in ordini, caste, gerarchie; nei cuori dei popoli domina un profondo sentimento religioso che pervade l’arte, la politica, l’economia, la letteratura. Quando la civiltà invecchia e la sua anima si rattrappisce si passa allo stadio della “civilizzazione”; al principio della qualità si sostituisce quello della quantità; all’artigianato, la tecnica; l’invasività della massificazione dei gusti e dei costumi travolge le differenze; alla città suggente vita dalla campagna ed organizzata a misura d’uomo, si sostituisce la megalopoli come estrema forma di indifferentismo, un termitaio senza più una dimensione umana; le società sono livellate, l’edonismo ed il denaro sono i soli valori riconosciuti.

“Solo quando, con l’avvento della civilizzazione – scrive Spengler – comincia la bassa marea di tutto il mondo delle forme, le strutture delle mere condizioni di vita affiorano e prepotenti: vengono i tempi nei quali il detto volgare che ‘fame e ’ sono i veri momenti dell’esistenza, cessa di essere sentito come una sfrontatezza, i tempi nei quali non il divenire forti in vista di un compito, bensì la felicità dei più, il benessere e la comodità, il panem et circenses, costituiscono il senso della vita e la grande politica dà luogo alla politica economica intesa quale fine a se stessa”.

Parole che sembrano scritte in questi torbidi tempi: furono pensate oltre un secolo fa, quando Spengler immaginava, intorno agli anni Dieci, un grande romanzo storico e si trovò, trasportato dal sentire della decadenza, a descrivere ciò che inevitabilmente sarebbe accaduto. Il tempo  del tramonto è il nostro tempo. Chi ci ha messo davanti a questa prospettiva è nostro contemporaneo. E, dunque, la questione della tecnica è assolutamente centrale nel pensiero di Spengler perché attiene alla contemporaneità. Egli si chiede qual è il suo posto, o meglio, il rango che deve occupare non tanto come mezzo per realizzare alcune cose o distruggere altre, ma in senso “metafisico”, vale a dire come “filosofia della vita”. In questo senso scaturiscono considerazioni che non possiamo evitare di ritenere cruciali.

 

Spengler non intende negare la tecnica in quanto tale, ma indagando la sua ascesa inevitabile e la sua affermazione, arriva alla conclusione che essa è “la tattica dell’intera vita. E’ la forma intima del comportamento nella lotta, che si può identificare con la vita stessa”. Insomma, come scrive Raciti, essa “è la vita stessa ricondotta alla sua essenza più concreta, cioè all’azione”. E’ per questo che l’uomo, essendo sostanzialmente un “animale da preda”, ha elaborato nel corso della sua affermazione sugli elementi e fino ad elevarsi a dominus dell’esistenza del mondo stesso, una “forma” per sottomettere alla sua volontà ciò che naturalmente gli si oppone.

Ma fino a quando? Fino al giorno in cui l’uomo “faustiano”, il creatore di civiltà, insomma, per esemplificare, riuscirà a non deperire, a salvare se stesso: i segni, nella contemporaneità (includendo in questa il tempo di Spengler) non sono incoraggianti. E perciò il pessimismo del filosofo è drammaticamente fondato: la civiltà delle macchine, spiega, nata dalla tecnica come azione dominatrice, è destinata a sparire o farsi soggiogare dagli strumenti stessi, vale a dire dall’ordine tecnologico come oggi sperimentiamo. E osserva: “distrutte saranno le ferrovie e i piroscafi come un giorno le strade romane e la muraglia cinese; le nostre colossali città e i loro grattacieli come i palazzi dell’antica Menfi e di Babilonia. La storia di questa tecnica si avvicina rapidamente all’inevitabile termine. Questa tecnica sarà consumata e logorata dall’interno, come tutte le grandi forme di qualsiasi civiltà. Quando e in qual maniera, non sappiamo”.

Oggi, rispetto ad oltre ottant’anni fa, possiamo capire quale sarà il destino della civiltà delle macchine dopo l’ascesa che ha fagocitato l’animo umano. E non è un bel destino. “L’ottimismo è poltroneria”, ammoniva Spengler. Non si può sognare un mondo diverso dopo averne costruito uno che sfugge al controllo dell’uomo. La tecnica è puro materialismo, profittevole dell’avidità degli individui, non già un’azione metafisica come appariva agli albori della civiltà.

Che cosa possiamo fare? Accettare il nostro destino. Fatalisticamente. Ed attendere gli eventi che non è detto debbano essere per forza funesti. La possibilità della rinascita, per quanto remota, è insita nella modernità stessa. Non sappiamo se Spengler avrebbe condiviso questa flebile prospettiva, di certo lui non se ne curava. Osservava l’esperienza del suo tempo e si limitava a predire. Non possiamo riconoscere che abbia fallito. L’idea del “tramonto” vive con noi e ci accompagna lungo i sentieri dove la tecnica abilmente ci conduce. Almeno fino a quando la ribellione contro di essa non prenda il sopravvento.

 

OSWALD SPENGLER, L’uomo e la tecnica, Nino Aragno editore, pp.118, € 12,00