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Rai. Gr Mucciante fa più ascolti: cacciato. Tg3 perde ascolti: a Bianca Berlinguer due programmi

«Mucciante (Gr Rai): +400mila ascoltatori, via dopo 2 anni. Berlinguer (Tg3): -400mila telespettatori, via dopo 7 anni. Per chi ci si indigna?», ha scritto il deputato pd Michele Anzaldi su Twitter.

Anzaldi sta parlando delle scelte della nuova gestione Rai di Antonio Campo Dall’Orto, per gli oppositori le epurazioni di Renzi, con i casi della rimozione di Bianca Berlinguer dalla direzione del Tg3 (al suo posto Luca Mazzà), della soppressione del programma di Luca Mercalli su Raitre (Scala Mercalli), di Lillo e Greg su RadioRai (Seiunozero) e il caso dell’autrice di satira Francesca Fornario, che aveva un programma sempre su RadioRai e alla quale è stato detto: “Niente satira su Renzi”.

Anzaldi fa notare che i criteri variano da “epurazione” a “epurazione”, e che gli ascolti e i curriculum c’entrano poco: “Mucciante dopo due anni di risultati e nessuna critica: senza incarico. Berlinguer avrà 2 trasmissioni, Masi vice Verdelli. Bene così?”. Scrive Gian Maria De Francesco sul Giornale:

I rilievi di Anzaldi, infatti, sono fondati. Come ha scritto l’ex direttore di Rai RadioUno e dei Giornali Radio, Flavio Mucciante, nella lettera di commiato alla redazione, Rai RadioUno nel 2015 ha totalizzato un +6% di ascolti (+238mla ascoltatori, +400mila su aprile 2014 quando Mucciante fu nominato alla guida).

Dati sostanzialmente confermati anche nel primo semestre 2016 (-0,7% annuo a circa 4,2 milioni di ascoltatori medi). La scelta di fare un canale all news con l’aggiunta di Tutto il calcio minuto per minuto è stata premiata dal pubblico e RadioUno è l’unica rete pubblica a tenere testa non solo alle radio private, ma anche ai programmi di massimo ascolto di Radio 105 (Tutto esaurito e Lo zoo di 105) e di Rtl 102.5 (La famiglia giù al Nord) cui la concorrenza commerciale oppone ormai una debole controprogrammazione.

Discorso diverso per Bianca Berlinguer che, dopo aver raggiunto picchi di 2,5 milioni di telespettatori del Tg3 nel 2010 all’apice delll’antiberlusconismo militante, ha lasciato il telegiornale delle 19 a una media di 1,5 milioni di audience.

A differenza della anchorwoman, però, Mucciante è rimasto senza incarico, mentre il suo collega del Tg2 Marcello Masi è stato ricollocato come vice di Carlo Verdelli all’Offerta informativa. E dire che dopo le brillanti dirette sui fatti di Nizza e di Monaco nonché sull’incidente ferroviario tra Corato e Andria, sia Verdelli che il dg Rai Antonio Campo dall’Orto si erano personalmente complimentati per la qualità dei servizi di Radio Uno. Salvo poi defenestrarlo insalutato ospite. Poiché il mandato di Mucciante è triennale e scade nel prossimo aprile 2017, egli continuerà tuttavia a percepire il proprio compenso senza far nulla.

La spiegazione della sostituzione di Flavio Mucciante con Andrea Montanari è nel disegno complessivo: tutti i programmi di informazione devono confluire su Radio Uno e tutti i programmi dedicati alla musica “mainstream” (niente alternativa, indie, etc.) devono confluire in Radio Due. Quindi via il programma di Lillo e Greg da Radio Due e guinzaglio corto per il nuovo direttore del Giornale radio:

Perché sprecare dunque una risorsa? La risposta forse è nel comunicato del comitato di redazione del Giornale radio Rai. «Radio Uno è e deve mantenere la sua natura di canale di informazione di flusso», si legge nella nota di saluto a Mucciante e di benvenuto al nuovo direttore Andrea Montanari. Un chiaro riferimento alle idee del direttore artistico di Radio Rai, Carlo Conti, che intenderebbe, secondo quanto trapela dai rumor, traslocare alcuni programmi di Radio Due sul primo canale. In questo modo potrebbe essere più difficile trasmettere dirette sui grandi temi se il palinsesto è meno fluido. Idem per Radio Due se il suo futuro sarà legato alla musica mainstream. E, tutto sommato, questo nuovo andazzo potrebbe andar bene sia al direttore generale Campo dall’Orto che al Premier Matteo Renzi, soprattutto nel periodo autunnale quando ogni sforzo dovrà concentrarsi sul sì al referendum.