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Renzi: più soldi al lavoro che alle pensioni. Sì o no? Sondaggio

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ROMA- Renzi, la manovra economica del governo, o legge di stabilità o legge di bilancio (i nomi cambiano e oscillano ma la sostanza è quella legge che arriva a fine di ogni anno e che ci dice per l’anno venturo che tasse in più o meno, che deficit, che spesa pubblica, che pensioni, che incentivi, che tagli…). Stavolta la scelta del governo è stata: più soldi al lavoro che alle pensioni (anche se il sistema previdenziale non resta a bocca asciutta nella ripartizione delle risorse e del denaro pubblico).

Soldi per il lavoro, per le aziende che investono, per le aziende che assumono, per i posti di lavoro, per il salario ce n’è tanto nella legge di bilancio. E’ la “posta” più alta, la parte più grossa della manovra. Ecco breve e incompleto elenco dei provvedimenti di cui si compone il “soldi per il lavoro”.

1) Ires tassa che cala di tre punti dal 27 al 24 per cento. Ma soprattutto Iri (imposta reddito individuale) nella quale il contribuente imprenditore può sommare i redditi oggi soggetti a Irpef e quelli soggetti a Ires sempre e comunque restando soggetto all’aliquota del 24 per cento.

2) Sgravio contributivo al 100 per cento (cioè totale per 8.060 euro complessivi) per chi assume laureati e diplomati giovani al termine di uno stage.

3) Detassato il salario di produttività fino a tremila euro di salario appunto detassato per redditi fino a 80 mila euro l’anno.

4) Ammortamento del 140 per cento per spese relative a investimenti per macchinari e del 250 per cento per spese per tecnologia innovativa.

5) Sgravi fiscali specifici e sostanziosi per il settore dell’agricoltura.

In sostanza chi tiene in piedi o manda avanti un’azienda di qualunque dimensione sia vede calare di circa il tre per cento parte consistente delle imposte che paga direttamente, non paga i contributi su giovani assunti ex stagisti, può legare alcune centinaia di euro al mese di salario corrisposto agli aumenti di produttività, si vede restituire dallo Stato quanto spende per investire in nuove tecnologie e macchinari.

C’è anche per la previdenza ma meno di quanto ci sia per il lavoro. Ecco cosa c’è per le pensioni:

1) aumento della no tax area a 8.125 euro (fino a questa cifra non si pagano tasse, era più bassa).

2) Una cifra annua in più nell’assegno pensionistico che da va 336 a 504 euro annui per circa 1,5 milioni di pensioni a basso reddito (la quattordicesima aumentata).

3) Dal primo maggio 2017 la possibilità di andare in pensione a 63 anni (e non a 66 anni e sette mesi). Gratis per disoccupati, disabili, aventi parenti con alto grado di disabilità, maestre d’asilo, edili, infermieri, macchinisti, autisti di mezzi pesanti che abbiano versato 30 anni di contributi, 36 nel caso delle categorie che una volta si sarebbero dette usuranti. Gratis se la pensione anticipata non supera i 1.500 euro lordi di pensione. Per chi non ha questi limiti di reddito o queste condizioni socio lavorative disagiate, la pensione a 63 anni (a condizione di avere almeno 20 anni di contributi) costa 20 anni di rate al prezzo di circa il 5 per cento della pensione annua.

Più soldi al governo che alle pensioni, è questa la scelta del governo, su questo asse si muove la legge di bilancio. (Capitolo a parte meritano i circa sei miliardi che il governo conta di incassare da chi ha debiti con il Fisco e da chi ha ancora capitali occultati ma non è questa la sede). Più soldi al lavoro che alle pensioni: giusto, sbagliato? Tu che ne pensi? Decisivo per il tuo giudizio è la tua età? Giovani contro anziani?

Partecipa al sondaggio, la domanda è: più soldi al lavoro che alle pensioni. Giusto o sbagliato?

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