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Sri Lanka, la speranza di Ceylon nel volo degli aquiloni

La foto di di Antonio Buttazzo

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COLOMBO – A guardarla su di una cartina geografica è come una goccia che stilla dal subcontinente indiano per finire nell’omonimo Oceano. E’ Ceylon.

Solo nel 1948 i cingalesi si resero indipendenti dagli inglesi mutando il nome del Paese in quello attuale. Prima di loro olandesi e portoghesi sfruttarono quella posizione geografica per meglio controllare i traffici che dalla penisola arabica si espandevano fino all estremo oriente. Colombo, era il porto privilegiato per quegli scambi.

Il nome non è dovuto al navigatore genovese ma proviene dal singalese Kolon-ta che significa”porto sul fiume”. Una città di 5.000.000 di abitanti e forse un altrettanto numero di corvi che qualche inspiegabile motivo porta a volteggiare minacciosamente sulla testa di chi ci vive.

Stretta tra l’oceano ed un lago dal delizioso nome portoghese, Beira, Colombo City non ha dismesso la secolare vocazione ai commerci. Salvo poche vestigia coloniali, praticamente ogni edificio che si regge in piedi è una banca, una assicurazione o uno shopping center, se si esclude la sede di uno studio legale dal tranquillizzante nome anglosassone visto il gran numero di inquietanti K, W, J e Y contenute nei lunghi nomi indigeni.

Del resto, quello studio legale sarà il più bello ma di certo non è l’unico a Colombo. E ciò puòsignificare solo che esiste una crescente domanda di servizi legali, un significativo segnale di un paese in forte, seppure disomogeneo, sviluppo.

Del resto, era considerata una delle “tigri” dell’Asia almeno fin quando la prima crisi economica globale del nostro secolo non ha spento gli entusiasmi di tutti quei Paesi. E di chi ci aveva investito. Lo Sri Lanka è la immagine stessa della delocalizzazione dell’impresa occidentale. Chi non ha mai scorto all’interno delle mutandine di Armani o sul retro dei piatti di Ikea l’etichetta “made in sri lanka”?

La fine della guerra con i separatisti indù Tamil, sostenuti dal potente vicino indiano, aveva favorito gli investimenti esteri. La battuta d’arresto si è avuta con la crisi finanziaria di cui si è detto.

Il paese tenta ora la carta del turismo, approfittando della vicinanza con le Maldive e delle tante belle baie in cui finiscono per spiaggiare famigliole di pallidi russi (che arrivano qui senza visto) e di squattrinati backpapers europei o nord americani, attratti dal basso costo della vita.

Lo testimoniano anche i tanti cantieri degli el in costruzione, dietro le cui cinta si scorgono lavori febbrili appaltati a società cinesi che, impegnandosi anche di notte, promettono la consega in tempi brevi ed a costi contenuti. Carenti invece le infrastrutture che servirebbero alla gente.

Un popolo mite e pacifico ma soprattutto rassegnato quello cingalese. Lo sviluppo, taglia decisamente fuori la gente comune. Nonostante si definisca “Repubblica Socialista dello Sri Lanka”, l’antica e fiera Ceylon di socialista ha ben poco.

Tuttavia in giro vedi sempre ed ovunque volti antichi, gentili, sorridenti. Si scorgono nelle arse vie di Pettah, quartiere storico all’interno della città, intorno al faro di Galbokka point, progettato dagli stessi ingegneri inglesi che costruirono il Big Ben, o nel vecchio seicentesco dutch hospital, l’antico ospedale olandese, oggi centro della (scarsa) movida di Colombo.

Oppure nella spianata di fronte all’oceano chiamata “Galle Face Green” che, restaurato, è divenuto patrimonio dell’Unesco. Lì davanti, bambini (e grandi) si divertono a far correre per aria gli aquiloni (una vera passione in tutta l’Asia centrale quella per gli aquiloni), sospinti da un vento incessante che attenua l’afa tropicale. Ed intanto, aspettano il sole inabissarsi nell’Oceano. Perché anche questo è un modo come un altro per sperare in meglio.


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