Opinioni

Capitalismo di Stato in crescita, aziende private precipitano

Capitalismo di Stato in crescita, quello privato precipita

Capitalismo di Stato in crescita, quello privato precipita

ROMA – Giuseppe Turani ha scritto questo articolo dal titolo “Cresce il capitalismo di stato” anche sul sito Uomini & Business.

Ma in che Italia viviamo? Un po’ tutti siamo convinti che l’industria privata sia in crescita con l’industria di Stato (cioè pubblica) ormai in declino inarrestabile. Invece non è così, è vero il contrario: le aziende pubbliche crescono, quelle private arretrano. I conti li ha fatti uno dei nostri maggiori esperti, Fulvio Coltorti, per anni a capo dell’ufficio studi di Mediobanca e oggi docente alla Cattolica di Milano.

Se prendiamo le 10 top ten, cioè le dieci maggiori aziende italiane, vediamo che nel 2015 lo  Stato controlla il 67 per cento del fatturato complessivo di queste imprese. Si tratta di 14 punti percentuali in più di quello che accadeva venti anni prima. La mano pubblica, cioè, si è allargata, è cresciuta.

Le aziende private, invece, nel 2015 contavano (sul fatturato delle top ten) solo per il 12 per cento: una caduta impressionante rispetto al 43 per cento di venti anni prima.

Il capitale straniero, che venti anni fa contava per un misero e irrilevante 3 per cento, adesso è arrivato al 21 per cento.

In sostanza, grande arretramento dei grandi gruppi privati, avanzata di quelli pubblici e degli stranieri.

Oggi la più grande azienda privata italiana, la Fca Italy, vale solo (come fatturato) il 30 per cento della più grande azienda pubblica, che è l’Enel.

Coltorti spiega come tutto questo sia potuto accadere. I grandi gruppi privati hanno commesso una serie di errori che li hanno poi costretti a lasciare certi business. Basti pensare alla Olivetti che esce dai computer. Oppure alla Fiat che si trasferisce all’estero, lasciando qui solo una Fca Italy, importante, ma di ridotte dimensioni rispetto all’intero complesso Fiat di una volta.

O alla Montedison che esce da una serie di attività. O, ancora, alla stessa Telecom che dopo varie traversie finisce sotto il controllo del gruppo francese Vivendi. O alla stessa Pirelli, dove oggi il maggior azionista è la cinese ChemChina.

E si potrebbe continuare. La crisi della Parmalat porta quelle attività alla francese Lactalis. E anche la Luxottica è più francese che italiana.

Tutto questo serve per sostenere una tesi. E cioè che oggi il capitalismo italiano si regge in pratica su due gambe: il Quarto Capitalismo, cioè  le aziende medio grandi, e le grandi aziende pubbliche, che sono anche in buona forma. Il consiglio è di non fare crociate contro il capitalismo pubblico, ma semmai di assicurare a quelle aziende zero intromissioni politiche. E di lasciarle crescere.

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