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Genova: Doria non è Pisapia, Pd è guerra sul futuro sindaco

La foto di di Franco Manzitti

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GENOVA – A Genova c’è battaglia per non candidare più tra un anno a il sindaco uscente Marco Doria, ultimo dei sindaci “arancioni”, crisi della giunta di La Spezia, dove tra licenziamenti e dimissioni il sindaco Federici è in piena crisi, lotta nervosa a Savona, dove stanno per corrersi le Primarie per scegliere il candidato Pd a sindaco tra diktat dall’alto e movimenti di base: la guerra nel Pd tra renziani, renzianissimi, oppositori, bersaniani, pessiniani, cofferatiani in uscita, è oramai esplosa.

La guerra a Genova l’ha scatenata un giovane filosofo scrittore, definito “renzianissimo”, iscritto al Pd, ex portavoce di Raffaella Paita, candidata sconfitta alle ultime elezioni regionali liguri, quelle per le quali Renzi non vuol più sentir parlare di genovesi e liguri. Si chiama Simone Regazzoni, questo pasdaran salito sulle macerie del Pd genovese, figlio di un solido sindacalista Cisl anni Ottanta e Novanta, sofisticato direttore editoriale di una delle poche case editrici rimaste a Genova, “Il Melangolo”.

Con un occhio al sanguinoso duello tra D’Alema e Renzi e alle contese di Roma e pure Milano dentro al centro sinistra e al magma eruttivo della sinistra-sinistra, Regazzoni ha sparato un siluro a pelo d’acqua contro il galeone del marchese-sindaco di Genova, Marco Doria, al timone da quattro anni, oramai in vista della fine del suo mandato e quindi di un probabile rinnovo: a Genova si voterà, salvo colpi di scena, nella primavera del 2017.

Di fronte all’ermetismo dell’erede del grande ammiraglio e principe Andrea Doria, che fa capire di volersi candidare, ma non lo dice, di fronte al guazzabuglio del Pd ligure, commissariato da sei mesi dopo il crack elettorale e affidato al fiorentino David Ermini e ai mal di pancia di quello genovese, dove la sconfitta di Burlando-Paita non è stata ancora digerita, il filosofo- scrittore ha chiesto una frontale discussione sul “disastro Doria”, sulla sua gestione di un Comune che sta affondando, di una città in evidente declino, rassegnata, triste, contorta tra progetti che non decollano e liquidazioni di interi patrimoni industriali come l’Ilva di Cornigliano, di gloriosi passati espositivo- turistici come la Fiera del Mare, crollata tra deficit e incerteze gestionali, di società partecipate come Amt e Amiu al collasso, di Iren, la potente azienda dell’energia, dell’acqua e del gas, dove Genova ha perso voce a favore di Torino, di  fondamentali sviluppi infrastrutturali: il Terzo Valico opera chiave per uscire dall’isolamento, collegando un treno da un’ora la ex Superba con Milano, è impastoiato tra rivolte ambientaliste e cantieri bloccati dall’amianto.

Insomma in questo sconquasso di che cosa vogliamo parlare, delle manfrine intorno a Doria che annuncia di accettare possibili Primarie con il suo nome in concorrenza ad altri, ma a patto che ci sia lealtà nella coalizione di centro sinistra, dove lui è “a parte”, praticamente senza più maggioranza in consiglio comunale, con la sua patente di sindaco arancione sbrindellata, con il suo galeone con troppe falle?

Chi blinda Doria in questa situazione? chiede, denunciando, il prode Regazzoni in una sorta di soliloquio al quale rispondono i borbottii di un Pd lacerato e oramai diviso in correnti e sottogruppi. Ci sono gli arci renziani come Regazzoni, rimasto da solo, salvo la sponda della Paita, che è pur sempre il capo dell’opposizione in Regione, poi i renzianissimi come Walter Razeto, anche lui ex sponsor della Raffaella, della Lella, ma oggi bordeggiante verso la parte più cattolica dei dem, il vice presidente del consiglio regionale Pippo Rossetti, poi i renziani in sonno come il desparecido Claudio Burlando, l’ex presidente di cui si sa solo che va per funghi e partite di tresette dal giorno della sconfitta, poi ci sono i renziani tout court che portano sulle spalle la croce di una conversione tardiva al Matteo nazionale senza averne tratto benefici “dopo”, poi ci sono i dinosauri che fino a ieri dettavano la linea, costretti a digerire le conversioni da Bersani a Renzi, dalemiani, burlandiani, un intero ceto dirigente del postcomunismo a Genova per decenni e decenni come Mario Margini, già asre in Comune, vicepresidente in Regione, segretario regionale, Graziano Mazzarello, ex senatore, ex consigliere regionale, ex segretario, come Pietro Gambolato, l’anima Pci diventata anima Pds, poi Ds, poi Pd, che è stato “tutto” nella storia politica genovese e che non molla la presa perchè crede sempre e solo, comunque nel “partiu”….

Poi ci sono i duecento che si rivoltarono contro Burlando e la Paita, dopo la clamorosa sconfitta e che pescano nella stessa acqua dei nominati prima, ma che si sono via via allontanati dalla leadership che negli ultimi dieci anni ha governato la Regione e il partito. Poi ci sono i giovani dirigenti, come il segretario provinciale, l’avvocato Alessandro Terrile, trentenne già invecchiato nelle beghe interne e gli altri che spuntano e spariscono nella immane galassia del fu Pci.

E Regazzoni vorrebbe armare una goletta con a bordo tutti costoro, amici nemici, separati in casa,  divorziati, pentiti, vendicatori e depressi per andare all’assalto del galeone di Doria, che sta prendendo acqua in mezzo al golfo di Genova?

Viste da questa Genova piddina o dem che dir si voglia le battaglie di Milano ed anche quelle di Roma, con tutti i possibili tumulti tra Sala e Balzani o tra Giacchetti, Morassut e Ignazio Marino sembrano nobili contese e sfide di fioretto.

All’assalto del galeone di Doria si va con la scimitarra, non quella del “giovani turchi” del Pd, ma quella della furia distruttrice di chi non ha ancora capito bene le ragioni della sconfitta del 2015 alle regionali, vuole evitare la prossima, possibile debacle civica  e cerca di spiegare il recente passato ancora con la diaspora di Sergio Cofferati, uscito dal Pd proprio per la linea Burlando-Paita e oggi cofondatore del nuovo partito della sinistra-sinistra.  Oppure la spiega, la sconfitta, con la visione ottusa della fine impero di Burlando, intestardito nella candidatura della pulzella di Spezia.

Ottenebrato nella sua scelta per la giovane Paita, l’ex imperatore avrebbe condotto il suo partito alla rovina. I toni, gli strappi sono duri e violenti e neppure il contorno ligure aiuta.

A La Spezia sta crollando la giunta comunale, in mano da sempre alla sinistra, perché il sindaco Federici, giunto al suo nono anno di mandato, ha licenziato un asre, “reo” di avere cambiato corrente, nel Pd ovviamente, uscendo a sinistra. Lo ha licenziato senza neppure comunicarglielo, manco fossimo nella Corea del Nord, con un comunicato. E allora altri tre asri si sono dimessi mettendo in crisi la giunta.

La Spezia “ospita” anche il velenoso scontro tra lo stesso sindaco, un paitiano di ferro e il presidente dell’Autorità portuale Lorenzo Forcieri, ex senatore di lungo corso, una specie di ras dell’area, diventato ora il possibile candidato sindaco. Tutti questi veleni scorrono ovviamente dentro alle vene aperte del Pd, dove svettano le figure della Paita spezzina doc e di Andrea Orlando il ministro di Grazia e Giustizia, suo compagno di giochi da bambini e ora, appunto” un giovane turco”, non certo un renziano stretto, che in genere vola alto sulle contese locali, ma in questo caso avrebbe teleguidato le dimissioni dei tre asri suoi fedelissimi per silurare il sindaco.

Si salvi si può da Genova a Spezia e  a Savona, altra provincia calda lo scontro è meno frontale dentro al Pd, ma sempre durissimo. Qui siamo in piena campagna elettorale: si vota a giugno e stanno per consumarsi le Primarie dove corrono in due, Cristina Battaglia, candidatura un po’ calata dall’alto e Livio Di Tullio, il vicesindaco. Sia il segretario savonese del Pd Renzo Briano, che il sindaco uscente Federico Berruti, neopaitiano, dopo avere sfidato la suddetta nelle Primarie regionali, avevano cercato di imporre la candidatura unica della Battaglia, una dirigente regionale, ex Cnr, supericercatrice di Fisica, insomma una testa d’uovo, ma il partito si è sollevato e la ragazza, a suo tempo superprotetta da Burlando, ha accettato il confronto “primario”.

Le Primarie savonesi si terranno il 4 aprile e tutti si chiedono se almeno queste avverranno senza mercati, suk di voti, code di immigrati  ai seggi, tanto è ancora lo choc di tredici mesi fa, quando lo scontro Paita-Cofferati divenne una vera pochade, per prenderla in ridere.

A Genova, invece, le premesse alle possibili Primarie future, a parte la apertura condizionata di Doria, che aveva alzato il suo vessillo di accondiscendenza alla contesa, si consumano in quel ginepraio di contese, innescate dal filosofo Regazzoni. Il vero problema che ha il Pd e che condiziona tutto, da una rabbrividente blindatura di Doria, smentita dai “dinosauri” ex Pci, a un suo clamoroso licenziamento, dipende dalla difficoltà storica di trovare candidati spendibili. Difficoltà trasversale per non dire universale. A sinistra questa difficoltà dura oramai da decenni ed è stata di volta in volta risolta con grandi sacrifici di candidati che si sono immolati, come l’ex pretore d’assalto, Adriano Sansa nel 1993 o che sono stati obbligati a proseguire i mandati come il professore-avvocato Giuseppe Pericu nel 1997 e poi nel 2002, quando se ne sarebbe andato a casa e fu costretto a restare per non lasciare il campo alla già sgomitante Vincenzi, o che si sono poi dolorosamente schiantati come la stessa Marta Vincenzi, tutt’ora nella morsa di un processo per plurimo omicidio colposo da alluvione non allertata nel 2012.

Anche la scelta di Marco Doria, erede del grande Andrea, ammiraglio del secolo d’oro genovese, era stata il frutto di un errore, qualcuno sostiene di un azzardo spregiudicato, per mettere in difficoltà la stessa Vincenzi, candidata alle Primarie dopo il crak alluvionale e per sfidare Roberta Pinotti, oggi ministro della Difesa, molto super partes ( o extra partes) in queste vicende, ma allora considerata la soluzione vincente per scalzare SuperMarta.

Finì che la imprevista vittoria di Doria alle Primarie premiò un candidato arancione, scelto da un gruppo di amici tra i quali l’allora supercarismatico don Andrea Gallo, che lo lanciò da indipendente, ex Sel, ex Rifondazione Comunista e che gli fece conquistare anche larghe fette di voto moderato e borghese, considerati i magnanimi lombi del marchese-rosso. L’azzardo poteva essere stato di chi, pur di spiallare via la povera Vincenzi e di favorire la Pinotti, aveva sospinto l’outsider capace di portar via voti alla sindaco uscente da sinistra.

Oggi il giochetto è tutto intorno a Doria e al modo di “licenziarlo”. Se non ci si riesce, allora meglio difenderlo: questo pensa la parte di Pd, non certo arcirenziana o renzianissima o renzianina (le modulazioni nella galassia del nuovo cesarismo sono infinitesimali). L’altra parte cerca disperatamente nel sempre più avaro scenario politico e civile di Genova un concorrente. Ma chi si caccia in un guazzabuglio del genere, chi nuota nei gorghi del galeone di Doria, affondato a colpi di colubrina?

C’è qualche ambizione più o meno segreta di attuali asri della giunta doriana, come il giovane e promettente Emanuele Piazza, ex scout, titolare dello Sviluppo Economico, positivo, propositivo, già responsabile nazionale Enti locali del Pd, poi c’è il vicesindaco Stefano Bernini, un vero tecnocrate di partito, un “etnico”, come lo definiscono, sottolineandone le caratteristiche di uomo del territorio, venuto da lunghi anni di presidenza di Municipio. Ma, in questi casi la zavorra Doria, sembra difficile da scaricare. Si fanno altri nomi, come quello del deputato dem Lorenzo Basso, cattolico, neppure quarantenne, ex lettiano, un po’ superpartes, ma anche uomo molto soft, contrario agli scontri sanguinosi che il Pd manda in onda oramai da decenni.

Cercano di bruciare anche il nome di Luca Borzani il presidente della Fondazione Cultura, l’anima di palazzo Ducale, il vero Beaouburg genovese, trasformato da lui nell’unica corazzata funzionante nel panorama, tra mostre ed esposizioni da record a centro permanente di elaborazioni culturali, pulsante di tutti esauriti e di una vita “piena”, il vero raccordo genovese nel deserto del resto. Ma a lui, già solido asre nelle giunte di Pericu, professore di storia economica, chi glielo fa fare?

La tensione su Doria è tale che la principale emittente televisiva della Liguria “Primo Canale” ha tagliato la rubrica settimanale del sindaco che rispondeva ai telespettatori, mediato dal direttore della tv, giustificando la scelta con un giudizio totalmente negativo sul suo operato: “Non è adatto a fare il mestiere di sindaco.