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Porto di Genova: scambio di poltrone salva-Renzi si incaglia

Un gioco politico nazionale di equilibri fra città e potentati politici ha fatto incagliare la nomina del nuovo presidente del porto di Genova, Sandro Biasotti, che avrebbe liberato un posto da deputato a Roma che avrebbe spostato un voto a favore di Renzi

La foto di di Franco Manzitti

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GENOVA – La poltrona più importante della portualità italiana, la presidenza del sistema dei porti ligure Nord Occidentale, che comprende gli scali di Genova e di Savona, vale un seggio parlamentare per l’Ala di Denis Verdini?

Vale eccome, se andrà in porto un baratto clamoroso tra Forza Italia e il ministero delle Infrastrutture, retto dal renziano Graziano Delrio, che stanno trattando in gran segreto la nomina a Palazzo san Giorgio, sede nobile della portualità genovese, di Sandro Biasotti, 67 anni, deputato berlusconiano di stretta osservanza, ex presidente della Liguria dal 2000 al 2005, coordinatore regionale di FI, noto imprenditore dell’autotrasporto, oggi il più importante concessionario di automobili del capoluogo genovese.

Chi lo sostituirebbe alla Camera, dove Biasotti è anche membro della Commissione Trasporti? Il nome del predestinato, primo dei non eletti nella circoscrizione ligure, è quello di Eugenio Minasso, un sanremese, perfetto apolide politico, ex Pdl, prima An, prima ancora Msi, un “destro” che nelle evoluzioni della politica italiana sta navigando in mare aperto, ma sarebbe pronto, se lo scambio si perfeziona, ad aderire alla formazione-ponte di Denis Verdini che porta acqua (e voti) a Matteo Renzi in questi tempi tempestosi.

L’acrobatica operazione, svelata in un articolo de “Il Secolo XIX”, che scavalcherebbe differenze politiche un tempo invalicabili, parte dalla emergenza di Genova, il cui grande porto è attualmente retto da un commissario, l’ammiraglio Giovanni Pettorino, da Ischia, che governa anche la capitaneria di Porto genovese e che è stato scelto per sostituire il dimissionario Luigi Merlo, presidente fino a pochi mesi fa, esponente spezzino del Pd, che ha retto le banchine genovesi per quasi otto anni e che ora – guarda la coincidenza – è appena stato nominato da Delrio consulente del Ministero, in attesa di diventare responsabile dell’ufficio kolossal che coordinerà le quindici Autorità portuali italiane, appena ridisegnate da una grande riforma delle banchine, varata dallo stesso Delrio, ma non ancora esecutiva.

In questo grande gioco a Monopoli, che riguarda la riorganizzazione dei trasporti marittimi, le partite in corso sono tante e tutte delicate. Basta pensare che la spartizione prevede che tredici di queste neo Autorità vadano a uomini dell’area di governo e solo due al centro destra. Biasotti sarebbe proprio uno di questi due e nella bilancia dei poteri portuali il suo incarico a Genova, accorpata a Savona, equilibrerebbe lo strapotere renziano, perchè non a caso il dipartimento del Mar Ligure Occidentale è di gran lunga il più importante in Italia.

La delicatissima nomina dei presidenti ora è affidata a una valutazione tra il Ministero, cioè Graziano Delrio e la Regione di competenza, in questo caso quella ligure, nella persona del governatore in carica, il forzista Giovanni Toti, ben noto anche come portavoce di Berlusconi.

Prima di questa riforma, appena varata, la scelta era tutta locale, Comune, Provincia e Camera di Commercio e su di essa la parola definitiva era proprio quella della Regione, mentre oggi il massimo ente locale può dare solo un parere consultivo. Importante, ma non decisivo.

Questa procedura avrebbe indebolito la candidatura oramai conclamata da tempo di Biasotti, fedelissimo di Berlusconi e rispetto al quale Toti ha debiti di riconoscenza, essendo stato scelto proprio da lui come candidato, poi vincente alle elezioni regionali dello scorso mese di maggio.

Ma far passare Biasotti, pura espressione del centro destra, nelle grazie del ministro Delrio sembrava come far passare il famoso cammello della cruna dell’ago. Perché mollare il più grande porto italiano, rinforzato da quello di Savona, dove si sta costruendo una grande piattaforma per container, a un personaggio dell’altra sponda politica?

La candidatura di Biasotti, che ha sempre confermato la sua disponibilità a lasciare Montecitorio per Palazzo san Giorgio e a Blitzquotidiano ha dichiarato che “questo passaggio sarebbe il coronamento della mia carriera da imprenditore del trasporto, alla presidenza della Regione, alla Commissione Trasporti della Camera, fino al poto di Genova”, aveva trovato un discreto credito nella comunità portuale genovese.

“È uno di noi” – aveva dichiarato, per esempio, l’armatore Augusto Cosulich della nota dinastia di grandi operatori, che fa arrivare in Italia le grandi portacontainer cinesi ed ora sta catturando traffici in Iran e Turchia, alludendo alle origini portuali genovesi di Biasotti.

Il timore serpeggiante tra i moli della Superba era (ed è ancora), infatti, che il Governo scegliesse, magari, un tecnico esterno al mondo genovese, catapultato da altre realtà, dove i meccanismi di uno scalo grande e complesso come quello ligure devono essere metabolizzati.

Genova sta tirando nei traffici, soprattutto nei container dove si avvia a quasi tre milioni annui di pezzi e cala un po’ solo nei traffici oleosi e in quello dei prodotti siderurgici, frenati dal caso Ilva. Ma il grande porto ha enormi problemi di sistemazione, da quello della costruzione di una diga foranea molto più esterna, capace di accogliere le mega porta container, che stanno viaggiando per il mondo e che sono oramai lunghe più di trecento metri, a quello della collocazione delle Riparazioni navali, il settore che ha appena smontato la Costa Concordia e che chiede spazio.

Il porto deve anche decidere rapidamente la durata delle concessioni ai privati, grandi terminalisti dei moli e su questo tema a Genova è già allarme rosso con Aldo Spinelli, uno dei più importanti tra questi imprenditori, “re” dell’autotrasporto, oltre che presidente del Livorno Calcio, che sta facendo il diavolo a quattro per ottenere un lungo rinvio, fino a 60 anni, del suo diritto di utilizzo delle banchine. “Come faccio a investire nel mio terminal come vorrei se non so quanto durerà la mia concessione?” chiede Spinelli.

Il consenso di una grande parte della comunità portuale non era, però, sufficiente a supportare la candidatura Biasotti in un quadro governativo avverso e malgrado le spinte di Giovanni Toti, che sta facendo pesare sulla bilancia non solo la Liguria, ma anche le regioni come la Lombardia e il Veneto, rette da maggioranze di centro destra e interessate allo sbocco al mare e al grande porto ligure.

Così la questione genovese restava in mezzo al guado con un ammiraglio nel ruolo di reggente sine die e con una impasse decisionale che dura da quasi un anno, cioè da quando il presidente precedente, appunto Luigi Merlo, aveva incominciato a annunciare le sue dimissioni per “incompatabilità” con il neo presidente regionale Toti. Lì altro che baratti: l’incompatibilità politica era plateale, secondo Merlo.

Tra l’altro la concorrente elettorale di Toti era stata proprio la moglie di Merlo, Raffella Paita, candidata sconfitta del Pd dieci mesi fa, alla fine di un match elettorale durissimo.

In questo quadro sarebbe spuntato il jolly Minasso a far gola a Delrio e al centro sinistra in affanno di voti alla Camera.

Già deputato nella precedente legislatura, non più rieletto nel 2013, l’uomo di questo scambio si è molto spostato nello scacchiere politico ligure, un po’ travolto dalla débacle elettorale, un po’ confuso da un sistema in disfacimento in Liguria con la caduta di Claudio Scajola.

Minasso si è così progressivamente spostato lungo tutto l’arco politico, prima accasandosi con NCD di Alfano, poi staccandosi anche da quella posizione e diventando un vero apolide partitico. Un anno fa, quando si giocarono le Primarie del centro sinistra per scegliere il candidato alle elezioni regionali, fu proprio lui uno dei protagonisti dell’ex centro destra che fecero votare Raffaella Paita, non solo moglie di Merlo, ma anche la “delfina” del presidente uscente Claudio Burlando del Pd, provocando un mezzo scandalo e dimostrando l’inquinamento di quella consultazione, pagato con la clamorosa fuori uscita dal Pd stesso di Sergio Cofferati, il primo contendente della Paita.

Quanto quella posizione ardita (non l’unica sull’ex front destra ligure) non fosse casuale lo dimostrano gli ultimi avvenimenti con questo possibile baratto. Minasso sarebbe disponibile, ritornando a Montecitorio, di correre in soccorso di Renzi, attraverso Verdini, così come ieri è stato disposto a coprire la candidatura della renziana Paita nello scontro dentro al Pd. Va ricordato che quello scontro la Paita lo vinse sconfiggendo appunto Cofferati e correndo poi contro Giovanni Toti, eletto presidente della Liguria a sorpresa.

Il baratto del porto con il seggio parlamentare sta incontrando qualche difficoltà nelle ultime ore, perchè Biasotti è improvvisamente comparso alla fine di una indagine della Procura della Repubblica di Genova sulle cosidette “spese pazze” come indagato per peculato. Lo accusano di avere usato circa undicimila euro dei rimborsi pubblici ai consiglieri regionali per spese private, nella storia infinita che sta processando anche in Liguria una intera classe dirigente politico-partitica.

Si è difeso negando di avere in qualche modo commesso irregolarità e il presidente della Regione Toti da Sanremo, dove stava officiando il Festival della Canzone Sanremo 2016, gli ha rinnovato la fiducia, sostenendo che la candidatura al porto non è in alcun modo inficiata da questa inchiesta.

Altri ostacoli minacciano l’inconsueto baratto: la grande spartizione delle banchine tra centro destra e centro sinistra, che Delrio dovrebbe articolare, sta provocando le reazioni sia del presidente campano De Luca, sia di quello siciliano Crocetta. È possibile, quindi, uno slittamento delle decisioni addirittura a dopo l’estate. E i tempi lunghi mettono in crisi il porto di Genova che avrebbe bisogno di un presidente subito, e anche il baratto stesso che perderebbe un po’ della sua efficacia. Ma non tutta.


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