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De Magistris, Raggi e il terzo infame

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ROMA – Luigi De Magistris sindaco di Napoli è deluso, un po’ anche sconcertato. Ma non per questo diminuisce il suo impegno. Da settimane sta informando l’Italia e se possibile il mondo intero che nel Sud d’Italia opera la forza che sconfigge la globalizzazione, stermina la crisi economica, risana il capitalismo malato, combatte (vittoriosa) con lo Stato centrale italiano sordo e ottuso e ostile. E chi è questa forza? Ma che domanda, ovviamente la forza, la leva che solleverà, già solleva il mondo che c’è, è lui. Lui sindaco e il popolo di Napoli da lui condotto.

Da settimane a cadenza quotidiana De Magistris sindaco di Napoli detta alle agenzie di stampa che il governo di Roma e di Renzi se lo sogna di controllare e di contare qualcosa a Napoli, che Napoli si è liberata e che il Sud si sta liberando, che l’esperienza e l’esperimento politico in atto a Napoli altro che la Comune di Parigi o i carichi di tè gettati in mare a Boston o la presa della Bastiglia…

Niente, le agenzie riportano le clamorose parole però De Magistris nessuno se lo fila. Tutti a guardar la Raggi. E De Magistris, domata l’invidia, ha provato a infilarsi: le Olimpiadi, quelle del 2028, le facciamo noi a Napoli e dintorni. Niente, neanche questa volta un minimo d’attenzione.

E’ che De Magistris è, diciamo così, vittima di un complotto. Il complotto cui aderiscono tutti o quasi consiste nel non prendere sul serio De Magistris. Complotto indubbiamente favorito da agenti internazionali o oscuri e forti poteri e anche che a prendere sul serio De Magistris con tutta la buona volontà un bel po’ non ce la si fa.

Lo senti proclamare la secessione del Sud guidato da Napoli guidato da lui, la secessione dal mondo intero e infame e la sua immagine e sostanza oscillano tra il ragazzo romano/Alberto Sordi che in “Un americano a Roma” faceva in strada il cow boy con l’indice e il pollice come pistole e l’ispettore Clouzot della Pantera Rosa che si faceva assalire in lotte selvagge…dal cameriere. A tratti viene in mente anche quello zio un po’ anziano ma che comunque molto precocemente ogni mezz’ora cerca sotto il letto i nemici da sconfiggere.

Virginia Raggi è invece sotto la luce di tutti i riflettori e di tutte le attenzioni. Tutti la prendono molto sul serio. Forse anche troppo. Ieri sera in televisione un giornalista politico e anche dei migliori è arrivato a definirla dotata di “malizia andreottiana” per come “fa fuori mini direttorio romano, Di Maio…”. Lo spunto? La foto del baciamano di Malagò alla Raggi in cui spunta guarda un po’ l’avvocato Sammarco che, caso o destino, sembra spesso intersecare la vita di relazioni pubbliche della sindaca.

Troppa grazia, troppa esegesi forzata sulla Raggi che è una storia più semplice e genuina di quella che si va a costruire. Quale sia la sua storia lo racconta la Raggi stessa quando si mostra e parla in pubblico: mai riesce a dismettere e fieramente indossa l’aria e il portamento, l’espressione e la postura di colei che ha trionfato…nell’Assemblea di condominio. Quel soffritto di soddisfatti tié che accompagnano ogni suo atto, che corrono in display muto ma lampante sulla sua fronte, che sono l’anima e il corpo della sua idea e prassi della politica e della amministrazione.

L’uno non se lo fila nessuno, l’altra ogni sospiro tutti a leggere l’aria come aruspici. Lui e lei però una cosa in comune (con la minuscola) ce l’hanno: il terzo infame. Il bisogno di un terzo che faccia la parte dell’infame. Altrimenti sia lui che lei, senza l’infame che ci stanno a fare? Raggi è più classica nella scelta dell’infame: la classicissima Casta (quelli di prima, anche se qualcuno di quelli di prima le lavora al fianco in Comune), i super classici “poteri forti”. De Magistris è più immaginifico, vola più alto: infame il sistema, la globalizzazione, il capitalismo finanziario, il governo occulto del mondo.

De Magistris che fa boom con la bocca per ammazzare i cattivi, da adulto e da sindaco. Raggi che come trionfatrice di condominio che si rispetti ha come faro programmatico, anche in Campidoglio, quello di impedire all’altro di fare. Due figli cari, genuini e veri, autentici e naturali di una società disturbata.