Lucio Fero

Movimenti per la casa: 48mila case occupate. Racket su pelle italiani e stranieri

Movimenti per la casa: 48mila case occupate. Racket su pelle italiani e stranieri

Movimenti per la casa: 48mila case occupate. Racket su pelle italiani e stranieri (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Movimenti per la casa, qualunque cosa fossero in origine ora ospitano e allevano, innervano e coprono un racket che agisce sulla pelle di italiani e stranieri.

Si calcola che gli appartamenti, le case, occupate illegalmente in Italia siano circa 48 mila. Un vasto patrimonio immobiliare di fatto “amministrato” dai Movimenti per la casa così come da auto battesimo. Patrimonio immobiliare che si è costituito con la forza: l’81 per cento di queste case sono state prese letteralmente a forza dai “Movimenti” spesso togliendo la casa a chi ne aveva diritto da graduatoria e assegnazione.

I Movimenti per la casa si sono dunque presi a viva forza un dieci per cento della case di edilizia pubblica del paese. Hanno stabilito e sentenziato che è “roba” loro. Sulla base di un diritto che non c’è, non esiste. Ma che incredibilmente viene di fatto almeno in parte riconosciuto.

Peggio, i Movimenti per la casa fanno del patrimonio immobiliare pubblico di cui si sono impadroniti i gestori e gli amministratori. Stabilisco chi deve starci dentro quegli appartamenti. Chi e come. Ne organizzano la vita interna, le gerarchie di chi entra e chi esce. E ne organizzano anche le attività economiche.

Già perché i Movimenti per la casa vigilano e controllano anche che nelle case occupate girino soldi. Non si fanno pagare l’affitto da chi sta dentro le case occupate, questo no. Ma dentro le case occupate si organizzano forme di finanziamento per i Movimenti e si raccolgono soldi per non meglio precisato “servizi comuni”. Come attestano le ricevute trovate nel palazzo di Via Curtatone a Roma appena sgombrato. Tra i “servizi comuni” l’azione, l’esistenza, la copertura, la vigilanza, il governo sulle case occupate da parte dei Movimenti per la casa.

Insomma i Movimenti preparano, studiano e realizzano l’occupazione degli appartamenti. Poi insediano lì chi sta con loro o a loro si affida. Quindi proteggono l’occupazione e gli occupanti con azione politica e soprattutto azione di piazza, trasformando ogni idea o tentativo di ripristino della legalità in un ingestibile (per Comuni, partiti, stampa) questione di ordine pubblico. Trasformando quindi una sottrazione di patrimonio pubblico in situazione di fatto intoccabile.

Qualunque cosa fossero in origine e qualunque cosa fingano anche con se stessi di essere adesso (avanguardia militante dei senza tetto, ronde rivoluzionarie anti proprietà e sistema) i Movimenti per la casa hanno assunto i connotati operativi di una racket. Racket, quello che si impadronisce, si prende un mercato, un’attività, un territorio e dichiara che è roba sua.

Racket dei Movimenti per la casa che opera nelle grandi città del Nord ammantato da panni ideologici sempre più esili, ma pur sempre panni. Man mano che si scende di latitudine i panni calano. Già a Roma l’attività ideologica sconfina con quella del racket e basta. Già a Roma l’assegnazione della case popolari e la loro gestione di fatto è questione di lobby e violenza di cui i Movimenti per la casa sono più spesso registi che comparse.

Più a Sud la cosa si fa ancora più netta: i Movimenti scolorano in racket che vendono le case occupate e forniscono servizio “Chiavi in mano” che comprende la cacciata dell’inquilino se c’è (specie se anziano), cambio della serratura, allaccio abusivo di acqua, luce e gas se utenze disattivate. E graduatorie di accesso alle case gestite dal racket.

Racket delle case pubbliche rubate all’edilizia popolare che si esercita e prospera sulla pelle e a danno sia di italiani che di stranieri. Italiani e stranieri che avrebbero bisogno e diritto (entrambi e allo stesso titolo) a casa popolare. Ma che devono sottostare, obbedire e marciare alla musica di movimenti-racket. Anche questo c’è ormai quasi sempre dietro un’occupazione e uno sgombero. Anche se quasi sempre non piace raccontarlo.

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