Lucio Fero

Terremoto, dighe: rischio Vajont. Quando la smettiamo?

Terremoto, dighe: rischio Vajont. Quando la smettiamo?

Terremoto, dighe: rischio Vajont. Quando la smettiamo? (nella foto Ansa, la diga di Campotosto)

ROMA – Terremoto era ormai titolo un po’ stanco, sono mesi che tira la carretta. E anche “lotta contro il tempo” nell’albergo sepolto è da un po’ di tempo, giorni, che fa pagine e sommari. Quindi quando Sergio Bertolucci della Commissione Grandi Rischi si è lasciato sfuggir di bocca la parola Vajont, il nuovo titolo è apparso fresco, bello, giovane, pimpante. Eccolo: “Dighe, rischio Vajont”.

Dighe, mica il solito campanile che crolla. Dighe niente meno, roba grossa e scenografica, roba kolossal. Dighe, chi non ha visto un film con una diga che vien giù? Dighe e come lo sintetizzo in un titolo corto, in uno slogan? Eccolo: Vajont. Ce l’abbiamo avuta noi in Italia una diga che è venuta giù, quella del Vajont. Non è andata proprio così, il terremoto non c’entrava un tubo e la diga non crollò, fu scavalcata dall’onda sollevata da mezza montagna che franò nell’invaso. Ma stai a guardare i particolari…dai, titola “Rischio Vajont” e vedrai che fa effetto. Dai, che questa del terremoto che ha fatto 50mila scosse sta stufando, dai diamogli una scossa alla pagina e al sommario del telegiornale.

Frega a nessuno, proprio a nessuno, che il titolo “Rischio Vajont” sia falso, bugiardo, ignorante, irresponsabile. Falso fin e proprio dalla radice. Perché nelle parole (la cui vera genesi vedremo tra un po’) dell’uomo della Commissione Grandi rischi l’ipotetico pericolo per le dighe è legato all’ipotesi di un terremoto magnitudo sette. Terremoto che ovviamente non c’è stato. La fondatezza, la “verità”, l’oggettività del titolo “Dighe, rischio Vajont” è pari a quella del titolo “Razza umana, rischio estinzione”. Certo, se asteroide colpisce, guerra nucleare si scatena, pandemia stermina…

Se arriva un terremoto magnitudo sette anche le dighe potrebbero rischiare, ma questa è frase troppo lunga, troppo lunga è la realtà, insostenibilmente lunga (e anche un po’ noiosa) è la realtà. Meglio abbreviare in “rischio Vajont”. Sì, sarebbe il titolo giusto e a misura se il terremoto magnitudo sette ci fosse stato, certo spararlo così non risponde allo stato delle cose, ma che pignoleria! E poi un rischio c’è sempre, qualcuno può negarlo?

Falso il “dighe rischio Vajont”. E anche bugiardo perché racconta un pericolo dighe che oggi non c’è. E ignorante perché Vajont non fu crollo e cedimento diga ma peggio. Due volte ignorante perché Vajont fu Vajont perché uomini sapevano della montagna che veniva giù ma si impegnarono ad ignorare, sottovalutare e nessun terremoto era lì a scuotere la terra. E irresponsabile perché diffonde paura: sindaci che chiudono scuole, cittadini che chiedono protezione.

Quel Bertolucci della Commissione Grandi Rischi, sapendo di vivere in un paese che vorrebbe condannare alla galera le autorità competenti che non avvisano del terremoto in arrivo (è successo, a L’Aquila, è stato un processo, non è un’iperbole) si è tenuto largo e al riparo. Poteva, doveva dire: come tutte le strutture anche le dighe possono risentire danni dalle scosse di terremoto, per questo vengono monitorate si abbassa il livello delle acque negli invasi in modo da diminuire in maniera precauzionale la pressione.

Questo doveva e poteva dire, semplicemente la realtà. Già. e se poi di diga se ne danneggia una e magari qualcuno ci rimette la pelle? Meglio tenersi larghi nell’allarme e riparati dalla pubblica opinione, meglio ripararsi sotto il grande tendone dello “io l’avevo detto”.

Siamo onesti, mettiamoci nei panni di un sismologo, geologo, meteorologo, ingegnere, scienziato e/o tecnico di qualunque delle competenze e mestieri investiti o investibili dalla grande storia terremoto. Li leggono i giornali, non sono né ciechi né sordi né stupidi. Leggono della strada per l’albergo Rigopiano che si scopre nei titoli clamorosi “doveva essere chiusa”, infatti c’era un allarme valanga alle sette del mattino, circa nove ore prima del disastro.

Strada che doveva essere chiusa e, scandalo e colpa, non è stata chiusa. Questo leggono sulla stampa. Ma come, non è la stessa strada che per una sera e una notte non si è riusciti a riaprire per arrivare all’albergo e che ancora oggi è molto difficilmente percorribile? La “notizia” è che forse quella strada andava chiusa d’inverno e di conseguenza l’albergo, almeno negli inverni più duri. Ma la stampa mescola e arronza: andava chiusa la strada per un allarme alle sette del mattino, la strada che tutti hanno tentato e invocato di aprire dalle 17 di quel giorno andava chiusa 10 ore prima…cronache tragicamente ridicole.

E leggono su autorevoli quotidiani della colpa, colpa subdola, dei gestori dell’albergo che niente meno offrivano sconti ai clienti per farli restare invece di abbandonare la struttura. Una circostanza che a posteriori assume una valenza tragica ma che è ovvia e usuale in ogni albergo quando un ospite decide di interrompere la vacanza. Leggono però tra le righe e non tanto tra le righe che…insomma, quello sconto in qualche modo è sospetto. Come se chi lo proponeva volesse trattenere a forza, certo non sapevano arrivava la valanga, però…trattenevano.

E leggono del dolore che la stampa trasforma in indignazione anti Stato del padre che prima ha creduto il figlio fosse tra i salvati vivi e poi non ha avuto più conferma, anzi si trova di fronte alla perdita del figlio. Leggono sulla stampa che questa è una prova provata di accusa contro le autorità incapaci e crudeli che non sono neanche in grado di sapere e comunicare con precisione chi salvano…

Leggono e capiscono: meglio tenersi molto larghi nella prevenzione…dei guai che la stampa e la pubblica opinione ti possono riversare sulla testa. Magari il prossimo intervistato dirà che con un terremoto magnitudo nove si crepa anche il Gran Sasso e si titolerà ” Appennini, rischio Atlantide”. Quando la smettiamo? Quando la smetteremo? Mai, due volte mai.

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