Blitz quotidiano
powered by aruba

Galassie, 2.000 miliardi! Come è possibile? Dio, scienza, mente non bastano

La foto di di Mino Fuccillo

Leggi tutti gli articoli di Mino Fuccillo

ROMA – Galassie, ce ne sono duemila…miliardi. Duemila miliardi di galassie è la cifra che le ultime osservazioni astronomiche stimano come estensione e grandezza (ipotizzabile, solo ipotizzabile) dell’universo. Ogni galassia miliardi di corpi astrali, stelle, pianeti, satelliti, comete, asteroidi. Anzi ogni galassia migliaia, milioni di miliardi di corpi astrali. E questo moltiplicato per duemila miliardi. Cifre, grandezze, dimensioni che possiamo scrivere, trascrivere, leggere…ma in realtà non siamo in grado di pensarle davvero cifre così. Sono troppo fuori scala per una comprensione reale. Noi umani disponiamo della categoria concettuale chiamata matematica per calcolarne cifre così, non disponiamo della categoria spazio-tempo a misura per pensarle cose cosi.

Duemila miliardi di galassie. Come è possibile sia così tanto, enormemente tanto, impensabilmente tanto per gli umani l’universo? A rispondere ci proviamo da millenni e forse anche da prima. La via più battuta alla risposta è la religione, una religione o l’altra. Ce ne sono state innumerevoli di religioni nella storia dell’uomo. Di molte, sparite, vi è ancora traccia. Di altre si può supporre l’esistenza ma non vi è traccia netta, univoca e leggibile, proprio come degli umani prima della scrittura. Nessuna religione, neanche quelle contemporanee che raccolgono la fede, la speranza, la devozione di miliardi di umani oggi in vita, ha mai saputo nulla della vastità dell’universo. Tanto meno il perché. I fondatori delle tre grandi religioni monoteistiche hanno vissuto in tempi in cui dell’universo di fatto si ignorava perfino l’esistenza. E così è stato a maggior ragione per i culti dei tempi precedenti e così è per le mille sette della religiosità planetaria.

Non sapevano nulla, un accidenti di nulla le religioni. Però fornivano, hanno fornito e forniscono due risposte-tipo alla domanda come sia possibile l’universo da duemila miliardi di galassie. Risposta tipo numero uno: non c’è risposta perché la risposta è un mistero inconoscibile imperscrutabile alla mente e conoscenza umana e soltanto il dio creatore sa. Tu, uomo, non puoi e non devi sapere, magari neanche domandare e domandarti troppo. La risposta tipo numero uno, il non c’è risposta perché è un mistero della divinità, ha funzionato e funziona ancora come gigantesco placebo alla “malattia” della conoscenza. Si assume il placebo, ci si convince di star meglio, quasi bene. In fondo si sta meglio, quasi bene. Basta non esporsi agli spifferi della realtà e al vento della ragione.

La seconda risposta tipo delle religioni è assolutamente tautologica: la creazione si spiega con la creazione. Bene. Ma come è possibile che in questa enorme, inconcepibilmente enorme creazione (duemila miliardi di galassie) il creatore abbia voluto manifestarsi proprio qua sulla Terra? Se c’è un creatore conscio dei duemila miliardi di galassie possibile che abbia comunicato, si sia rivelato solo ai terrestri mediante un Buddha, un Maometto, sia sia incarnato in un Cristo solo terrestre? O il creatore ha dovuto replicare l’Avvento, l’Annunciazione, la Passione, la Resurrezione in una serialità galattica? La religione risponde alla domanda del come è possibile ma dà vita a paradossi perfino improbabili. La religione non basta a dirci come è possibile se ce lo domandiamo davvero. Se vogliamo una risposta che abbia funzione di ansiolitico esistenziale, la religione è lì, efficace, pronta e utile. Ma altro la religione, le religioni, in termini di risposta sul come è possibile non possono dare.

Allora la scienza, le scienze? Sì, come metodo, forse. Ma quanto alla sostanza, alla materia viva della domanda come è possibile un universo da duemila miliardi di galassie con la scienza e le scienze siamo a…”carissimo amico…”. La scienza e le scienze non sanno, non sanno spiegare. Lavorano, ipotizzano, sperimentano, avanzano. Ma è incommensurabile la sproporzione tra le dimensioni, quantitative e qualitative, dell’universo e il sapere scientifico degli umani. La scienza può essere l’unica certezza dell’umano raziocinante, ma è certamente certezza microscopica.

Allora la filosofia, il lavoro della mente? Fino a che si è trattato di cercare di dare una filosofia alla storia, alla scienza stessa, agli umani, insomma alla Terra, al nostro pianeta, ai suoi fenomeni naturali e sociali, la filosofia ci ha provato. Elaborando via via sistemi di riferimento logico cognitivi, insomma studiando il pensare, insegnando a pensare. E anche tentando di mettere le braghe al mondo…fino a sostanzialmente demordere, va infatti preso atto che qui e oggi una disciplina generale del sapere non è più contemplata, anzi chi la coltivasse incorrerebbe nell’accusa di “ideologo” niente meno.

E allora che, chi, come? Duemila miliardi di galassie con un solo Dio o al massimo un paio? Con una sola umanità o meglio con una sola specie viva senziente? Con una sola storia? Con un solo tempo? E cosa è il tempo in duemila miliardi di galassie? Non basta neanche raccontarci che ci possono essere qua e là civiltà aliene. La questione è cosa è davvero vita o addirittura quella cosa minore che chiamiamo civiltà in una scala di duemila miliardi di galassie. La stessa fisica o no? La stessa chimica o no? Lo stesso tempo o no? Lo stesso spazio o no? E che rapporto c’è tra quella cosa enorme e complessa che ciascuno di noi appare a se stesso e che se va bene dura otto o nove decenni e duemila miliardi di galassie che durano decine di miliardi di anni? Possibile un creatore abbia creato in unica volontà e tempo entità così ontologicamente dissimili? Possibile un caso abbia combinato insieme tanta incalcolabile e mutevole vastità? Possibile un pensiero che pensi tutto questo? Religioni, scienza e mente non ce la fanno. E di fronte ai duemila miliardi di galassie, se ci pensiamo davvero, non possiamo che provare uno stupore annichilito molto parente di quello dei nostri antenati di fronte ad una eclissi. Ma quando mai ci pensiamo davvero?