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Mangiatoie pubbliche: 5.000 chiuse. Vera riforma oscurata

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ROMA – Mangiatoie pubbliche, mangiatoie di denaro pubblico. Altrimenti dette società partecipate dalla mano pubblica. Ce ne sono in Italia quante davvero non si sa: chi ne conta novemila, chi diecimila, chi di più. Difficile tenere il conto perché la mano pubblica le assembla in continuazione e, quando una appare non più presentabile non fosse altro che per acclarata inutilità o manifestata indecenza, le cambia nome e la tiene comunque in vita. Regioni e Comuni sono i maggior fabbricatori di mangiatoie, se ne fanno un obbligo, un vanto, uno scudo. Da decenni.

Ora però è legge una vera riforma: entro sei mesi c’è l’obbligo per cinquemila di queste mangiatoie di chiudere. Quali? Quelle che si occupano o fanno finta di occuparsi del mondo intero e non solo dei servizi di pubblica utilità. E’ pieno invece di società partecipate dalla mano pubblica che si occupano ad esempio…di commercio. Ma non c’è comparto dell’attività umana per cui non ci sia una partecipata. Se li inventano perfino i comparti dell’attività umana.

Quelle dove il numero dei consiglieri d’amministrazione è superiore al numero dei dipendenti. Ce ne sono, eccome se ce ne sono. E basta questo “particolare”, più consiglieri d’amministrazione che lavoratori a spiegare a cosa servono: a distribuire poltroncine, incarichi, retribuzioni. A chi? Al per così dire “sottoceto” politico, alle mini caste del potere locale. Ma anche alla società sedicente civile delle professioni compiacenti.

Quelle che fatturano meno di un milione di euro, cioè quelle scopertamente delle mini mance elargite da sindaci e governatori.

Quelle che chiudono in rosso quattro bilanci su cinque, quelle dunque talmente basse e vaste come mangiatoie da costituire un sensibile pizzo e tassa sulle casse pubbliche, quelle dove se ne fregano sistematicamente di quel che fanno e di come lo fanno e si occupano solo di riempire di soldi pubbliche la mangiatoia.

Con grande, tenace, sorda e silenziosa opposizione di gran parte del Parlamento, ivi compreso M5S, la legge che impone di chiuderle ce l’ha fatta a stento a passare. Chi obiettava che si “mortificano le realtà locali”, chi accusava di “dirigismo”, che “il problema è ben altro”. Erano in tanti ad opporsi, così come si sono opposti con successo per anni. Chiudere 5.000 mangiatoie (se ci si riuscirà davvero) è tragedia e sciagura per la politica della clientela, della mancia e della poltrona tanto quanto è balsamo per le casse e la moralità, onestà perfino delle casse e della cosa pubblica.

Però è passata. Non mancheranno i boicottaggi, saranno anzi numerosi e molti andranno in porto. Il primo, massiccio boicottaggio però non viene dal ceto politico e neanche dagli amministratori ed enti locali e neppure dalla burocrazia e nemmeno dai “mangiatori”. Questi si stanno organizzando ma non fanno rumore, il silenzio gli conviene. Il primo grande boicottaggio viene dalla pubblica opinione e dalla comunicazione di massa.

Una vera riforma, una concreta revisione della spesa inutile e peggio che inutile, una riforma che migliora le casse pubbliche, il pubblico costume e la pubblica onestà, cinquemila mangiatoie pubbliche chiuse, le tanto esecrate mangiatoie della Casta, tutto questo merita attenzione nulla e righe scarse. Oscurare d’istinto e in massa una riforma vera, cosa induce, convince, seduce, conduce e compiace l’esser così orbi?