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Al Bano: “Quando sparì Ylenia il Tg1…”

Al Bano (foto Ansa)

Al Bano (foto Ansa)

ROMA – Intervistato dal Messaggero, Al Bano ricorda il giorno della scomparsa della figlia Ylenia: “Il male non passerà mai. Sono sempre stato con le antenne dritte e purtroppo ho capito subito cosa le era accaduto. Io e Romina in quegli anni tristi e cupi abbiamo subìto cose truci e trucide. Un assalto mediatico vergognoso e un dolore così profondo davanti al quale annullarsi o perdersi per sempre sarebbe stato facile. Toccai il fondo e mi rialzai. Mi salvò la fede in Dio”. “Una troupe del Tg1 – racconta Al Bano – sosteneva che in realtà avessi nascosto Ylenia in casa per farmi pubblicità. Mi chiamò un giornalista di punta, un nome noto. Mieloso, peloso: Se ci dà un’intervista, tratteremo il caso con la dovuta umanità e delicatezza. Lo mandai affanculo”.

Qual è lo stato dei rapporti con Romina? Dopo anni di accuse reciproche siete tornati a suonare insieme. Il 28 luglio sarete all’Auditorium di Roma, il giorno dopo a Chieti e poi ad agosto, il 6 e l’8, a Cagliari e a Cattolica.

«Abbiamo avuto il periodo della grande solarità e poi quello della tempesta. Adesso è risorto il sole. Siamo coscienti di avere dei figli insieme. Lei aveva smesso di cantare, ora ha ripreso e si diverte. Credo anche abbia capito che non ero quello che dipingevano all’esterno».

E cioè?

«Una persona che non rispetta la libertà altrui. Una menzogna. Lei mi lasciò e io con sofferenza lo accettai. Perché ogni essere umano ha diritto alla sua libertà e alla sua indipendenza e Romina, sottolineo, dipendente da me non è mai stata».

Il giorno del suo matrimonio lo ricorda?

«Nella chiesa di Cellino San Marco entravano sì e no 400 persone. Il 26 luglio del ’70, il giorno della sauna, si presentarono a migliaia».

Costruiste il vostro nido, Curtiprizzi, Corte di pietre e i giornali scrissero che Barbablù stava rinchiudendo la principessa americana in un luogo lontano e inaccessibile.

«La Puglia era il sogno di Romina: Mi ricorda la California diceva e io che amavo la mia terra, ma non avevo alcuna intenzione di tornarci e anzi ero scappato, mi feci convincere. Scrissero tante cazzate, i giornali. E i due simpatici figli di p*****a, Roberto D’Agostino e Renzo Arbore, calcarono la mano anche anni dopo ne Il peggio di Novella 2000. Gli feci causa. Non la vinsi, ma la intentai».

Che scrissero D’Agostino e Arbore in quel libro?

«Oggi siamo amici, ma all’epoca mi fece arrabbiare una battutaccia su Romina. Giocando su Roma e Creta le diedero della cretina. Ci arrabbiammo. Oggi è acqua passata: se ci vediamo, con Renzo e Roberto ci abbracciamo».

Torniamo alla politica? Lei disse che rifiutando di prendere una precisa posizione nei confronti di un partito che aveva un peso determinante nel mondo dello spettacolo, aveva decretato la sua morte artistica.

«Confermo. La sinistra non mi attraeva in alcun modo, anche se forse ero molto più di sinistra di tanti altri e avevo cantato Il ragazzo che sorride di Theodorakis, acerrimo avversario dei colonnelli greci, ad Atene davanti a 90.000 persone in delirio. La violenza politica che vedevo dietro le bandiere e gli slogan però mi disgustava. Era inaccettabile. Era squallore umano allo stato puro. Rivoluzione dicevano, ma a vantaggio di chi? A favore di che cosa? Io ero figlio di contadini. Ero per la costruzione non per la distruzione. E comunque, non c’era bisogno che arrivasse Gaber per mettere in luce l’insensatezza di certe categorie sventolate per ottenere qualcosa al momento della spartizione. A sinistra, artisticamente parlando, c’era la pagnotta. È una verità indiscutibile».

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