(Foto Ansa)
“Nonno ho paura della guerra”, improvvisamente un mio nipotino di 12 anni mi ha gelato con questa confessione. Che arriva ora, dopo quattro anni di Ucraina, dopo Gaza e dopo tutto il resto che rimbalza nel mondo.
Allora ho incominciato a pensare che cosa è oggi per noi boomers, nati subito dopo la fine della guerra e non solo per noi, la reale paura della guerra. Come torna questo sentimento, in questo caso attraverso le labbra infantili di un ragazzino nato nel 2014, terzo Millennio avviato.
La paura della guerra era quella trasmessa dai nostri genitori, dalla generazione che l’aveva subita o fatta la guerra e che noi vivevamo in ricordi di tanti tipi e forme, lunghi, dettagliati, ripetuti oppure silenziosi.
Mio padre parlava per ore della sua guerra, sosteneva che era stato il periodo nel quale si era sentito più utile perché aveva salvato nei Balcani tante vite di soldati italiani. Altri non ne volevano tanto parlare di quel periodo perché riportava a galla sofferenze sepolte, ma ancora pungenti.
Prigionie dure, magari in campi lontani perfino dal luogo degli scontri, esodi a piedi dalla Russia da attraversare per intero, inseguiti dai soldati che liberavano il loro immenso paese. O i racconti delle madri, delle donne di quel tempo, di privazioni e di creazioni per sopravvivere, per mangiare, per avere una finta normalità quotidiana.
Gli sfollati che facevano i dolci senza zucchero, che non c’era più, ma sembravano eguali con la panna finta sopra.
La guerra era qualcosa che era finito e lasciava questa scia di paura e questa affermazione che era entrata nel nostro dna come una sentenza definitiva. Mai più.
Ci confortavano gli assetti internazionali, seppure con qualche brivido che percepivamo. La Cortina di ferro e di là cosa pensano, cosa fanno, se ogni tanto i loro carri armati invadono i paesi fratelli o se piazzano i missili a Cuba?
Nel 1956 l’invasione russa dell’Ungheria, il grido della popolazione, che sentivamo per radio: “Venite a liberarci”.
Allora ero io il bambino di pochi anni che ascoltava, ma non temeva la guerra.
I russi cattivi, come erano stati cattivi i nazisti e la storia terribile dei campi di concentramento, che scoprivamo non tanto chiaramente, pezzo per pezzo, campo per campo, orrore per orrore e poi i racconti di un compagno di scuola ebreo, che raccontava la storia della sua famiglia, la fuga o la cattura.
Nascondersi, scappare, essere presi, quei treni piombati verso l’ignoto che diventava l’orrore assoluto. Erano storie che ci sembravano oramai antiche.
Quanto odio scoprivamo, che pensavamo sradicato!
Ma era ieri, era la guerra finita, erano gli odi sconfitti dai “buoni”.
Siamo cresciuti informati dai film, dove la guerra finita aveva mille fantastiche rappresentazioni, prima agiografiche, poi realiste, poi più crude, come quando arrivò anche “Salvate il soldato Ryan” e scoprimmo il sangue, le budella sventrate dalle pallottole e soprattutto la paura sulla faccia di chi sapeva che andava a morire.
Uscivamo da quel film in un silenzio totale di tutti gli spettatori.
Respingevamo, pur ammirati e colpiti dalla sua rappresentazione, la paura fisica.
La paura noi l’abbiamo sepolta sotto tutto questo memorie storiche, famigliari, smozzicature di studi scolastici che di quello scrivevano il meno possibile, racconti, film, flash di attualità, anche quando i nostri coetanei americani partivano per il Vietnam a rischio di morire e tornavano eroi storpi o impazziti o in quelle bare avvolte dalla bandiera, con tutti gli onori militari, i soldati perfetti, la cerimonia ferrea. Ma era lontano, tanto lontano e noi dimostravamo contro quella guerra, di cui facevamo fatica a capire quello che oggi è lampante: il dominio del mondo è sempre una storia di guerre, anche lontane, improvvise, con i vietcong nascosti nei tunnel scavati nella giungla, sterminati con il Napalm, le guerre africane che ci avrebbero portato l’emigrazione, profonde e misteriose, anche qui questioni di dominio, magari di un’etnia sull’altra.
L’Afghanistan che inghiottiva prima i russi poi gli americani nelle sue gole in mezzo a montagne inaccessibili. Ma era sempre lontano o paradossale, come quando la Thatcher mandò la flotta inglese a conquistare le isole Malvinas, che gli argentini volevano prendersi. Uno spot rapido e breve.
La guerra? Era così ai nostri tempi: lontana in fondo al mondo, alla fine del mondo e quasi come una piccola esercitazione di potenza.
Ecco perché la confessione di un ragazzino, che vive nel 2026 e improvvisamente scopre questa paura, perché lo scenario è cambiato, diventa come un sasso nello stagno che allarga le sue spirali.
Tutto è più vicino per effetto della tv e dei telefonini, che anche loro, millennials, generazione zeta, come li chiamiamo, seguono magari un po’ inconsciamente nel rullio delle informazioni che vomitano incessantemente notizie di guerra, di missili, di droni, di incendi, di stragi, di bimbi morti a grappoli in asili, in ospedali, sempre più insistenti.
E allora anche noi facciamo i conti di nuovo e in altro modo con la paura che non è quella antica ,ma assume le dimensioni diverse di un incubo, al quale non sappiamo dare confini. Abbiamo paura di essere colpiti anche noi da un razzo, da un missile da un drone? Abbiamo paura che questo cambi radicalmente la nostra vita da un momento all’altro, come quelli che erano nel Golfo magari a farsi una vacanza e ora sono nascosti nel sotto scala dell’hotel?
Abbiamo paura della catastrofe economica, che riguarderà anche noi, la borsa che esplode, il gas che va alle stelle, le bollette che impazziscono, le privazioni di ogni tipo che, comunque, arriveranno, anche se i razzi non li vedremo….. sulle nostre teste. Paura si. Una nuova paura e al ragazzino cerchiamo di dire parole di rassicurazione, pescandole nel nostro passato. Ma la paura ce l’abbiamo anche noi, perché la guerra è l’ignoto. Ieri come oggi.
