Il cacciamine Gaeta a Venezia nel 2023 (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
Una eventuale missione nello Stretto di Hormuz vedrà l’Italia come protagonista. A spiegarlo nella giornata di mercoledì è stato il capo di Stato maggiore della Marina militare, Giuseppe Berutti Bergotto. La missione potrà partire solamente qualora fossero rispettate le condizioni che la premier Meloni ha stabilito insieme alla Francia, la Germania e il Regno Unito, gli altri Paesi che hanno partecipato al Vertice di Parigi della settimana scorsa. La condizione primaria è quella che dovrà esserci una cessazione delle ostilità “in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali e con una postura esclusivamente difensiva”.
Ma con che navi parteciperà l’Italia? Bergotto ha spiegato che verranno impiegati due cacciamine con un’unità di scorta, probabilmente una fregata, e una di logistica. Queste ultime due navi potranno essere impegnate in condivisione con gli alleati. Queste navi serviranno a scortare le cacciamine per evitare possibili attacchi dei pasdaran che potrebbero avvenire con dei barchini. Delle 8 cacciamine della flotta, un’eccellenza italiana, che impegnano un equipaggio di 50 uomini ciascuna, alcune sono in manutenzione altre già impegnate. Due però sono già pronte ed operative.

Gli impegni assunti dall’Italia
Attualmente l’Italia ha assunto il maggiore impegno tra i Paesi, essendo presente nelle missioni Aspides contro l’offensiva degli Youthi e Atalanta contro la pirateria. Roma partecipa da tempo a queste due distinte operazioni con due fregate, la Rizzo e la Bianchi.
Spiega Bergotto che “si tratta di attività che vengono fatte in ambienti internazionali e all’interno di coalizioni Nato, dell’Unione europea o di coalizioni internazionali abbastanza corpose. Questo perché aiuta l’efficacia dell’operazione: c’è uno scambio di informazioni, ci sono più mezzi a disposizione e anche dal punto di vista internazionale c’è una maggiore sicurezza”.
Prosegue il capo di Stato maggiore della Marina militare: “Anche in Mar Rosso (per Aspides) e nell’Oceano Indiano (per Atalanta) siamo all’interno di una coalizione e siamo lì come Europa, ma mi preme dire che ad oggi, in entrambe le operazioni, ci sono solo navi italiane. Nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra, noi lì siamo force commander, cioè siamo il comandante del mare e agli inizi di maggio farà parte di quella Forza anche una nave greca. Però ad oggi ce n’è soltanto una italiana”.
Come operano i cacciamine
I cacciamine lanciano onde sonore in acqua per poi ascoltarne l’eco: è così che i cacciamine della Marina militare, grazie ai sonar, salvano la vita degli equipaggi scovando ordigni da disinnescare nei fondali. La Marina ne ha otto con base a La Spezia.
Si tratta di imbarcazioni non molto grandi, lunghe cinquanta metri e larghe dieci per cinquecento tonnellate di peso. Gli scafi vengono realizzati con materiali che riducano al minimo la loro traccia magnetica come la vetroresina, per eludere i rischi di detonazione delle mine. Il loro strumento di ricerca degli ordigni è il sonar, che realizza un’immagine dei fondali intorno come una sorta di radar, lanciando onde sonore il cui eco restituisce le informazioni necessarie. Una volta identificati i bersagli, si passa alla fase investigativa attraverso un drone subacqueo, filoguidato e con delle telecamere. Ad essere pronti ad entrare in azione sono anche i palombari della Marina militare specializzati nel disinnesco di ordigni, il corrispettivo del genio degli artificieri di terra. In altri casi vengono utilizzati gli stessi droni subacquei, che utilizzano i propri sonar per poi trasmettere le informazioni ai cacciamine madre. A bordo c’è anche una camera iperbarica, per trattare eventuali embolie del personale subacqueo e quindi per eventuali attività mediche di soccorso immediato.
In generale, in una giornata sarebbe possibile mappare un’area fino a dieci miglia quadrate di campo minato a seconda della zona in cui si opera. I cacciamine necessitano spesso di una fregata e di una nave logistica di appoggio.
Cacciamine italiani già usati a Hormuz nel 1987
Queste navi, impiegate a Hormuz dall’Italia per la prima volta nel 1987 durante la prima crisi del Golfo, negli anni hanno rintracciato migliaia di detonatori e continuano tuttora a farlo, anche con attività di bonifica al largo di tutte le coste italiane, per rimuovere ordigni risalenti alla seconda guerra mondiale e ancora presenti nelle nostre acque. I loro antenati sono invece i dragamine, in disuso da svariati decenni, che intercettavano mezzi a bassa tecnologia. Oggi la Difesa sta invece sviluppando nuove cacciamine, per otto nuovi mezzi navali di questo tipo che dovrebbero arrivare nei prossimi anni.
