Dazi, Trump non sa più cosa inventarsi: dal cilindro esce il "lavoro forzato". Cosa significa, perchè lo fa (frame youtube)
Dazi, sempre dazi, fortissimamente dazi: il manifesto politico che ha contribuito al suo successo elettorale costringe Trump a non recedere di un passo rispetto all’agenda MAGA. Nemmeno quando agiscono a dispetto della razionalità economica, nonostante lo stop della Corte Suprema, in spregio, è notizia di queste ore, persino al senso del ridicolo.
Dazi del 10% o 12,5% a 60 Paesi per non aver contrastato il lavoro forzato
L’amministrazione Trump non sa più a che santo votarsi: l’ultimo stratagemma escogitato per ripristinare gli amati dazi aggirando la Corte Suprema si basa infatti sul bizzarro convincimento che gli stati concorrenti degli Usa beneficino di un indebito vantaggio commerciale, perché nulla avrebbero fatto per impedire le importazioni di beni realizzati con “lavoro forzato”.

Il che, nel caso europeo, appare risibile e contraddittorio (a prescindere dalla distanza abissale in tema di diritti del lavoro fra le due sponde dell’Atlantico). A parlare è lo stesso Trump che stigmatizza un giorno sì e l’altro pure la catena di lacci e lacciuoli di ordine etico e giuridico con cui l’invisa Unione europea frenerebbe la libera espansione del commercio a stelle e strisce?
Senza contare che, se di lavoro forzato si discute quale modalità inaccettabile di produzione, forse è utile considerare che questa deprecabile modalità vale soprattutto, se non in via esclusiva, per le produzioni a scarso valore aggiunto, largamente fuori dunque dal perimetro concorrenziale che riguarda i prodotti a elevato tasso di innovazione tecnologica della capacità produttiva americana.
Lo stop ai dazi della Corte Suprema: abuso di potere esecutivo
Gli Stati Uniti quindi riaprono il capitolo dei dazi per sostituire su nuove basi legali quelli al 15% cancellati dalla Corte suprema americana per abuso del potere esecutivo da parte dell’amministrazione Trump (la Corte non ravvede emergenze tali da giustificare i provvedimenti presidenziali esecutivo che bypassano il Congresso).
Il rappresentante per il Commercio Usa, Jamieson Greer, ha proposto adesso un nuovo schema, annunciando nella notte come dovrebbe funzionare: le tariffe doganali sono destinate a colpire 60 Paesi, inclusa l’Ue, tutti accusati di non aver agito in maniera propria contro il lavoro forzato.
Le tariffe proposte variano dal 10% al 12,5% e saranno all’esame di un periodo di consultazione pubblica prima della decisione finale, ma hanno già trovato l’opposizione di Paesi come Brasile e Cina, nonché dell’Ue.
La Commissione europea “prende atto” delle azioni proposte dagli Usa ma “ritiene che i dazi imposti per questi motivi siano ingiustificati”, ha affermato da Bruxelles il portavoce per il Commercio, Olof Gill.
La sezione 301 della legge del 1974
Dopo che la Corte Suprema ha annullato la serie di dazi imposti dal presidente Trump a febbraio, i funzionari americani hanno avviato un nuovo ciclo di indagini commerciali come passo necessario verso l’imposizione di dazi più duraturi e strutturati su base legale.
Sono in corso analisi sulla sovraccapacità industriale, ma per il momento Trump e la sua amministrazione si aggrappano alla sezione 301 della legge del 1974 contro le pratiche “discriminatorie”, “irragionevoli” e “ingiustificabili” che colpiscono le imprese americane.
