Nucleare, l’Italia riparte dopo quasi 40 anni: dalla legge alle centrali, tutti i nodi ancora da sciogliere (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Con l’approvazione definitiva del Senato del 23 settembre, l’Italia ha compiuto un passo importante verso il ritorno all’energia nucleare. Il disegno di legge delega in materia di energia nucleare sostenibile è stato approvato con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astensioni.
Il provvedimento non significa però che i cantieri delle nuove centrali possano partire immediatamente. La legge delega stabilisce infatti la cornice normativa entro cui il Governo dovrà intervenire con successivi decreti legislativi. Il termine previsto per l’esercizio della delega è di 12 mesi dall’entrata in vigore della legge.
L’obiettivo è disciplinare la produzione e l’utilizzo dell’energia nucleare sostenibile, la sicurezza degli impianti, la gestione dei rifiuti radioattivi, il combustibile nucleare e anche la ricerca e lo sviluppo dell’energia da fusione.
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il 2033-2034 come possibile orizzonte per l’avvio della produzione nucleare in Italia, precisando che si tratta di una stima e che molto dipenderà dai passaggi ancora necessari.
Le nuove centrali e gli Small Modular Reactors
Prima di arrivare alla costruzione degli impianti sarà necessario definire numerosi aspetti tecnici e amministrativi. Tra questi ci sono le procedure di autorizzazione, il sistema di controllo e le certificazioni necessarie per i nuovi reattori.
Il Governo punta in particolare sugli Small Modular Reactors (Smr), reattori di dimensioni più contenute rispetto alle grandi centrali tradizionali. La nuova normativa dovrà inoltre stabilire il ruolo dell’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione e disciplinare le procedure relative alle autorizzazioni.
Un altro tema riguarda gli investimenti. La realizzazione di nuovi impianti richiederebbe infatti strumenti finanziari in grado di ridurre i rischi per gli operatori coinvolti. I tempi indicati dal ministro restano comunque una previsione: l’avvio della produzione nel 2033-2034 è stato definito dallo stesso Pichetto come uno scenario possibile “ben che vada”.
Dal referendum ai possibili siti
Il ritorno al nucleare arriva a quasi quarant’anni dal referendum del 1987 che seguì il disastro di Chernobyl e dalla successiva chiusura degli impianti italiani. Il tema era tornato al centro di una consultazione referendaria anche nel 2011. La nuova legge riapre quindi una questione che nel corso dei decenni ha diviso profondamente il dibattito pubblico italiano.
Anche la scelta dei territori nei quali realizzare eventuali nuovi impianti sarà complessa. Serviranno valutazioni tecniche, ambientali e autorizzative legate, tra gli altri aspetti, alla disponibilità di acqua per il raffreddamento, al rischio sismico, alla rete elettrica e alla presenza di infrastrutture adeguate.
Tra le aree che potrebbero essere valutate in futuro vengono ricordati anche alcuni territori che in passato hanno ospitato centrali, come Trino, Caorso, Latina e Sessa Aurunca. I vecchi impianti, però, non possono essere semplicemente riutilizzati: eventuali nuovi reattori richiederebbero progetti e autorizzazioni completamente nuovi.
Il nodo delle scorie e il caso Viterbo
Parallelamente alla discussione sulle nuove centrali resta aperto il problema della gestione dei rifiuti radioattivi. L’Italia deve infatti individuare un Deposito nazionale destinato a raccogliere i materiali provenienti dalle attività nucleari civili e dalla precedente gestione degli impianti.
Nella Carta Nazionale delle Aree Idonee sono state individuate 51 aree potenziali, 21 delle quali nella provincia di Viterbo. Il 22 settembre il Consiglio provinciale e l’Assemblea dei sindaci della Tuscia hanno però approvato all’unanimità una perizia elaborata da nove specialisti, secondo cui nessuno dei 21 siti viterbesi rispetterebbe le condizioni necessarie per ospitare il Deposito nazionale.
Le osservazioni riguardano in particolare le caratteristiche idrogeologiche del territorio, la presenza di falde acquifere, il rischio sismico, la viabilità, la vicinanza dei centri abitati e la forte vocazione agricola della provincia, che comprende anche quattro biodistretti. La questione delle scorie si conferma così uno dei passaggi centrali da affrontare mentre l’Italia prova a costruire il nuovo quadro normativo per il ritorno al nucleare.
