Stipendi dei magistrati, Meloni dice no agli aumenti: bufera per gli insulti social di un giudice alla premier (foto ANSA) - Blitz quotidiano
È polemica dopo il rifiuto della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di firmare il decreto necessario a destinare le risorse per gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati. Un magistrato in servizio alla Procura di Roma ha pubblicato su Facebook un commento offensivo nei confronti della premier: “La nana borgatara non ha tempo per firmare un decreto. Ci penserà un commissario ad acta! Povera Italia”. Il post, successivamente cancellato, è stato riportato dall’agenzia Adnkronos.
La vicenda riguarda gli adeguamenti retributivi che, secondo quanto stabilito dal Consiglio di Stato, non sarebbero stati calcolati correttamente. Le differenze tra gli importi dovuti e quelli effettivamente corrisposti riguarderebbero circa 11mila magistrati italiani, per una cifra complessiva stimata in 970 milioni di euro.
Meloni ha spiegato di non voler firmare il Dpcm necessario a stanziare le risorse. “In coscienza – ha detto Meloni – non posso mettere la mia firma su un Dpcm con il quale dovrei destinare quasi un miliardo di euro agli aumenti di stipendio dei magistrati”.
La replica di Meloni e la posizione dell’Associazione nazionale magistrati
La presidente del Consiglio ha giustificato la propria posizione richiamando le difficoltà economiche del Paese e le risorse necessarie per affrontare le esigenze di altri settori, a partire dall’autotrasporto. La premier ha evidenziato che la somma richiesta sarebbe “dieci volte tanto rispetto a quello che sto cercando solo per affrontare il tema dell’autotrasporto e impedire che si blocchi la consegna delle merci in tutta Italia”.
Meloni ha inoltre dichiarato di essere disponibile al confronto con le associazioni rappresentative e ha aggiunto: “Se il Consiglio di Stato lo riterrà opportuno, nomini pure il commissario – ha concluso la premier -. Ciascuno si assumerà le proprie responsabilità”.
L’Associazione nazionale magistrati ha replicato sottolineando che gli adeguamenti sono previsti dalla legge e che gli importi effettivi sarebbero sensibilmente inferiori alle cifre circolate. “La magistratura non può essere trasformata nel capro espiatorio delle difficoltà economiche del Paese. Nessun regalo, nessun bonus, nessun aumento: le somme di cui ha parlato in queste ore la presidente del Consiglio sono differenze retributive previste dalla legge e non corrisposte per anni, non paragonabili a quelle ipotizzate in questi giorni”, ha dichiarato la giunta esecutiva centrale dell’Anm.
Il vicesegretario dell’associazione ha inoltre prospettato la possibilità di un ricorso: “Il governo decide, ma se ci sono dei margini faremo un ricorso. Utilizzeremo gli strumenti che l’ordinamento ci riconosce per far valere i nostri diritti, che sono gli stessi diritti degli altri cittadini: dunque eventualmente valuteremo il ricorso”.
Il post offensivo scatena le reazioni: chiesta una verifica disciplinare
Le parole pubblicate dal magistrato hanno provocato ulteriori reazioni istituzionali. L’Anm ha preso le distanze dal commento, definendolo inappropriato e incompatibile con il rispetto dovuto alle istituzioni. “Il rispetto istituzionale è il prerequisito di ogni interlocuzione fra magistratura e governo. Per questo riteniamo profondamente inappropriate le parole rivolte alla presidente del Consiglio sui social da un magistrato di Roma. Ne prendiamo le distanze con fermezza”.
Anche un componente laico del Consiglio superiore della magistratura ha chiesto l’apertura di una pratica per verificare i fatti e valutare l’eventuale presenza di profili disciplinari. La richiesta si basa sulla necessità che chi esercita funzioni giudiziarie mantenga equilibrio, correttezza e rispetto delle istituzioni anche nel dibattito pubblico.
Sulla vicenda è intervenuta anche una deputata di Forza Italia, secondo cui “un linguaggio del genere è del tutto incompatibile con il ruolo, la dignità e la terzietà che ogni uomo delle istituzioni, a maggior ragione chi indossa una toga, dovrebbe sempre preservare. É doveroso che il Csm valuti tempestivamente l’accaduto e adotti le misure necessarie a tutela del decoro della funzione giudiziaria”.
