Perché hanno cacciato Marino? La causa segreta ha un nome…

di Marco Benedetto
Pubblicato il 1 Novembre 2015 7:37 | Ultimo aggiornamento: 2 Novembre 2015 7:39
Perché hanno cacciato Marino? La causa segreta ha un nome...

Un camion della Coop 29 giugno all’opera nelle strade di Roma per la raccolta dei rifiuti. La “privatizzazione” di Ama è in atto

ROMA – Che Ignazio Marino dovesse essere cacciato da sindaco di Roma era scritto nel muro. Doveva essere allontanato fin dai primissimi giorni, quando impose per pura ideologia la chiusura al traffico privato di via dei Fori Imperiali.
Ma non per questo lo hanno cacciato.
Forse non si riuscirà mai a capire il vero perché. Dai giornali si sono percepiti gli increspamenti sulla superficie dell’acqua ma sotto l’acqua era così opaca che non mi è stato possibile far emergere le vere ragioni.

Ho la sensazione di una doppia realtà. Una è quella che vediamo tutti: lo scandalo delle note spese. Come dice Marco Travaglio, è solo un pretesto. Una  quella che sta sotto la superficie dello scandalo, quella vera, che pochi vedono e nessuno dice.
L’analisi che ha fatto Marco Travaglio individua una serie di punti ma non va a fondo su quello che a mio giudizio è il punto chiave, l’attacco di Marino alla struttura di potere, e non solo, del Pd a Roma, e non solo. Non mi scandalizzo della reazione del Pd. Un partito è la struttura organizzativa di un soggetto politico, che ti dà e alla quale devi. Liberamente vi aderisci, liberamente devi obbedire. Un partito non vive d’aria. La democrazia moderna si distingue dalla politica come era prima del suffragio universale o semi universale, per il fatto che non solo gli aristocratici e i ricchi oggi possono fare politica. I ricchi non avevano bisogno dei rimborsi spese. Pranzi e cene, elemento strutturale della attività politica, se li pagavano con i ritorni sui loro affari econonomici e finanziari un milione di volte più grandi. Tutta la polemica sui rimborsi spese è sbagliata e molto demagogica ma anche classista e anti democratica.
Torniamo a Marino. Per due anni a Marino hanno lasciato fare di tutto. Ha sfasciato Roma, ha allontanato dal Pd un bel po’ di gente, nessuno ha detto nulla. Un bel giorno hanno scoperto che faceva pagare al Comune le sue cene. Su questo si è innescata una spirale giudiziaria politica che ha portato alla sua defenestrazione. La Giustizia ha le sue ragioni e le sue leggi ferree, mentre la politica è un po’ come il gioco del biliardo. Non risponde alla logica ma alla fisica. La forza da sola non basta, conta anche l’angolo con cui la si applica.
Perché, quando Marino faceva i disastri, alienando sempre più i romani, da sinistra nessuno gli ho detto niente? Per troppo tempo lo hanno sorretto, anche quando era apparso chiaro che il consenso attorno a Marino e al Pd era sceso a livelli preoccupanti. Il partito non voleva affrontare il rischio di elezioni anticipate e ha sostenuto Marino fin quasi alla fine. Cosa è cambiato per fare precipitare tanto e tanto in fretta la situazione?
Forse il mistero non sarà mai chiarito. Si può però provare ad avvicinarsi a una qualche luce.
L’agenda politica di Marino non era quella del PD ma piuttosto quella di Sel, agenda rispettabile e degnissima ma di un partito minoritario che però condizionava quella del soggetto maggiore. La minoranza di Sel condizionava la coalizione e il perno era il suo uomo forte, il vicesindaco, Luigi Nieri, quello che dava consigli e rassicurazioni al telefono alla occupante abusiva. In un posto normale, sarebbe stato uno scandalo, invece è passato tutto come acqua sul vetro.
Con Ignazio Marino sindaco, Roma è diventata terra di conquista per artisti di strada (tutte le volte che ci passo mi chiedo chissà se la Siae esercita sulle performance dei suonatori più o meno in playback in Piazza del Panteon a Roma la stessa occhiuta attenzione che riserva a una festa di compleanno) e mendicanti. Per non parlare del degrado complessivo dell’ordine pubblico, la paura della gente normale, delle persone anziane, dei ceti popolari quelli che più la sinistra dovrebbe preferire e che sono invece lasciati acquisire i connotati del territorio di caccia libera per ogni genere di malfattore. La paura spesso si colora di razzismo ma la colpa non è delle vittime.
Sarà una coincidenza ma una delle prime scelte politiche della giunta di Marino, espresse dal vicesindaco Nieri, è stata quella di non voler rinnovare i regolamenti di ordine pubblico, provocando una certa irritazione da parte di questura e prefettura.
Nieri si lanciò in affermazioni roboanti del tipo “è finito il tempo degli sceriffi“, Marino si applicò personalmente per impedire lo sgombero di un campo nomadi.
Non si sa se poi quel regolamento sia stato rinnovato o sostituito in qualche modo. Anche la guerra contro il corpo dei vigili urbani, che certo qualche macchia ha mostrato di avere, almeno stando alle cronache giudiziarie, è stata condotta in un modo a dir poco da dilettanti dove odio politico, ideologia e incapacità si sono mescolate in un modo devastante per la città.

Peggio di tutto è stata certamente la chiusura alle auto private dei Fori Imperiali.
Si trattava di un’idea molto appassionante, romantica quanto intrisa di pregiudizio ideologico, che da decenni appassionava una parte della sinistra ecologista, ne era stato assertore convinto e pugnace Antonio Cederna. Si trattava però anche di un’idea che squinternava, in assenza di un piano organico di riassetto del traffico di Roma e anche di importanti opere strutturali, la circolazione delle auto da una parte all’altra di Roma e che ha avuto un impatto devastante su una zona importante alle spalle del Colosseo. Che fosse una scelta puramente di bandiera lo ha dimostrato il fatto che per mesi e mesi comunque sulla via di Fori Imperiali passassero taxi e auto blu e mezzi pubblici e pullman e soprattutto che nessuna cura fosse posta dal Comune di Roma agli altri aspetti del decoro, urbano e non: centurioni, camion bar, ambulanti, venditori di souvenir e quant’altro hanno contribuito a trasformare la zona in un souk.

Ignazio Marino ha fallito come sindaco di Roma su tutti i fronti.
Era una specie di Don Chisciotte che non poteva però permettersi di essere Don Chisciotte. Non era un nobile decaduto relegato in una provincia spagnola, Marino è un medico dei nostri giorni, che vive nel centro di Roma, non va a cavallo ma lascia l’auto in divieto di sosta, che ha fatto politica per anni ed era senatore della Repubblica.
Ci sono altre colpe, solo in parte di Marino, perché certamente la gestione della trasformazione della raccolta dell’immondizia in una città di 3 milioni di abitanti da indifferenziata a differenziata non è una cosa che si fa in un giorno. Fu fatta male ai tempi di Alemanno, altro campione che gli elettori hanno punito cadendo dalla padella nella brace.

Marino non è stato capace di fare bene perché non è certo un medico che può mettersi a governare un processo di quel genere. Ci vogliono esperti e tecnici competenti ma con gli stipendi che paga il pubblico è ben difficile trovarne.

Così si può dire dei trasporti così delle fogne. Tutto è stato aggravato dai tagli finalizzati a risanare la finanza pubblica: non puoi chiedere il riequilibrio del bilancio dello Stato e poi lamentarti che non si puliscono i tombini. Puoi pensare che è meglio tagliare sagre, filmacci e pseudocultura e pulire le fogne, ma da qualche parte devono tagliare.

Cosa ha fatto Ignazio Marino di veramente grave in un sistema tanto insensibile alla decenza da non reagire, meno che se fosse una puntura di zanzara, alle gravissime parole di Nieri?

C’è chi vede dietro il precipitare della crisi lo zampino del Vaticano. Certo per le alte gerarchie della Chiesa di Roma e per il Papa in primis affrontare un Giubileo con un sindaco che ha aperto le porte del matrimonio gay non è certo la prospettiva migliore. Certo un conto era Berlusconi che frequentava ragazze di facili costumi ma si faceva puoi perdonare con generose concessioni economiche, un conto è toccare i cardini dell’ideologia delle gerarchie ecclesiastiche anche se non coincidono con i sentimenti cristiani.  Ma francamente non credo molto.
E allora non è che davvero Marino è andato a disturbare i programmi del Pd per una penetrazione sempre più profonda delle cooperative dentro l’economia della città? Negli ultimi tempi, con una faccia tosta formidabile, andavano presentando, come privatizzazione parziale della nettezza urbana e rimedio alla sua inefficienza, il passaggio di parte della raccolta rifiuti a una cooperativa, la 29 giugno, proprio quella coinvolta nello scandalo un po’ impropriamente chiamato Mafia Capitale.

In questo modo ti spieghi quello che leggevi del disaccordo tra Marino e il suo partito, un partito che è un po’ il braccio politico delle cooperative così come Forza Italia è il braccio politico di Mediaset e dell’impero di Berlusconi. Marino ha cominciato a far saltare gli equilibri quando si è messo dalla parte della magistratura che indagava sulla corruzione negli appalti a Roma E lì dove forse Marino ha rotto col suo partito. Se avesse continuato a fare danni ma non avesse toccato il nodo di appalti e Coop forse sarebbe ancora lì.
Per indurre Matteo Renzi a andare allo sbaraglio verso elezioni molto difficili per il Pd, perché la lesione con i cittadini di Roma non la si recupera in poche settimane o mesi, Marino deve avere rischiato di compromettere qualcosa di veramente serio e le Coop sono per il Pd qualcosa di dannatamente serio.