(Foto Ansa)
È stata una tra le peggiori campagne referendarie di sempre, ma, finalmente, si vota. Demoralizzati, stanchi, con poca fiducia nella politica e nelle istituzioni, tessera elettorale alla mano, andiamo. Soprattutto i giovani, non fatevi conquistare dal disimpegno, è il Paese dei balocchi che vi tenta, fate invece la cosa giusta e andate.
Da questa mattina seggi aperti fino alle 15 di domani, poi, a seguire, lo scrutinio delle schede, la proclamazione del risultato finale e l’immediata ripresa delle ostilità tra chi avrà vinto e chi perso.
Siamo arrivati a questo 22 marzo stremati. I due fronti, del Sì e del No, si sono combattuti nella melma della propaganda più scadente che potessero generare, e poche sono state le occasioni per fare chiarezza, per dare le giuste conoscenze agli elettori. In pochissimi andranno a votare con le idee chiare.
Del resto, lo si sapeva che sarebbe andata a finire così: tema del referendum ostico, molto tecnico, difficilmente masticabile dal cittadino medio e la politica che ha fatto di tutto per complicare e svilire il dibattito pubblico. Abbiamo assistito all’ennesimo grande barnum delle baggianate, fatto di smorfie, faccette, mezzi risolini e sorrisetti dell’uno mentre l’altro espone le proprie idee, atteggiamento dal quale nessuno sfugge e che francamente ha stancato.
Gli ultimi giorni di campagna poi, ci si è messa pure la Presidente del Consiglio Meloni a tirare coriandoli e stelle filanti, con un intervento paradossale contro la magistratura, nel quale ha sostenuto che se vincerà il No ci ritroveremo con “decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno, immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà che mettono a repentaglio la vostra sicurezza”.
In confronto alle dichiarazioni della Meloni, nonostante la sgradevolezza della posizione politica, fu molto più dignitoso Bettino Craxi nel 1991, quando in occasione dei referendum abrogativi, e quindi con un quorum da raggiungere per essere considerati validi, invitò gli italiani a non recarsi alle urne per “andare al mare”, così disse!
Per la cronaca, in quell’occasione gli italiani non seguirono il consiglio del leader socialista, niente mare e tutti a votare: il quorum fu abbondantemente superato. L’affluenza raggiunse il 62,6% degli aventi diritto! A nessuno sfugge che i confini di questo odierno referendum costituzionale si siano allargati così tanto da farlo diventare anche un sondaggio sul governo Meloni. La partita che si sta giocando è di quelle con punti d’oro in palio.
Tuttavia, non giustifica la pessima campagna referendaria della quale, nostro malgrado, siamo stati testimoni. Addirittura è dovuto intervenire anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per placare gli animi troppo accesi. Il 18 febbraio infatti, direttamente dal plenum del Consiglio superiore della magistratura – non a caso –, il Presidente della Repubblica è stato molto chiaro:
“Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni. Mi hanno indotto a questa decisione”, ha poi continuano Mattarella, “la necessità ed il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm. Avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica”.
Un bel cartellino giallo, mostrato con eleganza e autorevolezza istituzionale. Ovviamente gli effetti benefici dei consigli presidenziali sono durati un minuto, risucchiati dalla logica del crescente battibecco nostrano, un pollaio di malinconia infinita, a proposito di campagna… Ma tant’è, non facciamocene un cruccio, finalmente, si vota. Almeno per chi potrà farlo. Perché questo referendum sarà anche ricordato per i circa 5 milioni di fuori sede che per votare dovranno tornare nel proprio comune di residenza. Il governo poteva fare qualcosa per loro e invece non l’ha fatto. Un’altra bella picconata alla partecipazione. Solo applausi per chi si farà carico dei sacrifici e andrà ugualmente ad esercitare il proprio diritto-dovere di voto.
Chissà quali emozioni provarono i nostri nonni e le nostre nonne il 2 Giugno del 1946 quando si celebrò il referendum istituzionale che sancì la nascita della Repubblica Italiana ed il diritto di voto alle donne. La guerra era appena finita, le macerie invadevano ancora le strade, il Paese intero s’incamminò verso i seggi per votare. Sono andato a consultare l’archivio online del Corriere della Sera, e nella prima pagina del 2 Giugno di allora ho trovato un corsivo dal titolo “Tutti alle urne!” che vale la pena riportare, almeno nel suo incipit:
“Tutti alle urne! E tutti alle urne con serenità, con compostezza, calma e con gioioso senso d’orgoglio. Si, siamo orgogliosi di aver finalmente ritrovato noi stessi; orgogliosi di essere ancora dei cittadini; di aver riacquistato il diritto ed il dovere – negatici dal fascismo col sostegno della monarchia – di contribuire individualmente e direttamente alle sorti del nostro Paese; orgogliosi che il domani dell’Italia dipenda anche dal nostro piccolo voto odierno; orgogliosi di poterlo dare liberamente come ci detta la nostra coscienza”.
Parole che emozionano. Era l’Italia che usciva dall’inferno del ventennio fascista e dalle atrocità della guerra. Sono passati 80 anni. Nei tempi lunghi della storia, un pulviscolo di giorni. E che siamo una Repubblica giovane lo si è visto anche in occasione di questa campagna referendaria.
Quando i cittadini sono chiamati a esprimersi su così importanti modifiche costituzionali, oltre alla fisiologica competizione tra le parti, deve anche esserci responsabilità e rispetto. Ma tutto questo dalla politica è mancato, e se gioiamo perché la campagna referendaria è finita, esprimiamo un sentimento che sta nell’evidenza dei fatti. Celebrare un referendum costituzionale vuol dire fare un altro passo nel cammino della nostra storia, in quel che siamo diventati e in quel che saremo. Anche questa volta la politica ha dimostrato i suoi limiti, ma un po’ ce l’aspettavamo. Qualcosa nel meccanismo si è rotto, e più ci allontaniamo da quel 2 Giugno del 1946 e più cresce la consapevolezza che ci sarebbe da recuperare molto di quella storia; di certo “l’orgoglio di essere ancora dei cittadini”, come si legge nell’articolo del Corriere, ma anche la voglia di riprendersi la propria vita civile che forse fu il sentimento prevalente di chi andò a votare.
Finalmente, si vota. Proviamoci, non aspettiamo che la politica tenti di riparare sé stessa per godere di ciò che i padri e le madri costituenti ci hanno donato. Cerchiamo di avvertire e fare nostra la solennità del momento, che la storia passata ci accarezzi, il senso profondo di un’appartenenza. Scegliere adesso da che parte andare è compito nostro, e se la politica sbaglia non è detto che dobbiamo imitarla. Il nostro voto è decisivo per modificare o no parte della Costituzione. Si parla di giustizia, o almeno questo è quel che c’è stato detto. Che ognuno esprima la propria idea, è arrivato il momento per farlo. Chiudiamo gli occhi, e diventiamo “quelli del ‘46”, sarà bello, anche solo per un momento, provare la medesima gioia di allora. Finalmente, si vota!
