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Cina, no ai matrimoni gay: respinta richiesta di una coppia

PECHINO – Cina, no alle nozze gay: un tribunale di Changsha ha respinto la causa intentata da una coppia omo nei confronti di un ufficio pubblico della città che si era rifiutato di emettere un regolare certificato di matrimonio per i due uomini, Sun Wenlin e Hu Mingliang, 27 e 37 anni.

Lo scorso gennaio un tribunale distrettuale aveva accettato di prendere in considerazione il loro caso, per la prima volta in Cina. Ma oggi la sentenza è stata definitiva: la loro unione non può essere riconosciuta come ‘matrimonio’.

Nella Repubblica popolare cinese le nozze gay non sono legali ma negli ultimi tempi sta crescendo nel Paese l’attenzione per i diritti degli omosessuali. Nonostante fosse un fenomeno largamente diffuso in epoca imperiale, quando gli eunuchi vivevano nella città proibita con la famiglia imperiale, la Repubblica popolare ha subito etichettato l’omosessualità come una “pratica decadente” importata dall’Occidente, ricorda Cecilia Attanasio Ghezzi su La Stampa.

Fino al 1997 l’omosessualità veniva considerata un reato, solo nel 2001 è stata cancellata dalla lista delle malattie mentali. Oggi la linea del governo è quella di “non approvare, non disapprovare e non incoraggiare”, ma la pressione sociale continua ad essere enorme.

Spiega Attanasio Ghezzi su La Stampa:

A fine 2014 un tribunale di Pechino ha sentenziato che “l’omosessualità non è una malattia mentale e come tale non può essere curata”. Neanche un mese dopo una corte di Shenzhen si è dovuta confrontare con il primo caso di discriminazione sul lavoro: un ragazzo licenziato dopo aver messo online un video in cui faceva coming out. E ancora a settembre una studentessa dell’università di Guangzhou ha fatto causa al ministero della pubblica istruzione perché su 31 libri di psicologia pubblicati dopo il 2001, 13 descrivevano ancora l’omosessualità come un disordine della personalità.

Lunedì scorso un ventottenne transgender ha fatto causa all’azienda per cui lavorava perché l’aveva licenziato per l’abbigliamento non appropriato. L’uomo ha chiesto un risarcimento di poco più di 270 euro e una lettera di scuse ufficiali da parte dell’azienda. La sentenza è attesa per le prossime settimane. Ma nel frattempo tra i giovani delle grandi città il fenomeno è sempre più conosciuto e accettato.


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