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Di Maio giù, Di Battista su. Piazza M5S battezza il nuovo eroe

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – Quotazioni in ribasso per non dire in deciso rosso quelle di Luigi Di Maio, forse l’ormai  ex candidato premier in pectore del Movimento5Stelle; e quotazioni al contrario in deciso rialzo  per l’altro ‘Di’ dei grillini: Alessandro Di Battista. La sintesi, l’immediato risultato politico dello  psicodramma che gli uomini di Grillo hanno messo in scena nella sera di Nettuno è questo. Con la sindaca  Virginia Raggi, titolare ed attrice principale del pasticciaccio romano, che guadagna, forse, un  pizzico di autonomia in più, ma resta nei fatti sullo sfondo. E questo perché a Roma, come ripetuto  probabilmente sino alla noia, il Movimento si gioca le sue chances di governo nazionale.

“C’era Di Maio. Oggi c’è Di Battista – racconta su La Stampa Andrea Malaguti ­. E’ questo il  primo risultato del dilettantesco pasticcio di Roma, che finisce per penalizzare Di Maio più della  confusa e incomprensibile sindaca Virginia Raggi, due delibere in ottanta giorni. E anche Beppe  Grillo, l’antico Capo Tribù piombato nei dintorni della Capitale per rimediare al disastro, finisce  per sparire davanti al sorprendente potere ipnotico del nuovo Capobranco, che attacca la Rai, le  banche, Renzi, la Merkel, la Boschi, invocando più Italia, più sovranità, una moneta propria e  soprattutto ribadendo l’ennesimo definitivo No alle Olimpiadi. ‘E’ questa la vera battaglia che si  sta combattendo a Roma. Ma noi non molliamo. Mentre loro, le lobby, i palazzinari, la politica,  sentono le sirene della Polizia e cercano di scappare con il malloppo’”.

Di Maio, nella serata organizzata a Nettuno che è diventata, nei fatti, una resa dei conti sulla  vicenda romana, si è trovato a dover recitare la parte del ‘cattivo’ o almeno del troppo ingenuo. E’ lui che sapeva e non ha capito,  non ha capito la mail in cui gli si comunicava che l’asre Muraro era indagata. Muraro che  resterà al suo posto finché non saranno valutate le carte, come preteso dalla Raggi che ha ceduto  sul suo fedelissimo Marra (sarà “riposizionato”) mentre ancora non è chiaro ancora quale sarà il  destino del suo capo della segreteria politica Romeo, un altro di cui Beppe Grillo aveva chiesto la  testa. Una serata nera per Di Maio quella di mercoledì a Nettuno, che oltre ad essere sotto l’attacco  dei poteri forti e della stampa che “è del Pd”, in piazza si trova anche bersagliato dalle critiche del  suo popolo. Chiede scusa sul palco, il pubblico rumoreggia e Grillo lo abbraccia, ma non lo  difende.  Una piazza riunita per poter parlare senza intermediari e poter così spiegare al confuso popolo  grillino quel che davvero succede ed è successo a Roma. Senza intermediari come amano ripetere  gli uomini di Grillo, ma anche senza contraddittorio e senza domande. Sia come sia, anche in  queste condizioni l’astro Di Maio è offuscato e a sancirlo è proprio la piazza, quella piazza che  acclama Dibba come una rockstar.

“Comincia lo show del Dibba – racconta ancora Malaguti ­ e allora un nuovo leader è proprio lì.  Racconta il suo tour da nord a sud, parla di ospedali che si chiudono, di ottanta euro che sono  mancia elettorale, di tg che sono Pd. Il caso Roma è per i giornali di regime e per i poveri di mente.  ‘Ogni goccia di pioggia che scende sui vostri volti diventerà una goccia di sudore freddo sul volto  del premier’, giura. Di Maio applaude rigido”.  Roma e la sua sindaca rimangono, paradossalmente, sullo sfondo. Lei e Grillo si sono sentiti solo  al telefono, e dopo il diktat notturno del capo che aveva chiesto le teste di Marra, Romeo, Muraro e  De Dominicis, l’inquilina del Campidoglio è costretta a cedere, un po’, sul primo, forse sul secondo  ma punta i piedi sugli altri due. Incassando un via libera da Grillo che però, in sostanza, le concede  un’ultima chances verbalizzata nella forma: “Ora però mettiti a lavorare”. Per Roma si vedrà, ma  all’interno del Movimento c’è un primo sconfitto e la lotta per la leadership interna è aperta come  forse mai prima d’ora. Con Dibba saldamente in testa.

Quel Di Battista che ama associare l’immagine di Che Guevara alla sua, che in casa del papà aveva bene in vista un busto di Mussolini e papà infatti pubblicamente tenne a precisare: “Non sono di destra, sono fascista”, che cominciò a occuparsi di cosa pubblica in parrocchia, che gira più sovente in felpa che in giacca. Di tutto di più nella biografia di Di Battista, proprio come di tutto di più c’è nella breve ma intensa storia di M5S. Si guardano l’un l’altro ed è come si guardassero allo specchio, si piacciono, eccome se si piacciono. Fino a prova di governo contraria.