Franco Manzitti

Genova fragile, spazzata dalla bufera: piromani seriali e poche protezioni

Genova fragile, spazzata dalla bufera: piromani seriali e poche protezioni

Genova fragile, spazzata dalla bufera: piromani seriali e poche protezioni

GENOVA – Raffiche di 180 chilometri all’ora spazzano il grande golfo e riempiono di onde bianche un mare grigio blu, schiacciano a terra i 5 canadair che la Protezione Civile ha mandato a spegnere gli incendi, che da tre giorni bruciano l’intera Liguria, dal Ponente, con il suo entroterra, al Levante con le sue vallate, al centro della città nelle sue alture collinari.

Soffia da tre giorni il “triangolo maledetto”, una combinazione di venti che alternano la direzione e rendono impossibili azioni di spegnimento coordinate, viene giù dal cielo un’aria artica ininterrotta che abbassa la temperatura e la fa percepire ancora più bassa.

Bruciano boschi brulli e secchi sul monte Moro e sul Monte Fasce, sopra le delegazioni di Nervi e nel borgo incantato di Sant’Ilario, il “refugium” di Beppe Grillo, bruciano i boschi più fitti sui crinali che salgono tra le case e i grattacieli del boom edilizio anni Settanta, nella delegazione di Pegli, a 30 chilometri di distanza, in fondo all’arco genovese che parte, appunto da Nervi.

In quota le raffiche che calano dai monti dell’appennino come il Pennino, alto 1350 metri o dai primi contrafforti delle Alpi Marittime, oltre Savona, sui 1900 metri, sono ancora più forti e spingono in basso i focolai, che sembravano spenti, a riaccendersi.

Così sono tre notti e due giorni che un esercito sparso di quasi duecento vigili del fuoco e di almeno altrettanti volontari sale e scende per queste colline secche, ora arse dal fuoco, dal fumo e sopratutto da questo vento gelido e insegue le lingue di fuoco, che a loro volta salgono verso i crinali o scendono verso le case di una conformazione urbanistica in salita, anche a picco dentro le piccole valli, l’entroterra labirintico di Genova.

Lottano con le pompe d’acqua, con piccole attrezzature portate su per i boschi a braccia. Cercano di fermare il fuoco, bagnano i muri delle case, dei rustici, delle capanne, in quel bosco rado e secco che confina con le ultime propaggini della città, mentre sotto urlano le sirene e arrivano i tecnici del Comune e la Polizia con sulle labbra la parola temuta: sgomberare, lasciare tutto, andare via.

Soffia il vento senza sosta e i “piromani” seriali, che Giovanni Toti, il governatore della Liguria definisce “ terroristi”, appiccano incendi come in un gigantesco gioco di mordi e fuggi, accendi e fuggi nella tempesta di vento.

E così il fuoco parte a Staglieno, pieno centro della città, alle spalle del monumentale cimitero, dove la prima lingua di fuoco è partita da una fascia agricola, sulla quale sono state “accese” delle frasche secche e più in là a Davagna, nell’entroterra di Chiavari e a Creto e in Valfontanabuona. Ma i piromani seriali colpiscono in tutto lo scacchiere genovese e ligure: quando mai nella storia ci sono state condizioni più favorevoli, con la tempesta che soffia senza mai fermarsi e nessuno può prevedere in quale direzione e le direzioni delle raffiche cambiano, increspano verso il monte incantato di Portofino, il suo promontorio, che chiude oggi un golfo livido di un freddo mai visto o si girano, con le loro creste ghiacciate, verso le dighe del grande porto, dove le navi entrano ora in una balugine bianca, un un’aria rarefatta quasi palpabile.

I cinque aerei Canadair con la pancia gialla e il muso rosso stanno schiacciati su quella pista dell’aereoporto, che sta come nell’occhio del ciclone, perchè si stende sul mare, parallela alla costa, proprio sotto l’incendio di Pegli, le cui volute di fumo si sparpagliano sopra la torre di controllo. Questa mattina non si può volare, è troppo pericoloso.

Ci vuole una perizia da grande pilota per alzarsi con il Canadair a succhiare l’acqua da quel golfo che non sembra più il tuo mare e poi scendere nelle fessure delle valli incendiate e mirare il fuoco, le lingue rosse nel fumo grigio, in un grande spettacolo di perizia, ardimento e acrobazia, che dalle alture fronteggianti della città puoi seguire con un po’ di trepidazione, perchè l’aereo a un certo punto si perde in queste fessure profonde e scarica l’acqua salmastra e poi finalmente lo vedi uscire “di muso”, quasi in verticale per virare verso il golfo e planare sulla superficie del mare che non puoi definire in tempesta, ma che è frustato da un vento mai visto.

Oggi nessun decollo, troppo pericoloso, così non si alza né l’ incredibilmente unico Canadair di stanza in Liguria e i quattro che la Protezione Civile nazionale ha inviato per l’emergenza del fuoco scrollandoli dalla pausa invernale.

Il loro mestiere, questi piloti di questi aerei, in genere lo esercitano in estate, quando la siccità e il vento improvviso alimentano gli incendi. Nell’agosto del 2009 ce ne fu uno talmente potente che circondò tutte le alture genovesi, arrivando a lambire il grande ospedale di san Martino, il suo Monoblocco. Sembrava la fine del mondo di fuoco, oggi è peggio perchè c’è anche il gelo.

Siamo in pieno inverno e in una fase metereologica che nessuno, a memoria d’uomo, ricorda di avere vissuto in Liguria: secco, gelido e con la tempesta del “triangolo maledetto”.

Mentre nel Sud e nel centro dell’Appennino cadono metri di neve ininterrottamente e la coltre bianca ricopre le spiaggie adriatiche in modo quasi beffardo, qui siamo in un corridoio freddo gelido, ma asciutto, quasi riarso da settimane e settimane e dopo un Natale e un Capodanno quasi estivi, è arrivata l’ aria artica e il vento di burrasca che non molla mai.

Sembra che si spenga poi riparte e spazza per lungo l’arcobaleno ligure, strisciando il mare, sbattendo gli alberi, alitando sulle scintille e sui bracieri degli incendi appena spenti, riavviandoli in un meccanismo inarrestabile.

Soffia e sbatte il fumo grigio e spazza le autostrade, che sono come l’arteria vitale della Liguria e di Genova. E allora i responsabili chiudono per ore e ore il traffico, sia a Nervi, sulla A12 che collega la Liguria con il Levante, la Toscana e sia la A10 e la A 26, che a Ponente, tra Pegli e Voltri, collegano con la Francia e l’entroterra piemontese.

E’ come se la Liguria, lunga e stretta, con solo due “percorrenze”, questa Autostrada e la storica via Aurelia, si strangolasse. E’ come se Genova venisse tagliata fuori dal resto dell’Italia. E questo succede mentre il vento raggela tutto: migliaia di automobili si incolonnano per chilometri e chilometri e non riescono né a lasciare la città né a entrarvi. Soffia il vento e estremizza questo isolamento genovese in un disagio che si è ripetuto ritmicamente in questi giorni, paralizzando tante attività e in particolare quella del grande porto che muove ogni giorno 3 mila autocarri in entrata e in uscita e che, invece, restano sulle piste gelate delle autostrade in un ingorgo micidiale: di notte per ore chiusi in macchina in mezzo al gelo, con il fumo sulla testa o senza capire cosa sta succedendo.

Ecco dove va a finire l’imprevidenza dei genovesi o l’incapacità a costruire quelle alternative di traffico, le tangenziali o le gronde (cosi si chiamano nei libri dei sogni zeneisi) discusse per decenni e mai neppure progettate definitivamente.

Negli anni Ottanta c’erano già i milioni per costruirle, ma la paura politica della sinistra di governo del PCI-PDS-DS, che governava tutto, ha impedito che i lavori cominciassero. Meglio il consenso dei contadini delle periferie semiabbandonate che la superstrada stappa-traffico.

Soffia ancora, nella terza giornata di bufera, la tempesta di Genova, che sembra nulla quando arrivano le notizie lontane delle scosse di terremoto in Abruzzo e della mancanza di elettricità e dei metri di neve che continuano a cadere sulle Marche, sull’Abruzzo stesso, sul Lazio. Ma “il triangolo maledetto”, così definito dagli esperti dell’Arpal e della Protezione civile, è ancora incistato sul corridoio ligure e il bilancio del fuoco incomincia a diventare pesante. Non solo per i cittadini che hanno passato qualche ora fuori casa, temendo di perdere tutto nel fuoco, ma per i pubblici amministratori che vedono incenerire il loro territorio.

A mezzo giorno il sindaco di Cervo, in provincia di Imperia, un piccolo gioiello incastonato sulla costa tra pini e ulivi, annuncia che il 30% del suo territorio è bruciato. Un terzo. In una pausa si alzano quattro dei cinque Canadair e volano verso Imperia, dove gli ettari bruciati sono già 1500 e il fuoco continua a divampare anche nella valle Arroscia, pendici delle Alpi Marittime.

Sono arrivati da Pavia, dal Piemonte dalla Toscana i vigili del fuoco, che stanno lottando su un fronte “mobile” frastagliato, dalle strade cittadine di Nervi e Pegli alle pendici degli Appennini insieme ai colleghi genovesi, quasi duecento pompieri, più altrettanti volontari, divisi per squadre che salgono in piccole formazioni di quattro cinque, inseguendo il fuoco, cercando di fermarne i percorsi, mentre la popolazione assiste vicino ai centri abitati, anche furibonda per avere chiesto inutilmente condotte idriche, piccoli acquedotti nelle aree vicine alle case e preferite dai piromani-terroristi.

La polizia indaga. Ha già denunciato l’operaio di una ditta appaltatrice della Società Autostrade che con un flessibile ha fatto cadere nel sottobosco una miriade di scintille, da dove è partito l’incendio di Nervi. Incendio colposo è l’accusa per lui e il suo capocantiere. Stessa imputazione per il contadino che a San Pantaleo, piccolo borgo sulle alture della Valbisagno genovese, ha incendiato vecchie frasche, scatenando un putiferio.

Incendio doloso per chi ha appiccato il fuoco nel Ponente genovese: la Questura non ha dubbi, sono piromani e li stanno cercando partendo dalle intercettazioni delle telefonate che segnalavano il fuoco. Il sospetto è che questi terroristi, dopo avere acceso le loro esche, abbiano dato l’allarme per sollecitare l’arrivo dei soccorsi: un spettacolo “neroniano” da non perdere.

Soffia ancora a 180 all’ora il vento che scende dai Monti dell’Appenino e dalle Alpi, quando cala la quarta serata di “bufera” e il sole verso Ponente e la Corsica incendia un altro degli incredibili tramonti gelati tra il rosso del fuoco, il blu del mare striato e l’altro rosso delle fiamme.

E’ la Liguria una terra fragile e poco difesa che l’acqua delle alluvioni e il fuoco spinto dai venti selvaggi di questi cambiamenti climatici stanno “divorando”. Chi l’ha abbandonata per tanto tempo e con quali insufficienti protezioni? Sarà una scoperta da fare.

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