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Referendum: “vaffa” di D’Alema al…Partito socialista europeo

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ROMA – Referendum, cosa non si fa per la causa. Dopo una vita spesa a impartir lezioni a tutta la sinistra sull’importanza e imprescindibilità del Partito socialista europeo, dopo aver tenuto cattedra sul bisogno di considerare il partito socialista europeo come la vera casa dei riformisti democratici (cioè della sinistra), dopo averci fatto sopra una Fondazione non a caso chiamata portando a sintesi Italiani ed Europei, dopo aver comunicato che “de minimis non curat praetor” e che quindi si sarebbe occupato d’Europa e di mondo non delle beghe di cortile della politica italiana, dopo aver esposto orgogliosamente i suoi contatti e referenti politici e umani tutti e soprattutto tra i socialisti europei…

Dopo una vita a vestirsi e specchiarsi come incarnazione in terra italiana del socialismo europeo, D’Alema regala in diretta televisiva il suo “vaffa” niente meno che al Partito socialista europeo!

Socialisti europei colpevoli, e Massimo D’Alema questo non lo perdona, di pensare sia più utile per l’Europa, il riformismo e i governi e le forze progressiste che in Italia il referendum lo vinca il Sì e non il No. Questa D’Alema al socialismo europeo non la consente, non gliela passa. Fino a che si parla e si dibatte di futuro del pianeta, globalizzazione, dinamiche del capitale finanziario, forma partito, integrazione europea, Unione europea a due velocità, nucleo duro e periferia…Insomma fino a che si lavora di fino e di astratto, D’Alema si sente soprattutto, ci mancherebbe, cittadino europeo.

Ma non appena si fa sul serio e si parla di cose di casa, insomma di Renzi vivo o morto, D’Alema si riscopre italiano soprattutto. Altro che europeo. Al Partito socialista europeo D’Alema scandisce un “si faccia i fatti suoi”. E mette D’Alema il socialismo europeo in compagnia di Bce, Fmi, Morgan Stanley…tra quelli che devono “farsi i fatti loro” e non permettersi di enumerare le contro indicazioni del N o al referendum.

Che cosa non si fa per la causa di Renzi kaputt: D’Alema ha messo il Partito socialista europeo tra i “poteri forti”, niente meno.

A proposito di referendum, dentro c’è anche questo: il Sì o No all’articolo 72. E che dice l’articolo 72 della legge da approvare o respingere? Dice che se il governo in carica ritiene una legge importante, allora il Parlamento ha 70 giorni (massimo 85 in alcuni casi) per pronunciarsi. Approva o respinge. Non può far melina o insabbiare. Che vuol dire? Vuol dire che i governi non avrebbero più il bisogno e il brutto vizio dei decreti legge al posto delle leggi.

Dice anche la legge da respingere o approvare che se il Capo dello Stato rimanda indietro un decreto legge sempre il Parlamento ha 30 giorni per apportare modifica o no. Che vuol dire? Vuol dire che oggi (i decreti scadono dopo 60 giorni) un presidente della Repubblica esita a far rilievi su un decreto perché sa che il Parlamento quasi certamente lo lascerebbe cadere tutto mettendoci ben più di due mesi. Quindi oggi il Capo dello Stato se ha una critica, una osservazione, lascia perdere per non affossare tutto il decreto. Con un limite di tempo certo invece potrebbe essere più deciso nel controllo di legislazione senza rischio di tabula rasa.

Leggi vere al posto dei decreti legge, Parlamento più responsabilizzato nell’approvare o respingere, maggiore agibilità di intervento da parte del Capo dello Stato. Frega nulla? Interessa? Utile? Dannoso? Anhe su questo il 4 dicembre si vota Sì o No. Tanto per sapere.