Marco Benedetto

Stadio della Roma simbolo di una futura Italia a 5 stelle: Grillo a n**o, stritolato dai vecchi poteri

Stadio Roma simbolo di una Italia a 5 stelle, Grillo n**o, stritolato dai vecchi poteri

Stadio Roma simbolo di una Italia a 5 stelle, Grillo n**o, stritolato dai vecchi poteri. Fare il gesto dell’ombrello non risolve i problemi delle megalopoli

Il nuovo stadio della Roma sarebbe un tema da cronaca sportiva locale, come quello della Juventus a Torino.

Invece è diventato simbolo di quello che ci aspetta in Italia se e quando il Movimento 5 Stelle andrà al Governo. Forse niente di peggio di prima, certo niente di meglio. I problemi sono sempre gli stessi, l’apparato amministrativo e burocratico resta sempre quello, sempre quelli gli interessi, giganteschi, che si muovono nel melmoso mondo degli appalti.

La vicenda ha dimostrato che un conto è insultare, fare gesti osceni, promettere lo sterminio a una intera classe dirigente. Altro conto è misurarsi con i problemi. Il tormentone dello stadio ha messo a n**o l’inconsistenza di Beppe Grillo: prima sì, poi no, poi altrove, poi lì. Ma è colpa sua solo in parte, in quanto non poteva non succedere quel che è successo, una volta conquistata Roma.

La storia dello stadio si può seguire da diversi punti di vista. Come tifosi della Roma, come sostenitori dello sviluppo a tutti i costi, come residenti di una zona destinata a essere travolta dal prevedibile caos urbanistico. A me interessa come strumento di misura (benchmark, banco di prova) della capacità del Movimento 5 stelle di passare dal mondo degli slogan a quello della realtà. I bolscevichi furono capaci di trasformare una rivoluzione in un processo di trasformazione che portò a un relativo benessere un popolo di anime morte, pur al prezzo di qualche milione di morti, attraverso una impressionante crescita del pil attraverso una crescita industriale epica, arrivando anche a vincere, certo con un po’ di aiuto dagli Usa, una guerra senza quartiere.

Ne ero già convinto prima, ora ne sono più convinto che mai: Beppe Grillo non è Stalin e Casaleggio non è Lenin, il massimo che possono fare è raccattare voti post fascisti e finire nei guai come hanno fatto a Roma. Peccato. Il conflitto di interessi di Casaleggio impallidisce di fronte a quello di Berlusconi con Mediaset e del Pd con le cooperative. Però la prova dello stadio porta fin da ora a ribadire il giudizio negativo.

C’è qualcosa che non torna. Non s’è mai visto uno cui tagliano a metà i guadagni, gli impongono oneri straordinari pesanti, e dice, come ha fatto il dg dell’As Roma Mauro Baldissoni: “Siamo molto orgogliosi di aver raggiunto un accordo che migliora il progetto con un intervento importante. È un giorno storico”. Cosa c’è sotto? Come andrà a finire?

Come fa l’Americano a Roma del duemila, James Pallotta, a parafrasare Alberto Sordi e dire: “The next chapter begins [comincia un nuovo capitolo]. Forza Roma”? Penso che ne vedremo ancora delle belle.

Un partito travestito da movimento può anche essere tenuto insieme alla sovietica finché incita, sollecita e raccoglie i consensi della protesta. Soprattutto regge quando disciplina e linea sono impartiti da una società privata, esterna al partito, una assurdità che solo in Italia può essere tollerata, con un rapporto che nemmeno il vecchio Pci della guerra fredda avrebbe mai tollerato rispetto a Mosca.

Ma quando si esce dal mondo delle idee, che nella interpretazione di Grillo è il mondo del vaffanculo, e ci si confronta con i problemi concreti fuori dalla caverna di Platone, nelle strade e piazze e quartieri e città del ventunesimo secolo la musica cambia.

Il nome di Luca Parnasi sposta il discorso dagli aspetti tecnici e legali a quello più propriamente politico. M5S c’entra poco nella fase iniziale della vicenda. Quando il progetto si mise in moto il Movimento contava solo 4 consiglieri comunali a Roma.

Luca Parnasi è il costruttore che deve realizzare lo stadio e che, a quanto hanno rivelato Simone Canettieri e Fabio Rossi sul Messaggero, aveva finanziato tanti consiglieri comunali, a sinistra e a destra, i più nella futura maggioranza Pd. Non tutti votarono il progetto, che però venne approvato.

In principio fu Ignazio Marino, l’amico di Bersani, sempre troppo tardi dimissionato. (Il Pd, detto per inciso, sembra molto affezionato a quello scempio. Andrea Romano ha messo in guardia non contro il rischio di chissà quali porcherie per compensare i costruttori e ridurre tutto in burla, bensì per dire che alla fine non si farà proprio nulla). Poi è arrivata Virginia Raggi, quella che lavorare allo studio Previti era come fare la baby sitter.

Qui ti saresti aspettato che avrebbe detto no, come ha fatto per le Olimpiadi facendo bene. Invece no, quando è scoppiato lo scandalo, stava approvando tutto, seppellendo sotto un monte di calcinacci morali la purezza del Movimento 5 Stelle.

C’è stata la rivolta, Alla fine il progetto è passato, pur con le cubature ridotte alla metà. Il pericolo, sottolinea il Messaggero, di proprietà del costruttore Caltagirone, è che in una città aggravata da milioni di vani invenduti, altri milioni di metri cubi buttati sul mercato possono solo deprimere ulteriormente il mercato.

La mia sensazione è che lo stadio della Roma per Beppe Grillo sia una bomba a orologeria.

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