Mino Fuccillo

Terremoto, le immagini in lite con le cronache. La realtà? E chi lo sa…

Terremoto, le immagini in lite con le cronache. La realtà? E chi lo sa...

Terremoto, le immagini in lite con le cronache. La realtà? E chi lo sa…

ROMA – Terremoto, come milioni di italiani ne so quel che vedo in televisione, leggo sui giornali, apprendo dai siti, ascolto alla radio. Non sono lì, non ho esperienza e nozione diretta. Non lo so se ci sono stati ritardi nei soccorsi, omissioni nei soccorsi, aiuti mancati qua e là, disorganizzazione qua e là. Non lo so, non posso saperlo per conoscenza e valutazione diretta. Posso saperlo solo e vorrei saperlo dai telegiornali, dagli speciali, dai reportage, dai collegamenti, dalla stampa, dalla radio, dal web. Ma non me lo dicono o meglio, anzi peggio, mi dicono cose, fatti, parole e immagini che litigano tra loro. Le immagini quasi regolarmente in lite con le cronache. La realtà? Dopo ogni notiziario questa domanda ha una sola risposta: e chi lo sa…

Ogni collegamento di ogni televisione in questi giorni, tutti i giorni, vedeva il giornalista narrante dei fatti accennare, segnalare, dare per scontato, acclarato e ovvio che nei soccorsi qualcosa non avesse funzionato, ci fossero state falle e insomma non fosse stato fatto tutto il possibile. Il racconto di ogni giornalista narrante sempre prevedeva il passaggio chiave e architrave del “qui non è arrivato nessuno, non si è visto nessuno e lassù sulle frazioni è peggio”. Regolarmente alla spalle del narrante del “non si è visto nessuno” c’era il bob-cat, il bulldozer, lo spalaneve, i vigili del fuoco, i militari, la Protezione Civile…

Immagini scollegate dal racconto, non vuol dire siano le immagini la verità. Però scollegate e in lite con il racconto anche le notizie che pur venivano diligentemente riportate: vento a 140 chilometri l’ora, muri di neve fino a 5 metri, gente salvate con gli elicotteri. Notizie riportate sempre all’interno del racconto “non è arrivato nessuno e comunque nessuno in tempo”. Anche se queste notizie, se vere, fanno logicamente a pugni con le “cronache dei ritardi”. Con vento di quel genere, bufera di quel genere chi onestamente può parlare di ritardi nei soccorsi?

Litiga il racconto del “nessuno è partito in tempo”, racconto che si narra e raccoglie in ogni luogo quando per bocca dello stesso testimone che così lamenta si aggiunge “ci hanno messo ore e hanno scavato una specie di strada per 12 chilometri”. Litiga il racconto dello spazzaneve mancato per l’albergo Rigopiano con la notizia che la colonna di tutti i mezzi possibili ci ha messo una sera e una notte per arrivare lì. Spazzaneve mancato, in qualche modo colpevolmente mancato nel compito di andare a prendere chi stava in quell’albergo o spazzaneve che non poteva raggiungerli? Il racconto dice la prima, la notizia attesta la seconda.

Io non so, da casa non posso sapere se nei soccorsi è stato fatto l’umanamente possibile oppure no. So che i racconti dei telegiornali, giornali e via informando lo suggeriscono, anzi lo danno per sottinteso che non è stato fatto tutto il possibile. E che ogni racconto giornalistico dalle zone del terremoto porta questa nota. So anche che immagini e notizie fornite dalle stesse fonti e dagli stessi narratori però non documentano, appoggiano, timbrano il racconto del non è stato fatto tutto il possibile.

E resto quindi abbastanza orfano e ignaro della realtà. Se proprio ne voglio una, devo farmene una a mia misura e intuizione e quella che ne viene fuori non è realtà, anche dovesse somigliarle. Vedo, ascolto, leggo, soprattutto vedo in televisione che resta il mezzo di comunicazione più potente, in atto una dominante applicazione della “par condicio” alla realtà. Microfono al sostenitore del “qui non si è visto nessuno”, microfono ad uomo o donna dei soccorsi che dicono “abbiamo fatto e stiamo facendo il massimo”. Punto, fine. Sembra par condicio, è rinuncia, abdicazione.

La realtà non tiene par condicio, la realtà non è o di qua o di là e lo stesso tempo a quelli di qua e a quelli di là. La realtà è o non è, un giornalista dovrebbe saperlo. O meglio assumersi il carico, la fatica e la responsabilità di distinguerla, leggerla, comprenderla, divulgarla la realtà. Un giornalista dovrebbe saper distinguere. E se c’è un cittadino che lamenta il papà anziano che vive nella frazione isolata non possa andare a fare la chemio, un giornalista dovrebbe sapere che questo non è nella realtà “soccorsi in ritardo” ma solo disagio di una famiglia. E un giornalista dovrebbe sapere, saper valutare che cinque giorni senza energia elettrica non è “fatto tutto il possibile”. E dovrebbe sapere, valutare davvero quanti e dove senza energia elettrica. E dovrebbe avere una sua fondata valutazione se all’albergo Rigopiano uno spazzaneve poteva o non poteva arrivare.

Un giornalista dovrebbe saper sedare la lite tra immagini, notizie e racconto. E dovrebbe quindi dirlo lui a me cittadino, dirlo apertamente, chiaramente e con cognizione di causa se c’è stato ritardo nei soccorsi o no. Non suggerirlo, darlo per sottinteso, smentendo poi magari se stesso con immagini e notizie. Non lo fanno, non fanno così. Sono tutti ottimi professionisti che arrivano sui luoghi con fatica e perfino pericolo. Sono tutti gran lavoratori che danno l’anima per il lavoro. Sono tutti bravi nel collegare, intervistare, mostrare. Ma il giornalista che dice, si assume onere e responsabilità di dire, dopo averla vista e toccata con mano, qual è la realtà, questo non lo fanno più. Forse, anzi soprattutto perché nessuno chiede loro di farlo e perché nessuno li paga per fare questo.

E forse anche per cultura profonda, cultura sotto pelle, autentica ideologia. La cultura, l’ideologia secondo la quale se tutti (soprattutto gli altri da sé) facessero qualcosa, se tutti (soprattutto gli altri da sé) non commettessero errori e non recassero colpe di ignavia, inefficienza o peggio, se gli “altri” (soprattutto lo Stato o quel che vi somiglia) non fosse colpevole dell’andar male, allora tutto andrebbe bene e nessun guaio, calamità, disastro o fastidio colpirebbero il cittadino. E’ un’ideologia (non cattolica, qui il retto agire non bonifica questo mondo, garantisce buona vita nell’altro mondo). E’ ideologia, non laica, stoica, illuminista (qui il retto agire è spiegazione e motivazione a se stesso, non comporta l’invulnerabilità dalla sofferenza per chi lo pratica). E’ un’ideologia forte, fortissima del pensiero debole ingenuo di una società che invoca un inesistente diritto naturale ad essere protetta da tutto e responsabile di nulla.

Quindi, se un terremoto e tempeste di neve chiudono strade di montagna e di montagna viottoli diventano non percorribili e frazioni e paesi restano isolati e…”deve” essere colpa di qualcuno che qualcosa non ha fatto. E questo deve essere il racconto, la cronaca per i giornalisti. Se poi le cronache litigano con le immagini e le notizie, chi vuoi se ne accorga e a chi vuoi che importi se non a qualche vecchio pignolo brontolone?

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