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Emanuela Orlandi, il 5 maggio ultima sentenza in Cassazione

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MILANO – Emanuela Orlandi: sul mistero della sua scomparsa potrebbe calare definitivamente il sipario giudiziario: la Corte di Cassazione ha fissato per il 5 maggio l’udienza della sua Sesta Sezione Penale per decidere se accogliere o no il ricorso  presentato dall’avvocato Pietro Sarrocco a nome e per conto della signora Maria Pezzano, madre di Emanuela Orlandi, contro l’archiviazione dell’inchiesta sui sei indagati chiesta dal Procuratore  della Repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, e accolta, lo scorso 19 ottobre, dal GIP Giovanni Ginni. La Corte ha intanto deciso che il 5 maggio non sarà ammessa la presenza degli avvocati delle parti, presenza ammessa invece da Ginni nella Camera di Consiglio convocata prima della sua sentenza.

Sarà difficile che a fronte della richiesta di inammissibilità vergata in meno di una pagina e mezzo – scritta tutta in lettere maiuscole – dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione Pasquale Ciccolo ci possa essere invece, da parte della Sesta Sezione Penale chiamata a decidere, una sentenza di accoglimento del ricorso.

Il Procuratore Pasquale Ciccolo il ricorso della signora Pezzano lo ha letteralmente demolito: lo ha infatti liquidato come inammissibile e ne spiega il perché in quattro brevi paragrafi. In sostanza, non è affatto vero che l’archiviazione sia stata decisa a causa dell’asserita mancanza di valutazione dei supplementi di indagine chiesti a Ginni dai legali degli Orlandi contrari alla richiesta di archiviazione firmata da Pignatone. Si tratta infatti di supplementi di indagini durati anni e anni e ampiamente valutati, come dimostrano le oltre 20 mila pagine totali dell’inchiesta sul mistero della scomparsa di Emanuela. Scomparsa avvenuta, come è noto, il 22 giugno del 1983: vale a dire, ormai poco meno di 33 anni fa.
Da tempo erano state fatte notare la debolezza, la confusione e la contraddittorietà che caratterizzavano i ricorsi degli Orlandi contro la richiesta di Pignatone e anche l’inconsistenza delle motivazioni addotte nel ricorso in Cassazione della signora Pezzano.
L’avvocato Sarrocco ha accusato il GIP Ginni di avere di fatto violato la legge! Accusa pesante, ma basata solo ed esclusivamente sulla convinzione che Ginni avesse ritenuto la “pista internazionale”, di stampo islamico, molto meno importante di quanto la ritiene invece da sempre l’avvocato Ferdinando Imposimato, legale della signora Pezzano dal 2002 fino a pochi mesi fa, quando è uscito dall’Albo degli Avvocati cedendo così il passo al suo collega Sarrocco.
Imposimato della sua pista immaginaria ne ha fatto un cavallo di battaglia da una quindicina di anni e il chiodo fisso dei suoi libri e delle interviste sul mistero Orlandi. La cosiddetta “pista internazionale”, ribattezzata “la pistona” per i suoi grandi castelli in aria,   è un guazzabuglio a forti tinte, accusa i servizi segreti di mezzo mondo e vuole Emanuela di casa prima a Parigi, poi in Iraq, poi nell’Europa dell’est, infine in un Paese del Medio Oriente – quale non si sa – ma sempre sposa innamorata di uno dei suoi rapitori, tutti terroristi islamici,  e madre felice dei vari figli fatti con lui.
 
La “pistona” di Imposimato – che è arrivato a descrivere per filo e per segno il momento e il modo del “rapimento” di Emanuela e il suo risveglio sulla spiaggia di Sochi, sul Mar Nero – è una superfetazione della pista che dietro i colpi di pistola con i quali una domenica del 1981 il turco Alì Agca attentò alla vita di Papa Wojtyla vuole a tutti i costi terroristi turchi come mandanti, ma pilotati dai servizi segreti dell’allora esistente Unione Sovietica e dei suoi Paesi satelliti Bulgaria e Germania dell’Est.  Secondo questa strampalata teoria Emanuela sarebbe stata rapita per essere scambiata con Agca nel frattempo condannato all’ergastolo e chiuso a chiave in galera in Italia. Ma le varie inchieste giudiziarie e annessi processi non sono riusciti a cavare un ragno da buco, vale a dire a scovare neppure un complice di Agca. Che per le sue mille e una versione – l’ultima delle quali vuole come mandante dell’attentato a Wojtyla addirittura l’ayatollah Khomeini in persona – si è infine ampiamente guadagnato il soprannome di Alì Agca-cha-cha-cha. 
Chi sperava nel rilancio del mistero Orlandi proiettato addirittura nel cielo dello “scontro di civiltà”, purtroppo sempre più attuale specie dopo gli attentati di Parigi e di Bruxelles, è rimasto deluso. E deve accontentarsi della fine ingloriosa dell’affaire nelle mani del “reo confesso” Marco Fassoni Accetti. Che è l’ultimo – per ora – di una serie di affabulatori, “supertestimoni” e “rei confessi” che hanno costellato lo show senza fine che è la tragedia della scomparsa di una innocente ragazzina di neppure 16 anni qual era Emanuela, abitante in Vaticano e studente liceale oltre che di pianoforte, flauto traverso e canto corale nella scuola pontificia di musica Ludovico Da Victoria. Farsa e show infinito che in ormai 33 anni meno tre mesi di indagini, inchieste, controlli e perizie ordinate della magistratura sono costate un bel pacco di milioni di euro: pagati da noi contribuenti.
Non dimentichiamo, a proposito di show, che il “reo confesso” Accetti, dopo un esordio trionfale, coi fuochi d’artificio, realizzato a fine marzo 2013 con la consegna del “flauto di Emanuela” al programma televisivo “Chi l’ha visto?”, è finito ingloriosamente nella polvere: accusato di calunnia e autocalunnia, in vista del processo i magistrati ne hanno ordinato una perizia psichiatrica. Il cui risultato si saprà il 9 aprile.