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Consip, fuga notizie. Capo Polizia Gabrielli contro Csm: “Io servo lo Stato non il governo”

ROMA – Consip. Il capo della Polizia Franco Gabrielli contro il Csm: “Io servo lo Stato non il governo”. “Mi offende come servitore dello Stato aver dovuto leggere in questi giorni le motivazioni con cui la sesta commissione del Consiglio superiore della magistratura raccomanda al plenum di sollecitare il governo Gentiloni a modificare la norma che, lo scorso agosto, ha introdotto l’obbligo per la polizia giudiziaria di trasmettere alla scala gerarchica notizie sulle informative di reato e sui loro sviluppi”. Così il capo della Polizia, Franco Gabrielli, in un’intervista a Repubblica concessa a Carlo Bonini.

Nei giorni scorsi il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini si era detto d’accordo con il parere espresso dal magistrato Nicola Gratteri secondo cui le fughe di notizie, o come nel caso Consip, di una intercettazione come quella della telefonata tra Renzi padre e figlio finita sulla stampa, dipendono “o dai pm o dalla polizia giudiziaria”. Gabrielli, quale capo della Polizia e quindi punto apicale nella gerarchia di comando della polizia giudiziaria, si sente tirato in ballo non riconoscendosi nella rappresentazione fatta propria dal Csm.

“Perché quella norma, si dice, sarebbe un tentativo fraudolento di sterilizzare l’azione della magistratura. Una grave interferenza nel segreto delle sue indagini. Come se il sottoscritto e i vertici delle forze dell’ordine non avessero giurato fedeltà alla Costituzione, ma alla maggioranza di governo del momento”.

Gabrielli spiega che per Carabinieri e Gdf lo stesso principio vigeva già, e “non avevo certo bisogno di una legge per acquisire notizie dalla polizia giudiziaria”: grazie alla legge “questo flusso informativo di notizie riservate è trasparente”. E sottolinea che “il lavoro che la Procura di Roma sta facendo sulla vicenda Consip dimostra esattamente il contrario di ciò che a questa storia si è fatto dire. Se la trasmissione delle notizie in via gerarchica è disciplinata e quindi trasparente, viene sottratta a prassi non scritte e opache. A ricatti o paranoie” e “a quel punto, chi ha sbagliato paga”.

Parla di “disonestà intellettuale” e “sconforto” pensando “al pregiudizio da cui questa falsità muove”: “non credo di dire un’eresia se chiedo che alla catena gerarchica custode di notizie riservate vada garantita la stessa presunzione di innocenza e buona fede che, in questo Paese, viene riconosciuta a qualsiasi pm”.

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