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Pensioni di reversibilità Renzi le toglie: “Cassa sui morti”

ROMA – Pensioni di reversibilità nel mirino di Matteo Renzi, che non ha mai fatto mistero di odiare gli anziani. Tradotto:

Matteo Renzi vuole fare cassa sulle spalle delle vedove,

secondo l’allarme lanciato da Ivan Pedretti, il nuovo segretario della Spi Cgil, il sindacato dei pensionati italiani forte di 3 milioni di iscritti ma finora troppo ossequiente alla linea del partito.

“Un Governo che fa cassa sui morti mi fa schifo”

rilancia Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, partito molto attento agli interessi dei pensionati, dai tempi di Bossi il quale rifiutò la riforma delle pensioni facendo cadere Berlusconi. Salvini ha azzannato:

“Il Governo vuole tagliare le pensioni di reversibilità. In Commissione Lavoro alla Camera è arrivata la proposta renziana di legare allo Isee le pensioni di reversibilità, fregando così migliaia di persone, soprattutto donne rimaste vedove. Rubando contributi effettivamente versati, per anni”.

Molti ricordano ancora le avventate parole di Matteo Renzi una sera in tv, da Michele Santoro, quando, parlando di sua nonna, Maria Bovoli, tenace vecchina di 93 anni, ha detto:

“Chi l’ammazza! mia nonna ha avuto la pensione di reversibilità quando aveva sei figli. È stato giusto ma continua a percepirla ancora, 3.000 euro al mese, nonostante i figli siano piuttosto grandi”.

Dietro le parole di Renzi c’è chi vede la inquietante ombra di Yoran Gutgeld, nemico giurato dei pensionati, messo un po’ in ombra ma sembre tenace e pericoloso suggeritore dietro le quinte.

Un pensionati ha commentato:

“Renzi insegue i voti dei gay e trascura i pensionati, caro gli costerà”.

Pedretti, che si definisce “vecchio operaio comunista”, appena arrivato alla guida dei pensionati ha capito che siamo alla frutta e che se la cosiddetta sinistra non fa qualcosa, milioni di voti di pensionati, come già quelli degli operai una volta comunisti, finiranno alla Lega. Ivan Pedretti ha colpito duro:

“Alla faccia della lotta alla povertà. Alla Commissione Lavoro della Camera è appena arrivato un disegno di legge delega del Governo che contiene un punto molto controverso che agita non poco gli animi di chi un domani potrebbe, suo malgrado, avere diritto alla pensione di reversibilità.
Provo a spiegarlo con parole semplici, vista la complessità della materia: secondo questo disegno di legge le reversibilità vengono considerate prestazioni assistenziali e non più previdenziali. Che cosa significa e che cosa comporta tutto questo?

“Significa che l’accesso alla pensione di reversibilità d’ora in poi sarà legata allo indice Isee, per il quale conta il reddito familiare e non quello individuale. Di conseguenza il numero di coloro che vi avranno accesso inevitabilmente si ridurrà e saranno tante le persone che non si vedranno più garantito questo diritto.

“Questo non è solo profondamente ingiusto ma è anche tecnicamente improprio e rischia di aprire un contenzioso anche a livello giuridico. La pensione di reversibilità infatti è una prestazione previdenziale a tutti gli effetti, legata a dei contributi effettivamente versati. Che in molti casi quindi sparirebbero nel nulla, o meglio, resterebbero nelle casse dello Stato.

“In parole povere una sorta di “rapina” legalizzata. Perpetrata soprattutto ai danni delle donne perché l’età media degli uomini è più bassa e la reversibilità è quindi una prestazione che riguarda soprattutto loro. Donne che oltretutto sarebbero doppiamente colpite perché, come è a tutti noto, hanno una pensione mediamente inferiore a quella degli uomini. E che in futuro rischiano quindi di impoverirsi ulteriormente.

“Un vero capolavoro, insomma. Uno sfregio che mi auguro possa essere ritirato nella discussione che si aprirà a breve nella Commissione Lavoro. Ne vale del futuro pensionistico di tante persone e della dignità di un Governo che non può pensare di fare cassa sulle spalle delle vedove”.

Marina Crisafi, sul sito di Studio Cataldi, spiega ancora:

“Secondo il ddl, le reversibilità saranno considerate prestazioni assistenziali e non più previdenziali.

Ciò significa letteralmente che l’accesso alla pensione di reversibilità sarà legato all’indice Isee e quindi al reddito familiare, andando a ridurre inevitabilmente il numero delle persone che continueranno a veder garantito questo diritto.

Com’è noto, infatti, l’asticella dell’Isee è molto bassa (fissata spesso a redditi da fame) e per superarla, facendo saltare tutti i benefici, basta poco.

Per fare un esempio, è sufficiente che una donna anziana viva ancora con suo figlio che percepisce anche un piccolo reddito da lavoro per far saltare il diritto o che la stessa donna decida di condividere la casa con un’amica (magari vedova titolare di pensione) per rendere meno grama la vecchiaia per perdere la reversibilità. A contribuire allo Isee è anche la casa: la vedova che vive nella dimora coniugale rimarrebbe così con la casa ma senza alcun reddito.

Ad essere colpite, com’è evidente, saranno soprattutto le donne, principali beneficiarie della prestazione in quanto aventi un’età media più alta rispetto agli uomini. Donne che sarebbero, come afferma Pedretti, “doppiamente colpite” perché oggi hanno una pensione media inferiore a quella degli uomini e che “in futuro rischiano di impoverirsi ulteriormente”.

Sinora per loro la reversibilità costituiva una piccola certezza su cui contare.

Sinora appunto. Perché se dovesse passare così com’è il ddl andrebbe a demolire un diritto individuale che diventerebbe inaccessibile per centinaia di migliaia di soggetti.

 

Intanto i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil hanno inviato al Governo una lettera per sollecitare un tavolo di confronto. Più che le lettere conteranno i voti. Renzi insegue i voti dei gay e trascura i pensionati, caro gli costerà, come ha detto il pensionato citato prima.

Presentandosi sul sito della Spi Cgil, Ivan Pedretti ricorda che è

“nato e cresciuto in Val Trompia, vicino alla Brescia di Sabatini e Cremaschi, della strage di piazza della Loggia, degli immigrati africani e del leghismo. La sua vita sindacale è però stata trascorsa quasi tutta in Veneto, tra Verona e Venezia, tanto da farlo considerare a tutti gli effetti «un veneto»”.

Scrive anche:

“Sono un operaio del Nord, un (ormai) vecchio comunista che sta per rompere gli equilibri interni. E come tutti gli operai sono cauto e moderato perché quando si sciopera si rinuncia allo stipendio e quando si ci divide poi ricomporre le fratture fra lavoratori è dura. Credo di essere molto più di sinistra di quelli che mi dipingono come un “destro”. Un sindacalista sempre confederale ed unitario, a partire dalla Fiom ai tempi della Flm (Ia federazione unitaria degli anni ottanta) per finire allo Spi, federazione più confederale della Cgil.
“L’”l’Unità” l’ho sempre portata in tasca, è stata sempre con me: mi è costata anche uno spostamento quando nel 1971 l’averla portata in reparto con 50 operai portò il padrone, ex partigiano, a spostarmi di sopra al capannone dove eravamo solo in due a fare carabine a gas per i luna park”.