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Isole mar Cinese, l’Aja dà ragione alle Filippine. Ma la Cina non ci sta

PECHINO – Le pretese territoriali avanzate dalle Filippine nel mar Cinese meridionale “su parte delle isole Nansha (o Spartly) sono immotivate sia dalla prospettiva storica sia del diritto internazionale”: all’indomani della sentenza del Tribunale dell’Aja che ha accolto quasi in pieno le ragioni di Manila, il governo cinese rilancia e pubblica un libro bianco su tutte le controversie in piedi con il Paese vicino attraverso lo State Council Information Office.

La parte centrale delle dispute tra i due Paesi poggia sulle questioni provocate dall’invasione e dall’occupazione illegale da parte delle Filippine di alcune isole e della barriera delle isole Nansha, che al contrario appartengono alla Cina. Il documento, dal titolo “la Cina aderisce alla posizione di soluzione attraverso i negoziati delle principali dispute tra Cina e Filippine nel mar Cinese meridionale”, chiarisce l’esistenza di questioni sulla “delimitazione marittima in alcune aree”.

La Cina “è impegnata a risolvere le dispute territoriali con negoziati diretti, ma la sua sovranità e i suoi interessi marittimi non saranno influenzati dalla sentenza del Tribunale dell’Aja, peraltro nulla e invalida”. La stampa cinese marcia compatta e fa proprio sia il monito (verso l’esterno) sia la rassicurazione (sul fronte interno) del presidente Xi Jinping. “Le isole del mar Cinese meridionale sono state territorio della Cina fin dai tempi antichi”, ha chiarito ieri pomeriggio Xi nell’incontro avuto con i presidenti Ue della Commissione e del Consiglio, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk. “Rifiutiamo – ha aggiunto – di accettare richieste o attività basate sul responso arbitrale”.

La Cina ha fatto sapere che si riserva il diritto di dichiarare una Air Defense Identification Zone (Adiz, zona di identificazione area) sul Mar Cinese Meridionale. Una mossa che, dopo la sentenza della Corte dell’Aja, rischia di alzare ulteriormente la tensione attorno alle isole artificiali e strutture militari costruite dai cinesi in quelle acque. “La Cina ha diritto di farlo. La Cina ha stabilito una Adiz sul Mar Cinese Orientale” (non riconosciuta internazionalmente), ha detto il vice ministro degli esteri Liu Zhenmin. La decisione verrà presa, ha aggiunto, sulla base del livello delle minacce rivolte alla Cina, perché, ha detto, “se la nostra sicurezza viene minacciata è naturale che abbiamo il diritto di delimitare una zona. Questo dipenderà da una nostra valutazione generale”. Il vice ministro ha quindi affermato che Pechino si augura che altri Paesi non colgano questa occasione per minacciare la Cina, e che “non lascino che il Mar Cinese Meridionale diventi l’origine di una guerra”.

LA SENTENZA DELL’AJA – Martedì 12 luglio la Corte d’arbitrato Onu per la Legge del Mare dell’Aja aveva stabilito che le pretese della Cina “sui diritti storici” nel mar Cinese meridionale “non hanno alcun fondamento giuridico”.

Per quanto atteso, il giudizio a sfavore, l’ira cinese è stata fortissima perché nel primo verdetto internazionale sulle isole artificiali e sulle strutture militari costruite c’è stato il riconoscimento esplicito che tutte le attività finora svolte sono illegali. Il tribunale, nato dalla Convenzione della Legge del Mare (Unclos) e ratificata dalla Cina nel 1996, s’è schierato con le Filippine che nel 2013, dopo l’occupazione di Scarborough Shoal (secche e scogli a poche centinaia di chilometri dalle proprie coste e a molte da quelle cinesi), aveva contestato sia la definizione di isole (per promuovere le 200 miglia di zona economica esclusiva) sia la cosiddetta “linea dei nove tratti” secondo la mappa del 1947 con cui Pechino rivendica il 90% del mar Cinese meridionale.

Per il tribunale, gli scogli incapaci di sostenere la vita umana senza aiuti “esterni” restano tali e non vi è “prova” che avvalori l’ipotesi secondo cui Pechino ha storicamente avuto un controllo esclusivo sulle acque contestate e sulle loro risorse. Nessuna delle isole Spratly (Nansha in cinese), in base a tali criteri, è in grado di generare una zona marittima di 12 miglia nautiche o di mare territoriale. In ogni caso, eventuali diritti storici “sono estinti” in forza della convenzione Onu che ha istituito proprio la zona economica esclusiva (Zee).

Nelle 479 pagine di sentenza ci sono poi critiche alle grandi opere di bonifica che “hanno distrutto la prova delle condizioni naturali nel mar Cinese meridionale” e la barriera corallina, alla pesca selvaggia non controllata di tartarughe marine in via di estinzione, coralli e molluschi giganti, e alla violazione dei diritti dei pescatori e sovrani (la Zee) delle Filippine.    

La Cina ha più volte insistito, avviando un intenso lavoro diplomatico per raccogliere un consenso internazionale intorno alle proprie posizioni, sull’assenza di competenza del tribunale sul caso e che non avrebbe rispettato il verdetto positivo o negativo, sostenendo che le controversie dovevano essere risolte attraverso negoziati bilaterali con le Filippine.    

La sentenza rappresenta un durissimo colpo diplomatico per la Cina che vede il mar Cinese meridionale (ricchissimo di risorse naturali e rotta commerciale da 5mila miliardi di dollari) come parte cruciale della sua strategia di sicurezza nazionale.

In termini di credibilità internazionale, come può un Paese con seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza Onu ignorare un tribunale voluto dal Palazzo di Vetro? Maturato il precedente, altri Stati come Vietnam e Malaysia, vittime della “postura assertiva” di Pechino, potrebbero seguire la stessa via.

Gli Stati Uniti, promotori del braccio di ferro con la Cina per la libertà di navigazione, hanno valutato la sentenza come “un importante contributo all’obiettivo comune di una soluzione pacifica alle dispute” in quelle acque, auspicando che entrambe le parti rispettino i loro obblighi ed evitino dichiarazioni o azioni provocatorie. Sullo stesso tenore il Giappone, altro player che con Pechino ha la disputa sulle isole Senkaku/Diaoyu.