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Libero: “In reparto con il burqa. La caposala si oppone e ne chiedono la testa”

ROMA – Una donna nigeriana che vuole entrare nell’area trapianti dell’ospedale (una zona a carica batterica controllata) con il burqa e i guanti di lana, un uomo del Kuwait che aggredisce il medico che scrive una email al cellulare perché pensa che invece stia scattando una foto della figlia malata: sono alcuni degli episodi di vita quotidiana all‘Istituto Mediterranaeo di Ematologia di Roma. A denunciarli, a Gianluca Veneziani di Libero, è la dottoressa Daniela Francesconi.

“Nell’Islam ci sono i tagliatori di teste veri e propri dell’Isis. E ci sono i tagliatori di teste in senso solo simbolico, quelli cioè che chiedono di sollevare una persona dal suo incarico lavorativo, perché «rea» di svolgere fino in fondo il proprio dovere. Lo scorso 24 ottobre l’ambasciata del Qatar in Italia ha infatti inviato, tramite il suo avvocato Bruno Bertucci,una mail nella quale contesta alla dottoressa Daniela Francesconi, capo sala nel reparto della Fondazione Ime (Istituto Mediterraneo di Ematologia) di Roma, di aver «trattato con arroganza, scarso senso civico e maleducazione i pazienti» qatarioti ivi ricoverati, e chiede pertanto la sua rimozione dall’incarico, «sostituendo la capo sala del reparto con altra persona più educata e più sensibile alle necessità dei malati ricoverati ».

La vicenda contestata risale al 23 ottobre. Quel giorno una ragazza qatariota, appena operata insieme a sua sorella nella struttura romana specializzata nei trapianti di midollo osseo, entra in un’area non consentita ai degenti, ossia nella zona delle cucine. La dottoressa Francesconi fa presente alla ragazza che non è possibile sostare lìe invita in italiano l’ausiliaria che è con lei a lasciare quel luogo interdetto ai non addetti ai lavori. La paziente qatariota si allontanae raggiunge igenitori in sala d’attesa.A quel punto lamadre della ragazza aggredisce la Francesconi, intimandole in inglese di star zitta ediandare via.Dopodiché le dà un ceffone.

Il giorno successivo giunge alla Francesconi – oltreché ad altri dirigentimedici, tra cui Valentino Martelli, dg dell’Ime, Tiziana Frittelli, dg del Policlino Tor Vergata cui fa capo l’Ime, e GiuseppeVisconti, direttore sanitario dello stesso Policlinico – l’email dell’ambasciata in cui si sostiene che «il comportamento della signora Daniela Francesconi viola i diritti del malato al quale deve essere riservata particolare attenzione, a prescindere dal , dalla razza, dalla lingua e dalla religione»; si accusa la dottoressa Francesconi di trattare «i genitori dei malati in modo inurbano offendendone la sensibilità », pur avendo quelli «corrisposto un’ingente somma per le opportune cure alle loro figlie »; si rimprovera la dirigente di «non parlare neanche l’inglese»,all’interno di un istituto che, «pur conosciuto in tutto il mondo», non ha neanche «un interprete di lingua inglese»; e,dopo la richiesta di un sollevamento dall’incarico della dottoressa, ci si riserva «di segnalare quanto sopra esposto al Tribunale dei diritti del malato».

In base a quanto raccontatoci dalla Francesconi, si tratta di una missiva che non solo capovolge la realtà (tra le altre cose, non è affatto vero che manchino nella struttura degli interpreti di lingua inglese, «anzi, ce ne sono pure di lingua araba», garantisce la dottoressa), ma suona anche invasiva rispetto alle competenze di un’ambasciata. L’Ime è infatti una fondazione con statuto privato, ma di natura pubblica: riceve finanziamenti dal governo italianoe – come tale – risponde unicamente al nostro Stato e non certo all’ambasciata di un Paese estero. Ma è soprattutto la pretesa dei degenti e dei loro parenti – quasi tutti originari dell’Africa e dei Paesi del Golfo arabico e di fede musulmana – a essere incompatibile con le normative interne dell’ospedale e con quelle del nostro Stato.

«Queste ricche famiglie kuwaitiane e qatariote », denuncia a Libero la dottoressa, «sono convinte di poter contravvenire ai regolamenti del nostro reparto nonché al decreto legislativo 626/94 sulla sicurezza del lavoro, in nome di uno status economico e di un’obbedienza esclusiva ai principi della loro religione, che permette loro di pensare: “Io posso sempre e comunque”».

Quello della ragazza qatariota sopra raccontato è solo un esempio. Lo scorso anno, ricorda la dottoressa, una famiglia di kuwaitiani pretendeva di portare nell’area trapianti del reparto una quantità notevole di apparecchi elettronici, dalle tv ai cellulari, non conforme alle normative di sicurezza. Al divieto imposto dalla Francesconi, aveva fatto seguito allora un richiamo verbale da parte dell’ambasciata del Kuwait, che la invitava a essere più tollerante in alcune situazioni.

La scorsa settimana, invece, la madre nigeriana di un paziente esigeva di entrare nell’area trapianti dell’ospedale – una zona a carica batterica controllata – con indosso il burqa e dei guanti di lana. «Le ho subito manifestato l’impossibilità, di natura medico-sanitaria, di presentarsi con quegli abiti all’interno della stanza di suo figlio e l’ho invitata a presentarsi esclusivamente con le divise gialle previste dal nostro regolamento. Ma la donna ha fatto resistenza e ha preteso di portare all’interno dell’area anche il tappeto di lana, dove potersi inginocchiare per pregare».

Senza citare, poi, i casi di aggressioni vere e proprie. Come ci racconta l’infermiera vittima di quest’episodio, la scorsa primavera un uomo del Kuwait l’ha aggredita alle spalle e le ha strappato dalle mani il cellulare, perché sicuro che lei stesse scattando una foto a sua figlia degente. «Stavo invece solo rispondendo a una mail», ci dice candidamente l’infermiera.

Non mancano neppure le situazioni di elargizioni munifiche da parte delle famiglie dei bambini operati al personale ospedaliero, in modo che venga chiuso un occhio sulle loro infrazioni. «Sono frequentissimi i casi di doni», assicura la Francesconi, «che rafforzano la convinzione che a loro tutto sia consentito solo perché pagano bene (oltre 100mila euro per un’operazione di trapianto di midollo osseo)». Parole che mostrano una realtà opposta rispetto alle infamanti accuse rivolte alla dottoressa Francesconi. E alle quali l’avvocato Bertucci e, per suo tramite, l’ambasciata del Qatar – da noi interpellati – per il momento preferiscono non rispondere. Resta comunque un dato sintomatico: dopo aver deciso di finanziare la nascita di un’università islamica a Lecce, ora il Qatar prova anche a decidere sulle carriere dei dirigenti dei nostri ospedali”.


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