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“Spy app” anti corna? Non vale in tribunale e rischi denuncia

ROMA – Installare una apposita app sul cellulare del marito o della moglie di cui si sospetta un tradimento è reato. E chi pensa di provare così in tribunale i tradimenti subiti si ritroverà indagato per violazione della privacy. E’ successo a Torino dove una moglie gelosa si ritrova ora nei guai, denunciata dal marito. Ecco cosa racconta La Stampa:

La signora sospetta che il marito non gliela conti giusta. Consigliata – decisamente male – da alcuni conoscenti, decide di rivolgersi a quello che credeva essere uno specialista. E il sedicente detective le spiega come fare. C’è soltanto un problema: mettere le mani sul telefonino del presunto traditore. Inghippo superato usando come ponte quello della figlia. Così, scoperta l’attività di spionaggio via smartphone, l’uomo si rivolge agli agenti della polizia postale e ha denunciato la moglie. E loro, concluse le indagini, hanno pure arrestato il professionista.

 

Le “spy app” sono un fenomeno piuttosto recente e da poco sono arrivate anche nelle cause di separazione ma senza successo: non solo non valgono come prove ma ci si becca una denuncia.

Insomma, per dirlo con le parole di Annamaria Bernardini De Pace, la più famosa matrimonialista d’Italia, la violazione della privacy resta la prima e più grave violazione dei diritti coniugali. Anche in questi casi, però, sembrano esserci i trucchi.

«Ormai messaggi, chat e screens di conversazioni sono accettati come prove in quasi tutte le cause di separazione – conferma Bernardini -. Il rischio è di ricevere una denuncia penale in separata sede, ma per evitarla basta, in presenza di sospetti o di messaggi accertati, richiedere al gestore telefonico, tramite il tribunale, il traffico telefonico del cellulare incriminato. E il gioco è fatto».