La festa dei 50 anni di Repubblica un mese dopo che Marco Benedetto se ne è andato (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Era stata una coincidenza quasi simbolica la scomparsa di Marco Benedetto nel giorno in cui gli editori di Repubblica avevano annunciato la vendita del giornale per il quale il fondatore di Blitzquotidiano era stato così importante e decisivo. Ed è un’altra coincidenza che proprio nel trigesimo della scomparsa si celebrino i 50 anni di Repubblica, una grande festa in due tempi, al Mattatoio di Roma e all’Auditorium della Musica.
Una festa per un passaggio così importante, ma anche una festa “sospesa” per il destino del grande giornale che ha contribuito a cambiare l’Italia e il modo di fare i quotidiani. Un destino incerto, pieno di interrogativi, soprattutto per chi lavora dentro a quello che è stato sicuramente il più importante giornale nazionale in Italia nel periodo di gloria della stampa di carta, con tutto il rispetto per gli altri, “Corriere della Sera” in testa. Destino incerto anche per la grande crisi che sta massacrando i giornali di carta, nella rivoluzione totale della comunicazione.
Mi sono chiesto come avrebbe reagito Marco Benedetto a questo anniversario, alle feste dei 50 anni, alle quali sicuramente sarebbe stato invitato. Marco è stato sicuramente uno degli uomini decisivi non tanto nella fondazione di Repubblica (allora era l’amministratore delegato della Stampa), ma nel suo grande sviluppo, nella costruzione di un quotidiano, che era diventato la stella polare di un sistema complessivo, dove si stagliavano i giornali locali e poi le radio, praticamente da lui inventate o rilanciate “alla grande”.
Non si riescono neppure a contare le invenzioni di quella fase che portò “Repubblica” a diventare una corazzata, sicuramente guidata dal genio giornalistico di Eugenio Scalfari e da quello editoriale del principe Carlo Caracciolo.
Un giornale in proiezione avanzatissima, il cui successo era il frutto di una modernizzazione che tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni del Terzo Millennio aveva spinto un po’ tutti i giornali a cavalcare le sue iniziative, che allargavano la diffusione: gli inserti, il colore, i supplementi, le grandi promozioni, come quella straordinaria di vendere insieme al quotidiano i libri, i best seller che hanno segnato la storia della Letteratura italiana ed estera. Tanto per fare un solo esempio. E dietro a queste iniziative c’era sempre la testa di Marco, la sua intuizione o la sua approvazione e il suo sostegno e poi la sua determinazione a realizzare i progetti, a trovare i sistemi finanziari per supportarli.
Intorno alla corazzata navigavano a un certo punto tredici testate cosiddette “locali”, dal Tirreno al Piccolo di Trieste, passando per le Gazzette emiliane, per la Sardegna e tutto il resto, che messe insieme erano il terzo quotidiano italiano, legato, attraverso la Finegil, da una redazione romana che costruiva le pagine nazionali, mettendo in comune le grandi notizie, ma nell’osservanza delle sensibilità locali, spesso anche geograficamente differenti.
Anche dietro a questo immenso lavoro c’era Marco, affiancato da grandi personaggi del giornalismo come Piero Ottone, Mario Lenzi, come Maurizio De Luca e una vera stirpe di direttori e amministratori, che venivano scelti con una grande acutezza e che avevano in Marco sempre un interlocutore, un consigliere, spesso un amico.
Quanti nomi, oltre a quelli ricordati con “Repubblica”: Ugo Zatterin, Luigi Bianchi, Sergio Baraldi, Enzo Liuzzi, Pier Vittorio Buffa, Luigi Carletti, Enrico Pirondini, Sergio Milani e tanti altri che nelle riunioni in via Po, sede storica, ogni mese si incontravano in una costellazione dei giornali locali per affinare le sintonie. Sotto la guida e la protezione di Marco e di Mario Lenzi.
Anche questa parte della storia in fondo gravita, anche se non ne fa parte direttamente, intorno ai 50 anni di Repubblica, a questo anniversario “sospeso” dall’incertezza del futuro, che per molti di quei giornali “satelliti”, per i relativi direttori, per gli apparati amministrativi, si è già pesantemente consumato, con la decisione della Gedi di John Elkan di venderli o di chiuderli, in un rosario di funerali editoriali per l’ex grande Gruppo, che era stato costruito, mattone su mattone, intorno a Repubblica.
È sempre stato difficile capire il pensiero di Marco davanti a questa progressiva e inesorabile operazione, che smontava la costruzione di un grande edificio editoriale, pezzo dopo pezzo, testata dopo testata. Non c’era nessuno che meglio di lui poteva capire. Ma Marco stava nella sua splendida fortezza di Piazza in Piscinula, con la redazione di Blitz in quel fantastico loggiato, praticamente in riva al Tevere, silenzioso, ma con le sue idee lucide e precise su dove stava andando l’editoria.
Ogni mese su Blitz uscivano le classifiche delle vendite dei quotidiani con le sue riflessioni acute come lame, profonde come le sue conoscenze, mai direttamente polemiche. Non so se Marco sarebbe andato alle feste di “Repubblica” dei 50 anni, per molti dei quali era stato uno dei protagonisti più importanti.
Il giornalismo, i giornali, l’editoria sono state le sue grandi passioni in un cerchio che si è chiuso. Verrebbe da usare la famosa frase di saluto che Eugenio Scalfari pronunciò per accomiatarsi dalla sua redazione, lasciando il passo a Ezio Mauro: “Vi lascio le viole per i pensieri e il rosmarino per i ricordi.”
Quel giorno anche Marco, che era ovviamente presente in prima fila, si commosse ed era difficile che capitasse. Ricordando tutto questo ora ci commuoviamo noi, trenta giorni dopo che ci ha lasciato.
