Nemmeno la crisi internazionale e le sfuriate di Macron che ritiene Trump un bullo, riescono a frenare quella lotta intestina che divide il Pd (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Nemmeno la crisi internazionale e le sfuriate di Macron che ritiene Trump un bullo, riescono a frenare quella lotta intestina che divide il Pd. C’è chi dice che i conti si faranno dopo il referendum sulla giustizia, ma forse “anche prima”, sostengono i più oltranzisti. In ballo la poltrona di Elly Schlein che traballa, ma non troppo. In via del Nazareno, i fedelissimi della segretaria sono convinti che queste sono tutte chiacchiere supportate da una destra che teme una vittoria del no. “Sanno che alle elezioni del 2027 potrebbe avverarsi il ribaltone, perciò le mettono in giro tutte per evitare il crack”, dicono ancora quegli esponenti favorevoli alla rivoluzione a sinistra voluta dall’attuale maggioranza di via del Nazareno.
Le correnti continuano a dividersi e a moltiplicarsi: oltre ai moderati, forti di personaggi di spicco della vecchia Margherita, nascono i riformisti che hanno in Pina Picierno il loro portabandiera. Che cosa vogliono i contrari? Un ritorno ai vecchi tempi, quelli in cui si parlava di essere progressisti, ma fino ad un certo punto. In breve: non si può andare d’accordo con i 5Stelle che hanno un solo interesse. quello di sedersi di nuovo sulla poltrona di Palazzo Chigi.
Perché, allora, è importante il voto del 22 e 23 marzo? Semplice: se la destra vincesse a mani basse, forse l’ora della Schlein avrebbe i minuti contati. Ecco il motivo per cui nella sede del Pd è vietato pronunciare quella particella particolare formata da due lettere: “SI”. Nemmeno se chiedi per favore un bicchier d’acqua la si può pronunciare. Meglio un cenno del capo o rispondere semplicemente con un “sei gentile”. Anche se ufficialmente “tutto va bene madama la marchesa”, il braccio di ferro va adesso oltre ogni limite. “Non dovrebbero nemmeno entrare nella nostra sede questi signori”, tuonano i “sinistri-sinistri” dei dem.
È chiaro, dunque, che il redde rationem ha due date ben precise: il referendum e le elezioni politiche del 2027. Rinvio sacrosanto nel caso in cui la Schlein dovesse perdere, magari dignitosamente. Tutto rinviato al prossimo anno quando a pronunciarsi sarà il popolo sovrano. Fino a quel momento non ci saranno soltanto scaramucce. “Ne va del futuro del Pd”, ritengono i contrari all’attuale segretaria. Il ritornello di Elly è sempre lo stesso. Si limita a chiedere alla Meloni di riferire in aula, vuole chiarimenti. Tutte belle parole e niente altro. In diciotto occasioni, ultimamente il refrain non è cambiato. “Mai un progetto, mai un qualcosa che potesse far ritornare all’ovile i tanti assenteisti che oggi preferiscono rimanersene a casa il giorno in cui debbono andare a deporre la scheda nell’urna”. È un altro chiodo fisso di chi crede ciecamente che coloro i quali non vanno più a votare sono gli uomini e le donne di sinistra deluse dall’attuale politica del Pd.
Ne consegue che i dem di oggi non possono sperare in un futuro diverso: le possibilità di dare una spallata al governo sono minime, tanto è vero che la destra continua a ripetere che con questa opposizione “si va a nozze” perché non c’è un minimo disegno politico che possa impensierire Giorgia Meloni. Questa tesi è confortata soprattutto dai sondaggi che vedono la premier costantemente al vertice con il 31 per cento delle preferenze. È inutile dire che il governo è succubo di Trump, che la Meloni mente sapendo di mentire quando riferisce dati e cifre assolutamente falsi. È sui grandi problemi che il Pd deve insistere: la sicurezza, i dazi, la povertà, il salario minimo sono temi scottanti, ma non significa nulla enumerarli se poi non si studia un progetto che riporti il Pd al centro della lotta politica.
Il momento è difficile perché non sono soltanto le divisioni a non favorire la crescita. I “falsi alleati dove li mettiamo?”, sussurrano gli amici-nemici della Schein. Si punta il dito contro Giuseppe Conte che fa finta di aderire al campo largo, salvo poi tirarsi indietro quando si deve prendere una posizione davanti ai grandi problemi. Infatti, i 5Stelle continuano ad essere favorevoli alle primarie per scegliere il candidato numero uno della sinistra. L’avvocato del popolo lo ha promesso a sé stesso il giorno in cui fu defenestrato da Palazzo Chigi. Il primo a impallinarlo (insieme con altri) fu proprio Matteo Renzi che oggi vorrebbe rifondare la Margherita. Indovinate perché? Spera così di rientrare nel grande giro che non è quello di Italia Viva, il suo partito, fermo da tempo al due per cento. Cioè, insignificante, malgrado gli innumerevoli interventi del suo leader.
Per fortuna, non esiste solo la politica nel nostro meraviglioso Paese. I Palazzi non entusiasmano, dicono e non dicono, gli piace litigare e basta. Ecco perché poi in prima pagina sui giornali e nei tg appaiono sempre più i nostri eroi. Jannik va bene, speriamo che vinca in Australia, ma insieme con lui è tornata ad essere una stella Federica Brignone. Dopo 292 giorni di stop dovuto ad un brutto incidente, è tornata ieri su una pista di sci, dimostrando di essere ancora una grande campionessa. Le Olimpiadi sono vicine, la “tigre” non ci deluderà e insieme con lei ci sono milioni di italiani.
