Perché la Cassazione ha deciso che Chico Forti rimanga in carcere (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
Chiamata a decidere sulla liberazione condizionale di Chico Forti, la Cassazione ha confermato quanto deciso dal tribunale di sorveglianza ribadendo il suo no. Il 67enne dovrà quindi restare in carcere dato che, secondo la Corte Suprema, il tribunale di sorveglianza ha seguito “un percorso concettuale di ineccepibile saldezza logica” in merito alla “ritenuta assenza di una volontà volta al risarcimento”.
Quello che viene ribadito dalla Cassazione è il mancato ravvedimento da parte di Forti ed anche la mancanza di gesti riparatori. E nelle sette pagine di ordinanza i giudici hanno scritto che nella sentenza del tribunale di sorveglianza sono contenute affermazioni “corrette”.
Chico Forti, dopo essere stato condannato all’ergastolo per la morte di Anthony Dale Pike avvenuta a Miami nel 1998, ha passato un lungo periodo di detenzione negli Stati Uniti. Successivamente è riuscito a tornare in Italia per finire di scontare la sua condanna ed è stato collocato nel carcere di Verona. Dalla struttura può uscire per recarsi nell’azienda agricola veronese che l’ha assunto, può anche svolgere attività di volontariato e fare visita alla madre 98enne a Trento.

Il 67enne, che ha ottenuto dal tribunale di sorveglianza già uno sconto di pena di 6 anni e 3 mesi per buona condotta, avendo scontato i 26 anni minimi di detenzione ha potuto presentare tramite i suoi avvocati la richiesta di liberazione condizionale che gli avrebbe permesso una scarcerazione anticipata. Richiesta che però, nel settembre scorso, è stata negata.
La difesa, dopo la bocciatura, ha fatto ricorso in Cassazione evidenziando che la condanna straniera riconosciuta in Italia non prevede obbligazioni civili. A carico del 67enne trentino non sono state poste spese processuali né un risarcimento a favore della famiglia della vittima con il fratello di Anthony Dale Pike che, come è stato ricordato, si era detto convinto dell’innocenza di Forti.
La Cassazione ha però spiegato che la “tesi difensiva è frutto di una incongrua sovrapposizione tra la normativa statunitense e quella italiana”. Nelle sette pagine del provvedimento c’è scritto che “il punto nodale del presente procedimento, infatti, non è da ricercare nella mancanza della condanna alle spese e, a monte, delle domande risarcitorie. Il fulcro della questione, al contrario, inerisce alla sussistenza, o meno, di una spontanea offerta proveniente dal condannato di provvedere al risarcimento in danno della persona offesa”.
I soldi sul conto non usati per risarcire e il mancato ravvedimento
Chico Forti aveva a disposizione 30mila euro sul conto corrente: soldi arrivati grazie ad un suo comitato di sostegno. Per i giudici della Cassazione non averli offerti è un chiaro segnale della mancanza della volontà di risarcire rendendo quindi gli argomenti della difesa inammissibili.
C’è poi una parte che riguarda il mancato ravvedimento e l’atteggiamento di Forti. Secondo la Cassazione, “la censura difensiva non coglie proprio l’aspetto fondamentale della problematica in esame”. Per i giudici “l’adempimento delle obbligazioni civili non rileva in quanto tale, bensì in veste di elemento di inserire in un più ampio quadro valutativo, volto a dimostrare il ravvedimento del condannato e la sua riprovazione per il delitto commesso, oltre che l’esistenza di una fattiva volontà di eliminarne o attenuarne le conseguenze dannose”.
