Cervelli in fuga, metà dei giovani che emigrano all'estero ha un titolo accademico: a pesare sono le prospettive lavorative (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
Più della metà dei quasi 200mila ragazzi italiani fuggiti all’estero negli ultimi anni ha un titolo accademico. A pesare sulla decisione di emigrare sono le prospettive di lavoro, segnate da un tasso di occupazione per gli under 25 che si ferma sotto il 20%. In questo scenario, in cui l’ingresso nel mondo del lavoro è ritardato e le prospettive di carriera sono fragili, solo due terzi dei giovani trovano lavoro entro tre anni dal titolo di studio, contro oltre l’80% della media europea. Esiste poi anche un divario occupazionale tra Nord e Sud che tocca i 27 punti percentuali. A lanciare l’allarme su questo trend è il “Rapporto di previsione Primavera 2026” del Centro Studi Confindustria, basato su rielaborazioni di dati Istat ed Eurostat.
Cervelli in fuga: i dati allarmanti
Nell’intervallo preso in esame dallo studio di Confindustria, ovvero quello tra il 2019 e il 2023, oltre 190mila giovani hanno deciso di lasciare l’Italia. A preoccupare maggiormente, però, è il dato qualitativo dei cervelli in fuga: una fetta enorme di chi emigra possiede infatti un’alta formazione. Questo trend ha registrato una costante crescita anche in tempi più recenti: se nel 2019 i laureati rappresentavano il 38,7% degli emigrati, dal 2020 questa quota ha superato la metà toccando il 50,9% nel 2023.

Perché i giovani italiani preferiscono emigrare all’estero? Come detto, a pesare maggiormente è la prospettiva lavorativa. Sebbene in Italia l’istruzione continui a rappresentare un vantaggio competitivo, con un tasso di occupazione dei laureati al 74,3% contro il 59,3% dei diplomati, questo “premio” per gli studi risulta essere decisamente minore rispetto a quello garantito negli altri Paesi europei. Ancora una volta, a parlare sono i numeri: solo il 67,6% dei giovani italiani (tra i 20 e i 34 anni) trova un’occupazione entro tre anni dal conseguimento del titolo di studio. Le retribuzioni di ingresso, invece, pur avendo registrato una timida crescita (+7% dal 2022), restano relativamente contenute nel confronto internazionale. Secondo Confindustria, questa debolezza salariale riflette le caratteristiche strutturali del sistema produttivo italiano, dominato da imprese mediamente più piccole, da una più bassa dinamica della produttività e da percorsi di carriera decisamente meno strutturati.
Come evidenziato dal “Rapporto di previsione Primavera 2026”, esiste anche una problematica relativa all’età in cui i giovani iniziano a lavorare. Nel 2024, infatti, il tasso di occupazione giovanile nella fascia tra i 15 e i 24 anni si attesta a un misero 19,7%, ben al di sotto della media europea (31,5%). La situazione migliora fisiologicamente con l’età: il tasso sale al 63,1% nella fascia 25-29 anni, per poi raggiungere il 73,9% tra i 30 e i 34 anni. Tuttavia, solo nelle regioni del Nord Italia il tasso di occupazione dei trentenni (all’83,3%) riesce finalmente ad allinearsi agli standard delle principali economie europee.
