BMI o girovita: quale conta davvero per la salute? La nuova scoperta sul grasso addominale (blitzquotidiano.it)
Quando si parla di peso e salute, il primo numero che viene in mente è quasi sempre quello della bilancia. Subito dopo arriva il BMI, cioè l’indice di massa corporea, utilizzato da anni per classificare una persona come sottopeso, normopeso, sovrappeso oppure obesa. Ma c’è un’altra misura che potrebbe raccontare una parte importante della storia: la circonferenza della vita.
Un nuovo studio pubblicato sul Journal of the American Geriatrics Society suggerisce infatti che, nelle persone anziane, guardare soltanto il BMI potrebbe non essere sufficiente per valutare il rischio per la salute. I ricercatori hanno analizzato i dati di 6.905 adulti di almeno 65 anni, seguiti per un periodo di 14 anni, dal 2011 al 2024. Il risultato è interessante: mentre un BMI più elevato è risultato associato a una minore mortalità, una circonferenza della vita maggiore è stata invece collegata a un rischio più alto.
La conclusione non è che “essere obesi fa bene”, ma che il numero sulla bilancia, da solo, non descrive necessariamente come è distribuito il grasso nel corpo.
Il risultato sorprendente: un BMI più alto non sempre significa maggiore rischio
Lo studio ha evidenziato un’associazione particolarmente sorprendente negli uomini sopra i 65 anni. Rispetto agli uomini classificati come normopeso, quelli in sovrappeso presentavano un rischio di morte per qualsiasi causa inferiore del 46%. Negli uomini con obesità di classe I o II, cioè con un BMI compreso tra 30 e meno di 40, la riduzione associata era del 51%.
Anche nelle donne sono emersi risultati che vanno nella stessa direzione generale, anche se le associazioni non erano identiche a quelle osservate negli uomini.
È quello che viene spesso definito “paradosso dell’obesità”: in alcune popolazioni di persone anziane, un peso corporeo più elevato è stato associato a una maggiore sopravvivenza rispetto al normopeso.
Questo, però, non significa che avere qualche chilo in più protegga automaticamente dalle malattie.
Gli stessi ricercatori sottolineano infatti che BMI e circonferenza della vita forniscono informazioni diverse e complementari. Lo studio è osservazionale: mostra delle associazioni, ma non può dimostrare che un BMI più alto provochi direttamente una riduzione della mortalità.
Perché il BMI può essere fuorviante
Il BMI viene calcolato mettendo in rapporto peso e altezza. È semplice, economico e facilmente utilizzabile, ma presenta un limite importante: non dice dove si trova il grasso e non distingue direttamente tra massa grassa e massa muscolare.
Una persona molto muscolosa, per esempio, può avere un BMI elevato pur avendo una quantità relativamente bassa di grasso corporeo.
Il problema diventa ancora più interessante con l’avanzare dell’età. Dopo i 65 anni possono verificarsi cambiamenti nella composizione corporea: si può perdere massa muscolare e ossea mentre aumenta la componente adiposa. Di conseguenza, una persona può avere un peso apparentemente “normale” senza avere necessariamente una composizione corporea favorevole.
Anche il dimagrimento involontario può rappresentare un campanello d’allarme negli anziani. Alcune malattie croniche possono infatti provocare perdita di peso e massa muscolare. Per questo motivo, un BMI basso non dovrebbe essere interpretato automaticamente come sinonimo di buona salute.
Le linee guida più recenti sull’obesità riconoscono proprio questo limite e suggeriscono di integrare il BMI con misure che permettano di valutare meglio l’adiposità, tra cui la circonferenza della vita.
Il dato da tenere d’occhio potrebbe essere il girovita
La parte più interessante dello studio riguarda proprio la circonferenza della vita. Negli uomini, una vita più ampia è risultata associata a un rischio di mortalità superiore del 24% rispetto a una circonferenza considerata nella norma. Un’associazione analoga è stata osservata anche nelle donne.
Ancora più significativo è ciò che è emerso combinando BMI e girovita.
Le persone con BMI normale ma circonferenza della vita elevata risultavano associate a un rischio maggiore di mortalità rispetto a chi aveva sia BMI normale sia una vita più contenuta. In altre parole, una persona può rientrare nella categoria del normopeso sulla bilancia e presentare comunque un profilo meno favorevole se accumula una quantità elevata di grasso nella zona addominale.
È un aspetto particolarmente importante perché il BMI, preso da solo, potrebbe non individuare questo tipo di distribuzione del grasso.
Perché il grasso sulla pancia è considerato più problematico
Non tutto il tessuto adiposo si comporta allo stesso modo. Il grasso accumulato nella zona addominale è spesso associato a una maggiore quantità di grasso viscerale, cioè quello localizzato più in profondità intorno agli organi interni. È diverso dal grasso sottocutaneo, che si trova immediatamente sotto la pelle.
Una maggiore adiposità addominale è stata collegata a diversi fattori di rischio cardiometabolico, tra cui insulino-resistenza, diabete di tipo 2, pressione elevata e malattie cardiovascolari.
È proprio per questo che la circonferenza della vita viene utilizzata insieme al BMI nella valutazione del rischio. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha evidenziato l’utilità di considerare misure dell’adiposità addominale, oltre al semplice indice di massa corporea.
Le linee guida dell’American Diabetes Association del 2026 vanno nella stessa direzione: in determinate persone, la misurazione della vita può aiutare a individuare un eccesso di adiposità che il solo BMI rischierebbe di non intercettare.
Quanto dovrebbe misurare il girovita?

Non esiste un unico valore valido per tutte le popolazioni, perché i livelli di rischio possono variare in base a sesso, età ed etnia.
Per gli adulti non appartenenti a popolazioni asiatiche, uno dei riferimenti più utilizzati considera particolarmente rilevanti valori pari o superiori a 88 centimetri nelle donne e 102 centimetri negli uomini. L’ADA utilizza queste soglie per identificare l’obesità addominale nell’ambito della valutazione clinica.
Esistono però anche soglie più basse utilizzate per indicare un aumento del rischio. In alcune linee guida europee, per esempio, il rischio viene considerato aumentato già intorno agli 80 centimetri nelle donne e ai 94 negli uomini.
Per questo motivo non è corretto trasformare una singola misura in una diagnosi. Il girovita deve essere interpretato insieme a età, pressione, glicemia, colesterolo, attività fisica, storia familiare e altri fattori di rischio.
Non conta soltanto quanto si pesa, ma anche dove si accumula il grasso
Il messaggio più importante della ricerca non è quindi quello di smettere di controllare il peso.
Piuttosto, lo studio suggerisce che peso e forma corporea dovrebbero essere osservati insieme.
Una persona con BMI elevato può avere una distribuzione del grasso relativamente favorevole, mentre un’altra con BMI perfettamente normale può accumulare una quantità significativa di grasso nella zona addominale.
È uno dei motivi per cui oggi la valutazione dell’eccesso di peso tende a diventare sempre più articolata. Oltre a BMI e circonferenza della vita, quando necessario possono essere utilizzati anche altri strumenti per valutare la composizione corporea, come la bioimpedenziometria o la DEXA.
E dopo i 65 anni il discorso diventa ancora più importante
La nuova ricerca riguarda specificamente gli adulti più anziani e non può essere automaticamente estesa a tutte le fasce d’età.
Proprio negli anziani, infatti, perdere peso non significa necessariamente migliorare la salute. Se il dimagrimento comporta anche perdita di muscolo e forza, può contribuire alla fragilità.
Allo stesso tempo, però, l’accumulo di grasso addominale rimane un elemento da non sottovalutare.
Per questo gli autori dello studio propongono una valutazione che tenga insieme BMI e circonferenza della vita, invece di affidarsi a una sola delle due misure.
