Colesterolo LDL, un nuovo farmaco lo riduce del 56%: cosa ha scoperto lo studio (blitzquotidiano.it)
Il colesterolo LDL, quello comunemente definito “cattivo”, è uno dei principali fattori modificabili associati al rischio cardiovascolare. Abbassarlo è particolarmente importante nelle persone che hanno già una malattia cardiovascolare aterosclerotica o presentano un rischio molto elevato.
Ora un nuovo studio ha messo a confronto direttamente due farmaci utilizzati per ridurre l’LDL, mostrando una differenza molto marcata: dopo 150 giorni, il trattamento con inclisiran ha ridotto il colesterolo LDL del 56,3%, contro il 15,4% osservato con l’acido bempedoico.
Il risultato arriva dallo studio VICTORION-Challenge, presentato al congresso 2026 della Società Europea di Cardiologia e pubblicato sull’European Heart Journal. Ma cosa significa davvero quel 56% e, soprattutto, per chi può essere importante?
Colesterolo LDL: perché è così importante

L’LDL trasporta il colesterolo attraverso il sangue. Quando è presente in quantità elevate, può contribuire alla formazione e alla progressione delle placche aterosclerotiche nelle arterie.
Per questo le strategie per abbassarlo rappresentano una parte fondamentale della prevenzione cardiovascolare, soprattutto nelle persone che hanno già avuto eventi cardiovascolari o presentano un rischio elevato.
Le linee guida europee stabiliscono obiettivi di LDL diversi a seconda del rischio individuale. Nei pazienti a rischio molto elevato, per esempio, il target è generalmente inferiore a 55 mg/dL, mentre nei pazienti ad alto rischio è inferiore a 70 mg/dL. La terapia viene scelta in base al profilo del paziente e alla risposta ai trattamenti.
Il problema è che una parte dei pazienti non riesce a raggiungere questi valori nonostante le terapie disponibili.
Il nuovo studio ha confrontato due farmaci
Il VICTORION-Challenge è uno studio di fase 4, randomizzato e in aperto che ha coinvolto 402 adulti con malattia cardiovascolare aterosclerotica e livelli di LDL pari o superiori a 70 mg/dL nonostante il trattamento con statine, con o senza ezetimibe.
L’età media dei partecipanti era di circa 63 anni e il valore medio di LDL all’inizio dello studio era di circa 94 mg/dL.
I partecipanti sono stati assegnati a due gruppi: uno ha ricevuto inclisiran, mentre l’altro ha assunto acido bempedoico. I trattamenti sono stati utilizzati insieme alla terapia di base prevista dallo studio.
L’obiettivo principale era verificare quanto sarebbe cambiato il livello di LDL dopo 150 giorni.
Inclisiran ha ridotto l’LDL del 56,3%
Il risultato più evidente riguarda proprio la variazione del colesterolo LDL. Dopo 150 giorni:
- nel gruppo trattato con inclisiran, l’LDL si è ridotto del 56,3%;
- nel gruppo trattato con acido bempedoico, la riduzione è stata del 15,4%.
La differenza tra i due gruppi è stata quindi di circa 41 punti percentuali. In termini assoluti, la diminuzione media dell’LDL è stata di circa 53,4 mg/dL con inclisiran contro 17,5 mg/dL con acido bempedoico.
È importante però non interpretare questo dato come “il farmaco riduce il rischio di infarto del 56%”. Il 56,3% riguarda la riduzione del valore di LDL-C, che era l’endpoint principale dello studio, non una riduzione diretta di infarti, ictus o mortalità.
Anche il raggiungimento del target LDL è stato molto diverso
Un altro risultato interessante riguarda la percentuale di pazienti che è riuscita a raggiungere il proprio obiettivo terapeutico.
Al giorno 150, il target individuale di LDL è stato raggiunto dal:
78,2% dei pazienti trattati con inclisiran
contro
20,3% di quelli trattati con acido bempedoico.
Anche nei pazienti che assumevano contemporaneamente ezetimibe il risultato è rimasto favorevole a inclisiran.
Questo è particolarmente rilevante perché nelle persone con malattia cardiovascolare aterosclerotica ad alto o altissimo rischio raggiungere e mantenere livelli bassi di LDL rappresenta uno degli obiettivi centrali della terapia.
Come funziona inclisiran
Inclisiran appartiene a una classe di farmaci molto particolare: è un siRNA, cioè una piccola molecola di RNA interferente. Il suo bersaglio è la proteina PCSK9, prodotta principalmente dal fegato.
In condizioni normali, PCSK9 favorisce la degradazione dei recettori LDL presenti sulla superficie delle cellule epatiche. Questi recettori sono importanti perché permettono al fegato di catturare l’LDL presente nel sangue.
Riducendo la produzione di PCSK9, inclisiran permette di mantenere più recettori LDL disponibili e quindi di aumentare la rimozione del colesterolo LDL dalla circolazione.
È un meccanismo diverso da quello delle statine e permette di intervenire sulla regolazione della proteina PCSK9.
Non è una pillola da prendere ogni giorno
Una delle caratteristiche di inclisiran riguarda anche la modalità di somministrazione. Il farmaco viene somministrato attraverso un’iniezione sottocutanea. Nell’Unione Europea, la posologia prevede una prima somministrazione, una seconda dopo tre mesi e successivamente una somministrazione ogni sei mesi.
Questo aspetto può essere interessante soprattutto per i pazienti che hanno difficoltà a seguire quotidianamente una terapia orale.
L’inclisiran è già autorizzato in Europa per determinate forme di ipercolesterolemia e dislipidemia, generalmente insieme alla dieta e, quando indicato, alle statine o ad altre terapie ipolipemizzanti.
E gli effetti collaterali?
Nel nuovo studio, la frequenza complessiva degli eventi avversi è risultata simile nei due gruppi: 63,1% con inclisiran contro 59,8% con acido bempedoico.
Anche gli eventi avversi gravi sono stati relativamente comparabili. Tra gli eventi più frequentemente osservati con inclisiran sono comparsi nasofaringite, ipertensione e mialgia.
Per il farmaco, tra gli effetti indesiderati più caratteristici già noti ci sono soprattutto le reazioni nella zona dell’iniezione, come dolore, arrossamento o rash.
Come sempre, il profilo di sicurezza deve essere valutato dal medico considerando la situazione clinica individuale.
Il dato del 56% non significa che tutti debbano prendere questo farmaco
È probabilmente il punto più importante da chiarire. Lo studio non ha dimostrato che inclisiran sia necessario per chiunque abbia il colesterolo LDL elevato. I partecipanti erano persone con malattia cardiovascolare aterosclerotica e rischio alto o molto alto, già inserite in un percorso terapeutico.
Inoltre, si trattava di uno studio in aperto: sia i ricercatori sia i partecipanti conoscevano il trattamento assegnato. Il confronto è stato effettuato su 402 persone e l’endpoint principale era la variazione dell’LDL dopo 150 giorni.
Il risultato dimostra quindi una maggiore capacità di abbassare l’LDL rispetto all’acido bempedoico nella popolazione studiata, ma non significa automaticamente che il farmaco sia la scelta migliore per ogni paziente.
Abbassare l’LDL non è la stessa cosa che dimostrare meno infarti
Anche questo punto merita attenzione.
Lo studio VICTORION-Challenge ha misurato principalmente quanto si abbassa il colesterolo LDL. Non è stato progettato per dimostrare direttamente quanti infarti o ictus vengono evitati rispetto all’altro trattamento.
La relazione tra riduzione dell’LDL e riduzione del rischio cardiovascolare è ampiamente studiata, ma bisogna distinguere sempre tra un endpoint biologico, come la concentrazione di LDL nel sangue, e un endpoint clinico, come infarto, ictus o morte cardiovascolare.
Il nuovo lavoro aggiunge quindi un tassello importante sulla capacità di raggiungere i valori di LDL desiderati, ma non va interpretato come una prova di una riduzione del 56% degli eventi cardiovascolari.
Il ruolo delle statine rimane centrale
La comparsa di nuovi farmaci non significa che le statine siano state superate. Le più recenti raccomandazioni europee continuano a considerare le statine come trattamento di prima scelta quando è indicata una terapia farmacologica per ridurre l’LDL. Se il paziente non raggiunge l’obiettivo con la dose massima tollerata, possono essere aggiunti altri farmaci ipolipemizzanti, tra cui ezetimibe, inibitori di PCSK9 e acido bempedoico, a seconda della situazione clinica.
Inclisiran si inserisce quindi in una strategia terapeutica più ampia, non in alternativa automatica alla dieta o alle statine.
