Attività fisica, cosa succede davvero nel corpo? Un nuovo studio svela come il movimento riduce l’infiammazione (blitzquotidiano.it)
Fare attività fisica non significa soltanto bruciare calorie o allenare muscoli e cuore. Quando ci muoviamo con regolarità, nel corpo si modificano anche il metabolismo e il comportamento delle cellule del sistema immunitario. Un nuovo studio ha analizzato questi cambiamenti a livello molecolare, individuando alcuni dei meccanismi che potrebbero spiegare perché l’esercizio aiuta a contrastare l’infiammazione.
Per anni abbiamo saputo che l’attività fisica regolare è associata a numerosi benefici per la salute, dalla riduzione del rischio cardiovascolare al miglioramento del metabolismo. Ma una domanda rimaneva più difficile da rispondere: cosa succede esattamente dentro il corpo quando una persona passa da una vita sedentaria a uno stile di vita più attivo?
Una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances ha provato a rispondere osservando non soltanto alcuni valori nel sangue, ma migliaia di caratteristiche molecolari e cellulari contemporaneamente. Il risultato è una sorta di fotografia molto dettagliata di ciò che distingue il sangue delle persone fisicamente attive da quello di chi conduce una vita sedentaria.
E tra i risultati più interessanti c’è proprio quello che riguarda il sistema immunitario e le reti coinvolte nell’infiammazione.
Lo studio ha analizzato 86 persone
I ricercatori hanno utilizzato i dati del Chinese Immune Multi-Omics Atlas (CIMA), un grande progetto dedicato allo studio delle caratteristiche molecolari delle cellule immunitarie.
Per questa specifica analisi sono stati selezionati 86 partecipanti, suddivisi in 40 persone classificate come fisicamente attive e 46 come sedentarie. I ricercatori hanno confrontato diversi livelli di informazione biologica presenti nel sangue, utilizzando metabolomica, lipidomica, sequenziamento dell’RNA a singola cellula e analisi dell’accessibilità della cromatina.
In totale sono state analizzate più di 1,3 milioni di cellule immunitarie attraverso il sequenziamento dell’RNA e oltre 644mila cellule attraverso l’analisi della cromatina. Non si tratta quindi semplicemente di misurare un singolo parametro dell’infiammazione, ma di osservare contemporaneamente ciò che accade a molti tipi diversi di cellule e molecole.
È proprio questa prospettiva “multi-omica” a rendere interessante il lavoro: permette di collegare metabolismo, regolazione dei geni e comportamento delle cellule immunitarie.
Il movimento cambia il metabolismo
Una delle prime differenze osservate riguarda il metabolismo. Nel sangue delle persone fisicamente attive sono state trovate caratteristiche compatibili con una maggiore ossidazione degli acidi grassi, cioè con un maggiore utilizzo dei grassi attraverso i processi cellulari che permettono di produrre energia.
I ricercatori hanno inoltre osservato una maggiore presenza di metaboliti associati alla difesa antiossidante. Sono stati identificati anche cambiamenti in molecole legate al metabolismo degli acidi biliari e del microbiota intestinale.
Questo è importante perché metabolismo e sistema immunitario non sono due mondi separati. Le cellule immunitarie utilizzano nutrienti ed energia per funzionare e modificano il proprio comportamento anche in risposta all’ambiente metabolico dell’organismo.
L’attività fisica sembra quindi creare una sorta di dialogo continuo tra muscoli, metabolismo e sistema immunitario.
Cosa succede alle cellule immunitarie
È però sul sistema immunitario che emerge la parte più interessante della ricerca. I ricercatori hanno osservato modifiche in diverse popolazioni di cellule immunitarie, in particolare nelle cosiddette cellule presentanti l’antigene, tra cui i monociti classici e alcune popolazioni di linfociti B.
In queste cellule, nelle persone fisicamente attive, risultavano contemporaneamente modificati sia l’accesso a determinate regioni del DNA sia l’attività dei geni coinvolti nella presentazione degli antigeni. In parole più semplici, il movimento regolare sembra associarsi a un diverso stato di “preparazione” delle cellule immunitarie.
Non significa che l’attività fisica renda il sistema immunitario semplicemente “più forte”. È un concetto più complesso: l’esercizio sembra contribuire a rimodulare il modo in cui le cellule immunitarie comunicano e rispondono agli stimoli.
Anche i linfociti T e le cellule NK cambiano
Un’altra osservazione riguarda i linfociti T CD8+ citotossici e le cellule Natural Killer (NK), due componenti importanti della risposta immunitaria.
Nei soggetti fisicamente attivi sono state osservate caratteristiche epigenetiche associate a una maggiore preparazione dei programmi cellulari coinvolti nelle funzioni effettrici.
L’epigenetica riguarda, in estrema sintesi, i meccanismi che regolano quali geni possono essere maggiormente utilizzati dalle cellule senza modificare la sequenza del DNA.
Il dato suggerisce quindi che l’attività fisica regolare potrebbe lasciare una sorta di “impronta funzionale” sulle cellule immunitarie, rendendo più pronti alcuni programmi di risposta.
È uno dei motivi per cui il risultato è interessante: non si osservano soltanto cambiamenti nel numero delle cellule, ma anche nel modo in cui queste cellule sono programmate per funzionare.
E qui entra in gioco l’infiammazione
Il passaggio più interessante per comprendere gli effetti dell’attività fisica riguarda però la comunicazione tra le cellule. Utilizzando i dati ottenuti, i ricercatori hanno ricostruito alcune delle reti di comunicazione tra le diverse popolazioni immunitarie. Nei partecipanti fisicamente attivi è stata osservata una maggiore attività dei segnali MHC-I e MHC-II, coinvolti nella comunicazione tra cellule presentanti l’antigene e linfociti T.
Contemporaneamente, l’analisi ha evidenziato una riduzione delle reti di segnalazione infiammatoria.
È proprio questo risultato a offrire una possibile spiegazione molecolare di uno dei benefici attribuiti all’esercizio regolare: il movimento potrebbe contribuire a mantenere il sistema immunitario in uno stato più efficiente e meno orientato verso una attivazione infiammatoria persistente.
Ma c’è una precisazione importante: lo studio non dimostra che l’esercizio “spegna” direttamente l’infiammazione nell’organismo. I ricercatori hanno osservato associazioni tra attività fisica regolare e specifici cambiamenti molecolari e cellulari.
L’infiammazione non è sempre un nemico
Per capire questi risultati bisogna anche fare una distinzione fondamentale. L’infiammazione è una risposta naturale e necessaria del sistema immunitario. Quando ci si fa male o si verifica un’infezione, l’organismo deve attivare una risposta infiammatoria per affrontare il problema.
Il problema nasce quando l’attivazione infiammatoria diventa persistente e sproporzionata.
Anche l’esercizio stesso può provocare una risposta immunitaria temporanea. Un allenamento intenso rappresenta infatti uno stress fisiologico e può modificare transitoriamente la distribuzione delle cellule immunitarie e alcuni segnali infiammatori. La risposta acuta non deve quindi essere confusa con gli effetti che possono emergere dopo un’attività fisica regolare nel lungo periodo.
Questo spiega perché dire semplicemente che “lo sport elimina l’infiammazione” sarebbe scientificamente scorretto. L’obiettivo non è eliminare l’infiammazione, ma favorire una regolazione più efficace della risposta immunitaria.
Non serve necessariamente allenarsi duramente

Un altro elemento interessante è che i benefici dell’attività fisica non devono essere associati esclusivamente all’allenamento ad alta intensità.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per gli adulti almeno 150-300 minuti di attività aerobica a intensità moderata alla settimana, oppure 75-150 minuti di attività vigorosa, o una combinazione equivalente. Le raccomandazioni includono inoltre attività di rafforzamento muscolare almeno due giorni alla settimana.
E non conta soltanto lo sport in senso stretto. Camminare, andare in bicicletta, ballare, fare attività domestiche o utilizzare modalità di trasporto attive rientrano nella definizione di attività fisica dell’OMS.
Questo è particolarmente importante perché il nuovo studio non dimostra che esista un determinato tipo di allenamento capace di “spegnere” l’infiammazione.
Al contrario, il risultato aggiunge un tassello alla comprensione di come l’abitudine a muoversi regolarmente possa modificare il funzionamento dell’organismo.
Camminare, correre o fare pesi: cosa cambia?
La ricerca non permette di stabilire che una specifica attività sia superiore alle altre per ridurre l’infiammazione.
Gli stessi ricercatori sottolineano infatti la necessità di ulteriori studi per comprendere meglio come differenti forme, intensità e durate dell’attività fisica influenzino questi meccanismi.
È una distinzione importante anche alla luce di altre ricerche recenti. Uno studio randomizzato pubblicato nel 2026 sull’esercizio di resistenza ha mostrato che sessioni ad alta intensità possono provocare una risposta immunitaria acuta più marcata rispetto a esercizi di resistenza a bassa intensità. Questo non significa che l’allenamento intenso sia dannoso: indica piuttosto che la risposta immunitaria all’esercizio è dinamica e dipende anche dall’intensità.
La risposta immediata dopo un allenamento, dunque, non deve essere confusa con gli adattamenti che possono svilupparsi nel tempo grazie all’attività fisica regolare.
Lo studio non dimostra ancora un rapporto di causa-effetto
C’è però un limite da tenere bene presente. I ricercatori hanno confrontato persone fisicamente attive e sedentarie utilizzando dati disponibili all’interno di una coorte. Non si tratta quindi di un grande trial clinico nel quale un gruppo di persone è stato assegnato casualmente a un determinato programma di esercizio e seguito nel tempo.
Di conseguenza, i risultati mostrano associazioni tra attività fisica e caratteristiche molecolari del sangue, ma non possono dimostrare da soli che tutti i cambiamenti osservati siano stati causati direttamente dall’esercizio.
Anche la dimensione del campione specificamente utilizzato per questa analisi, 86 persone, è relativamente contenuta. Inoltre, i risultati dovranno essere verificati in popolazioni più ampie e diversificate e con studi che permettano di seguire nel tempo gli effetti di programmi di attività fisica ben definiti.
