Meloni e le proteste di piazza, il confronto con il ’69 riapre il dibattito sulla repressione (foto ANSA) - Blitz quotidiano
Ma la Giorgia Meloni furiosamente sdegnata per il contorno, peraltro minimo, di teppismo nelle grandi manifestazioni del 17 ottobre non è la Giorgia Meloni che mostrava molta comprensione per il duplice omicidio e il tentato omicidio di una terza persona del gioielliere Mario Roggero compiuti il 28 aprile 2021? Il nostro capo del governo, che ha voluto attivare il ministro della Giustizia Carlo Nordio perché ne chiedesse la grazia, lo scorso 19 luglio ci ha tenuto a spiegare che: “Se si subisce un’aggressione, il nostro cervello e il nostro fisico entrano in modalità combattimento. Esiste una ampia letteratura a riguardo che spiega come l’adrenalina modifica tutti i sensi, il corpo, la percezione. Accade perfino a professionisti che nella vita si occupano di sicurezza, figuriamoci a un comune cittadino”.
Ma allora perché Giorgia Meloni si scandalizza, urla e vuole punire i manifestanti di questo nuovo autunno un po’ caldo (come vedremo, quello davvero caldo c’è stato nel ’69) perché con l’aggressione delle cariche preventive della polizia i giovani scesi in piazza il 17 ottobre sono entrati “in modalità combattimento” e hanno quindi reagito, sia pure in minima parte, anche con un po’ violenza e un po’ di teppismo? Domanda tanto più legittima perché Giorgia Meloni nella sua dotta spiegazione ha voluto specificare che l’entrare in modalità combattimento “accade perfino a professionisti che nella vita si occupano di sicurezza, figuriamoci a un comune cittadino”. E i manifestanti del 17 ottobre erano senza dubbio per l’appunto tutti “comuni cittadini”. Per giunta, a differenza del gioielliere assassino, giovanissimi.
Il tentativo di buttarla subito in caciara dando la colpa di tutto all’italiano musulmano Youssef Siher e mettendolo in galera perché “potrebbe attuare una strategia rivoluzionaria”, oltre a essere un tentativo ridicolo e grottesco – privo di qualunque base se non altro perché lui si è inserito nei social il giorno dopo il debutto in piazza di quello che è stato definito Movimento 17 Ottobre – è un tentativo che somiglia troppo a un nuovo caso Valpreda.
Dal caso Valpreda all’Autunno caldo: i precedenti storici del conflitto sociale
Pietro Valpreda è stato “il ballerino anarchico” arrestato senza nessuna prova con altri cinque anarchici per la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 a Milano, strage che ha provocato 17 morti e 88 feriti. Sono diventato giornalista grazie al mio primo libro – Il Silenzio di Stato, pubblicato nel ’73 – le cui anticipazioni a L’Espresso permisero di scoperchiare fin dal settembre del ’72 la pentola della complicità dei servizi segreti militari, e quindi della NATO, nella strategia delle bombe dell’estate e inverno del ’69 sfociata nella strage di piazza Fontana. Strategia delle bombe nota anche come “strategia della tensione”, il cui fine era l’intervento dei militari nella vita politica per respingere l’ondata montante delle lotte sindacali, operaie e studentesche, e mettere fuori legge il partito comunista. Valpreda venne quindi scarcerato e ho alcune copie de Il Silenzio di Stato con la sua dedica autografa di ringraziamento. In un paio di copie ho la dedica anche dell’anarchico Roberto Gargamelli arrestato con lui.
Come la Rai e i giornali dell’epoca si buttarono a capofitto sul “ballerino anarchico” così oggi gran parte del mondo dell’informazione (informazione?) e dei social, s’è tuffata a capofitto e con entusiamo sull’”ayatollah del 17 ottobre”. E dà la colpa di tutto a un complotto musulmano ordito da Iran, Hamas e “propal” vari. Ma di questa nuova follia e montatura è meglio parlarne con un articolo a parte.
L’autunno del ’69 venne definito Autunno caldo per una serie di imponenti manifestazioni di lavoratori che chiedevano senza posa salari migliori, ritmi di lavoro meno massacranti e ambienti di lavoro meno nocivi. A quelle manifestazioni, spesso stroncate da dure cariche della polizia, partecipavano masse di studenti che l’anno prima, nel famoso ’68, amato da chi c’era e odiato e diffamato da chi non c’era, hanno dato vita al formidabile Movimento Studentesco e chiedevano, o meglio chiedevamo perché c’ero anch’io, Università, scuole e didattica migliori e meno autoritarie, volevamo una società più libera, egualitaria e pacifica. Manifestavamo e contestavamo in massa e con decisione anche occupando gli atenei, manifestavamo contro la guerra degli USA nel Vietnam, guerra che con la scusa del “pericolo comunista” mieteva morte e distruzione per molti anni. Manifestavamo per sostenere i movimenti dei diritti civili e il pacifismo, che nel mondo si ispiravano a Gandhi, Martin Luther King e Che Guevara. Manifestavamo per la parità tra uomini e donne, tanto che nacque il femminismo.
E nacquero anche il tradimento di classe, coi figli che non si sentivano più obbligati a seguire le orme anche professionali dei padri, e il tradimento della patria quando sbaglia: nel Vietnam gli USA la guerra la stavano infine vincendo, ma dovettero mollare la presa e ritirarsi perché a non reggere più era il fronte interno. A un certo punto il mondo universitario accese infatti la miccia di una serie imponente e continua di manifestazioni di massa anche violente, con devastazioni notevoli. E come se non bastasse prese piede anche il fenomeno delle fughe di giovani all’estero per evitare la leva militare obbligatoria e il molto concreto pericolo di essere spediti in Vietnam.
La rivista inglese The Economist parlando dell’Autunno caldo italiano, a volte incandescente, e delle lotte operaie e studentesche rispolverò dopo 10 anni una frase coniata dal suo corrispondente da Roma in un articolo pubblicato alla fine dell’aprile del 1958: “Just dragged, kicking and screaming, into the twentieth century”. Tradotto in italiano: “Appena trascinata, scalciando e urlando, nel ventesimo secolo”. Frase sintesi fulminante di una realtà in faticoso movimento, coniata per descrivere la nascita di quello che è stato il “miracolo economico” italiano. La frase venne riutilizzata nel ’68 per mettere in evidenza ancora una volta il contrasto tra l’arretratezza e l’ottusa resistenze della vecchia Italia e l’impetuosa transizione verso l’industrializzazione, i consumi di massa e la modernità.

Leggi speciali e repressione: la risposta dello Stato negli anni di piombo
Come il governo Meloni ha risposto finora con otto provvedimenti legislativi “per la sicurezza dell’ordine pubblico” e senza accogliere nessuna richiesta dei manifestanti, anche ai tempi dell’Autunno caldo lo Stato e la politica fecero muro e risposero più che altro con la repressione, anche violenta. Ci chiamavano “contestatori”. Oltre agli altri partiti (Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Socialdemocratico, Partito Repubblicano e Partito Liberale), è stato soprattutto il Partito Comunista a non sapere e non volere cogliere e accogliere l’ansia di cambiamento espressa dal Movimento studentesco. Movimento che nel ’69 si univa alle manifestazioni operaie con lo slogan “Studenti e operai uniti nella lotta” perché rifiutavamo le tradizionali divisioni e rigidità classiste. Il partito comunista pretendeva che gli studenti “contestatori” si iscrivessero alla sua diramazione giovanile FGCI (Federazione Giovanile Comunista Italiana) e che le femministe si iscrivessero alla sua diramazione femminile UDI (Unione Donne Italiane). Più ottusi di così…
E’ stato a causa di questa ottusità, della chiusura totale al confronto e al dialogo da parte del mondo politico che sono nati prima i gruppi extraparlamentari Lotta Continua, Servire il Popolo, Potere Operaio, ecc., e poi sono nate anche le organizzazioni clandestine per la “lotta armata” e annesso terrorismo. E’ stato il periodo terribile detto degli Anni di Piombo, con centinaia di morti, sfociato nel ’78 nel rapimento e nell’uccisione, compresa la sua scorta, del più volte ministro e capo del governo Aldo Moro.
Date le dimensioni del terrorismo di sinistra, con gruppi armati che andavano dalle Brigate Rosse a Prima Linea, dai Nuclei Armati Proletari ai Comitati Comunisti Rivoluzionari, e quello dei gruppi eversivi di destra (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Ordine Nero, Nuclei Armati Rivoluzionari), il 22 maggio 1975 venne varata la legge numero 152, meglio nota come legge Reale dal nome del ministro della Giustizia Oronzo Reale. Le sue principali misure sono state:
- facoltà delle forze dell’ordine di usare le armi d’ordinanza non solo per legittima difesa, ma anche per impedire la commissione di reati gravissimi come stragi, omicidi e rapine a mano armata;
- divieto di indossare caschi protettivi o qualunque altro mezzo atto a ostacolare il riconoscimento della persona in luogo pubblico;
- potenziamento dei poteri di fermo e di perquisizione preventiva della polizia;
- inasprimeto delle pene per il porto abusivo di armi e restrizione dei criteri per la libertà provvisoria.
Nel maggio del ’77 vennero istituite le carceri di massima sicurezza, per isolare detenuti particolarmente pericolosi.
Accanto al bastone, nel maggio 1982 venne inaugurata la carota della legge 304: “Misure per la difesa dell’ordinamento costituzionale”, meglio nota come Legge sui Pentiti. Concedeva forti sconti di pena e benefici processuali per i militanti che si dissociavano dalla lotta armata e davano un contributo utile per la cattura dei complici. L’insieme dei vari provvedimenti, il bastone e la carota, ebbe un notevole effetto, con la disgregazione dei gruppi clandestini, mettendo così in crisi definitiva nei primi anni ’80 la lotta armata e il suo terrorismo.
Giovani in piazza e tensioni sociali: il rischio di un nuovo autunno caldo
Non sappiamo se le manifestazioni di questo ottobre in Italia, Francia e altri Paesi saranno un nuovo Autunno caldo, per giunta non solo italiano. Abbiamo però capito che anche questo governo non sa gestire i conflitti sociali, fisiologici in qualunque società, e perciò li trasforma in problema di ordine pubblico. Il fallimento della politica meloniana, che non sa ascoltare e non sa mediare, è dimostrato dal fatto che in buona sostanza sa solo reprimere. Migliaia di ragazzi manifestano in massa anche in Italia e lo Stato risponde con manganelli, cannoni ad acqua e cariche preventive quasi sempre ingiustificate e perciò provocatorie. Da qualche parte ho letto una frase che mi ha colpito, perché mi pare che ha colto perfettamente e riassunto efficacemente la situazione: “Ogni manganellata sferrata oggi per spegnere la rabbia non fa altro che incrementare la rabbia di domani”. Vedremo perciò cosa succederà il giorno 30, visto che i 50 mila giovani scesi in piazza sabato 24 e a causa dell’arresto di Sahir disorientati dalla mancanza di indicazioni nei social su dove radunarsi hanno promesso che “il 30 ottobre scenderemo in piazza più furiosi”.
Non sappiamo se con questa ondata di manifestazioni l’Italia – e l’Europa – viene “trascinata, scalciando e urlando, nel ventunesimo secolo” dopo essere stata trascinata nel ventesimo scalciando e urlando. Sappiamo però, dato tutto ciò che è successo dalla seconda metà degli anni ’60 ai primi anni ’80, che il rifiuto del dialogo, la chiusura totale e la trasformazione dei vari problemi sociali nel solo problema di ordine pubblico, come sta facendo anche il governo Meloni, può avere conseguenze drammatiche.
Specie al giorno d’oggi con la precarietà degli equilibri internazionali e la possibilità di enorme allargamento della guerra russo ucraina e di quelle in corso in Medioriente. E’ senza dubbio ottuso, scandaloso e provocatorio che si continui a bruciare cifre enormi nella fornace ucraina – sbocco voluto e pagato dalle industrie USA di armi e munizioni – mentre il mondo giovanile si ribella, giustamente, al pericolo di guerra, una guerra che pagherebbero cara soprattutto loro, e chiede di avere un futuro, investimenti nelle scuole e nel sociale. E mentre sono sempre più degradati i salari, gli stipendi, l’assistenza sanitaria, le periferie delle grandi città, con in testa quelle di Milano, e aumentano l’inflazione e perciò i prezzi di tutto. Con conseguenze pesanti su affitti, potere d’acquisto e spesa quotidiana per il vitto. Cioè per mangiare.
