Le cover più ardite della motown: Slits, Bruce Springsteen, The Saints... Blitz Quotidiano
In questo articolo, non vi presento le rivisitazioni più originali del repertorio di un singolo artista, bensì di un intero genere musicale, se così si può dire. Oggi vi propongo le cover più ardite della motown.
In realtà, la motown non nasce esattamente come un genere musicale: il termine si riferisce infatti alla Motown Records, storica etichetta discografica di Detroit che, in particolare fra gli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, ha contribuito enormemente allo sviluppo della soul music. Tanto che motown e soul sono diventati quasi sinonimi. Basti pensare che in molte compilation dedicate alla motown si trovano artisti e brani della Stax Records o della Atlantic, le principali rivali della Motown Records nel periodo d’oro della soul music.
Ma allora cos’è che definisce e distingue la motown, al di là dell’appartenenza al catalogo della Motown Records? Indubbiamente, il sound. Il suono del soul e del rhythm’n’blues si è andato delineando e definendo proprio in quegli anni, in gran parte grazie alle produzioni di tre o quattro grandi case discografiche americane: la Motown a Detroit, la Stax a Memphis, la Atlantic di New York e la Philles Records di Phil Spector e Lester Sill a Los Angeles.
In quel periodo, le case discografiche americane sperimentarono un modello di produzione che diede risultati eccezionali e di grande rilevanza storica. Ogni etichetta, infatti, aveva una propria band di turnisti, un gruppo residente dello studio che si metteva a disposizione degli artisti di turno per le incisioni e, a volte, anche per i tour promozionali. Queste band di supporto contribuirono enormemente alla definizione del sound dell’etichetta e, più in generale, del soul e del rhythm’n’blues. Erano infatti sempre gli stessi musicisti ad arrangiare e suonare in migliaia di hit di quei generi musicali: quindi era inevitabile che il sound risultasse piuttosto omogeneo e caratterizzante.
Fra le principali band di turnisti legati agli studi dove incidevano le case discografiche, c’era il collettivo di musicisti di Los Angeles che prese il nome di The Wrecking Crew. Negli anni Sessanta, questo nutrito gruppo di sessionmen era la band fissa delle produzioni di Phil Spector. Ne facevano parte una gran quantità di musicisti, fra i quali spiccano Carol Kaye, alla chitarra e poi al basso, Hal Blaine alla batteria, Joe Porcaro, padre dei fondatori dei Toto, alla batteria e percussioni. I musicisti della Wrecking Crew, detta anche The Clique, incisero una enorme quantità di successi, con una serie infinita di grandi band, dai Beach Boys a Dean Martin. Contribuirono anche a definire il sound del soul, registrando per The Ronettes, The Mamas & the Papas, Sonny & Cher, Ike & Tina Turner, Frank Sinatra… Sono probabilmente il gruppo di turnisti più famoso della storia del rock.
La resident band della Stax Records di Memphis, storica rivale della Motown Records, erano invece i Booker T. & the M.G.’s. Raggiunti i primi grandi successi internazionali, la Stax Records si legò alla distribuzione della Atlantic, e con lei anche la band. Anche i musicisti della Stax Records sono responsabili del sound inconfondibile di tantissimi grandi successi, prevalentemente legati al rhythm’n’blues: da Albert King ai Blues Brothers. Ma furono molto attivi anche nell’ambito più attinente al soul, incidendo per Wilson Pickett, Otis Redding, Sam & Dave. La line-up storica vedeva Booker T. Jones al piano, organo e tastiere, Steve Cropper alla chitarra, Al Jackson Jr. alla batteria e Donald “Duck” Dunn al basso.
Infine, anche la Motown Records aveva la propria band residente. I Funk Brothers sono il gruppo di turnisti di Detroit che ha registrato su gran parte della produzione della Motown dal 1959 al 1972. Il nome Funk Brothers è stato utilizzato negli anni per indicare un po’ tutti i musicisti che hanno inciso per la Motown. Quindi si può dire che non esista una line-up ufficiale e che i turnisti che ne hanno fatto parte sono davvero tanti. Fra tutti, però, spiccano James Jamerson e poi Bob Babbitt al basso, Earl Van Dyke al piano, Joe Messina alla chitarra.
In questo articolo, mi concentrerò prevalentemente sulle cover relative ad artisti della Motown Records, ma alcune digressioni saranno inevitabili. Walk on By, ad esempio, è un brano scritto da Burt Bacharach e Hal Davis per Dionne Warwick, uscito nel 1964. Pur essendo stata pubblicata dalla Scepter di Phil Spector, Walk on By compare spesso nelle compilation dedicate alla motown, perché ha contribuito a definire il sound del soul di quegli anni e si è meritata di entrare nella categoria “motown” in senso più ampio. La cover realizzata nel 1978 dagli Stranglers e inserita nel loro album Black and White è decisamente ardita, con il suono grintoso del basso e l’intermezzo strumentale che ricorda i Doors di Light My Fire.
Un altro grande classico del soul, con un sound spesso definito motown, è In the Midnight Hour. Il brano, scritto da Wilson Pickett e Steve Cropper, dava il titolo al secondo album di Pickett, uscito nel 1965, e venne registrato negli studi della Stax Records. Nel 1980, i Roxy Music inserirono la loro cover glam rock di In the Midnight Hour nell’album Flesh and Blood. Già nel 1970, erano stati i Them di Van Morrison a reinterpretarla in maniera ardita nel loro album eponimo. E nel 1977 i Jam l’avevano rivisitata nell’album Modern World. Da segnalare anche la versione degli Echo & the Bunnymen, pubblicata nel 2001 nel box retrospettivo Crystal Days 1979-1999 e già contenuta in un bootleg del 1984.
Anche per Hard to Handle di Otis Redding si potrebbe fare lo stesso discorso. Il brano fu registrato da Redding nel 1967 e uscì nell’album postumo The Immortal Otis Redding del 1968, pubblicato da una sussidiaria della Atlantic e prodotto da Steve Cropper. Sebbene sia piuttosto famosa la versione dei Black Crowes del 1990, la cover più ardita, a mio modo di vedere, è quella dei Grateful Dead, che la eseguirono sempre diversa in vari concerti, come nel miglior spirito di una jam band. Nella versione fissata nell’album Ladies and Gentlemen… The Grateful Dead: Filmore East, New York City, April 1971, uscito nel 2000, Hard to Handle, nelle sapienti mani di Jerry Garcia e compagni, diventa un’ottima base per una serie di improvvisazioni.
Come si vede, il repertorio di quel “genere” che, in maniera allargata, chiamiamo motown, è stato oggetto di attenzione da parte di molti artisti importanti, in ogni angolo del mondo del rock. In particolare, molte band punk hanno attinto al catalogo della motown, reinterpretando i brani spesso in maniera molto libera. E questo fascino per la motown non è legato solo al periodo “classico” del punk, ma anche all’era più recente del cosiddetto “post-punk” o del “pop punk”. Nel 2003, ad esempio, i Me First and the Gimme Gimmes hanno pubblicato una cover ardita di Isn’t She Lovely nell’album Take a Break. L’originale, ovviamente, era un famoso brano di Stevie Wonder, artista della Motown Records, inciso nel 1976 per il suo Songs in the Key of Life.
Menzioni speciali
Nella vastità di ciò che possiamo considerare “motown”, al di là della produzione del catalogo dell’etichetta discografica, è inevitabile che ci siano diverse cover ardite degne di nota che non possono rientrare nell’elenco dei “magnifici dieci”. Tra queste, la versione di Soul Man inclusa da Ted Nugent nel suo Sweden Rocks del 2008. L’originale di Sam & Dave è un classico del soul, uscito per la Stax Records nel 1967.
Un altro caso particolare di un classico del “genere” che non è stato pubblicato dalla Motown Records è Take Me to the River. Il brano venne originariamente inciso da Al Green nel 1974 per la Sire Records, ma è diventato un must per gli amanti del soul, e anche un brano molto frequentato dagli artisti successivi. La cover di Annie Lennox, inclusa nell’album Medusa del 1995, è decisamente ardita e ben riuscita. Ma ne esistono anche versioni di tutto rispetto da parte di Bryan Ferry, in The Bride Stripped Bare del 1978, dei Residents, in Doctor Dark del 2025, e dei Foghat, in Night Shift del 1976.
Tornando però al catalogo della Motown Records, un classico delle Supremes del 1964, Where Did Our Love Go, è stato ripreso dai Soft Cell nel 1981 con il loro stile inconfondibile, e inserito nell’album Nonstop Erotic Cabaret.
Dancing in the Street, originariamente incisa da Martha and the Vandellas nel 1964, è stata ripresa da tanti artisti in tempi più recenti. Fra le versioni più ardite e ben riuscite, vi segnalo quella dei Van Halen inclusa in Diver Down del 1982 e quella dei Grateful Dead, eseguita dal vivo centinaia di volte dal 1966 in poi.
Jerry Garcia e compagni eseguivano spesso anche una cover ardita di I Second That Emotion, brano del 1967 di Smokey Robinson and The Miracles, ripreso nel 1980 anche dai Japan. La Jerry Garcia Band, invece, proponeva alla fine degli anni Ottanta una valida versione di How Sweet It Is (To Be Loved By You), originariamente incisa da Marvin Gaye nel 1965.
Uno dei classici più amati della motown, da parte del mondo del punk come del rock in generale, è senza dubbio I Heard it Through the Grapevine: ancora una volta un brano reso famoso da Marvin Gaye nel 1968. Vi segnalo qui la cover funk degli scozzesi Average White Band, inclusa nel live Person to Person del 1976, quella di Bill Frisell pubblicata in East/West del 2005 e quella dei Vanilla Fudge inclusa in Spirit of ’67 del 2015.
Mike and the Mechanics, invece, hanno inciso una cover ardita di I Believe (When I Fall in Love it Will Be Forever) per l’album Beggar on a Bench of Gold del 1995. L’originale era stato pubblicato nel 1972 da Stevie Wonder.
Anche il reggae ha attinto molto al catalogo della Motown Records. Papa Was a Rolling Stone, classico dei Temptation del 1972, è stato reinterpretato in chiave reggae da Ken Boothe, all’interno della compilation Motown Reggae del 2001.
Tra le band famose che hanno guardato spesso al repertorio della motown, spicca il nome dei Rolling Stones. Nel 1974 Mick Jagger e compagni hanno registrato una loro versione di Ain’t Too Proud to Beg per il loro album Rock’n’Roll. L’originale era uscito nel 1966 ad opera dei Temptations. Ma già nel 1965, l’album The Rolling Stones, Now! conteneva una reinterpretazione della celeberrima Everybody Needs Somebody, uscita nella versione originale di Solomon Burke solo l’anno prima nel catalogo della Atlantic.
Un altro esempio di “cover lampo” è la reinterpretazione ardita di Superstition da parte del trio Jeff Beck, Tim Bogert e Carmine Appice. L’originale di Stevie Wonder era uscita nel 1972. La loro cover è pubblicata nell’album Beck, Bogert, Appice del 1973.
Sempre dal repertorio di Stevie Wonder viene Higher Ground, originariamente pubblicata nel 1973. Nel 2007, il bluesman Keb Mo’ ne ha inciso una sua reinterpretazione ardita, inserita nell’album Free.
Infine, vale qui la pena ricordare una celebre versione ardita di War, ad opera dei Frankie Goes to Hollywood, pubblicata in Welcome to the Pleasurdome del 1984. L’originale, del 1970, era stata portata al successo da Edwin Carr, anche lui artista della Motown Records.
The Slits, I Heard it Through the Grapevine
I Heard it Through the Grapevine è un classico della motown, scritto da Norman Whitfield e Barrett Strong per la Motown Records. Venne incisa inizialmente dai Miracles, ma è la registrazione di Marvin Gaye, inclusa nel suo album del 1968 In the Groove ad aver raggiunto il maggior successo. In seguito, è stata ripresa da tantissimi artisti. Nella nostra ottica delle cover ardite, le versioni di Joe Cocker, inclusa in Luxury You Can Afford del 1978, e dei Tuxedomoon, uscita in Pinheads on the Move del 1987, meritano qualcosa in più di una menzione speciale. Ma il brano ebbe grande successo anche in ambito punk: molte furono le band che si cimentarono con I Heard it Through the Grapevine alla fine degli anni Settanta. La cover delle Slits, inclusa nell’album Cut del 1979, rimane però probabilmente la più ardita.
UB40, The Way You Do the Things You Do
Brano di Smokey Robinson e Bobby Rogers, The Way You Do the Things You Do è stato registrato dai Temptations nel 1964 per l’etichetta Gordy, sussidiaria della Motown Records. In questa registrazione, troviamo impegnati, ovviamente, i soliti Funk Brothers, la celebre band di session men che ha forgiato il sound di tantissimi successi della motown. La reinterpretazione reggae degli UB40 è stata pubblicata nel 1989 nell’album Labour of Love II.
Madness, You Keep Me Hanging On
Nel 1966, You Keep Me Hanging On fu uno dei maggiori successi della Motown Records. Scritta dalla premiata ditta Holland-Dozier-Holland, la canzone fu portata al successo dalle Supremes, inclusa nel loro album The Supremes Sing Holland-Dozier-Holland. Anche qui, naturalmente, troviamo i Funk Brothers come band di supporto. I Madness ne realizzarono una versione ska, eseguendola dal vivo nel 2004 nella serie di concerti al Dangermen e registrandola per l’album The Dangermen Sessions Vol. 1 uscito nel 2005.
Playing for Change, Higher Ground
Higher Ground è un grande successo di Stevie Wonder, pubblicato nel 1973 nell’album Innervisions e uscito per l’etichetta Tamla, una sussidiaria della Motown Records. Il brano è stato ripreso da molti artisti: famosa è la versione dei Red Hot Chili Peppers inclusa in Mother’s Milk del 1989. Io però ho scelto di proporvi una cover ben più ardita, ad opera di Playing for Change, un collettivo internazionale di musicisti che registrano a distanza, ognuno dal loro paese, utilizzando il lato migliore di internet, accomunati da una causa nobile: il cambiamento nel mondo. La loro versione è stata pubblicata in PFC 2: Songs Around the World nel 2011.
The Jam, Heatwave
Heathwave è un successo di Martha and the Vandellas, title track del loro album del 1963. Il brano, come molte hit della Motown Records, era stato scritto da Holland-Dozier-Holland e, come al solito, venne inciso con la partecipazione dei Funk Brothers. Nel 1979, i Jam inserirono una loro cover piuttosto ardita a conclusione dell’album Setting Sons.
Bruce Springsteen, War
Motown è in genere sinonimo di soul, il che spesso significa brani sostanzialmente pop e grandi successi degli anni Sessanta. Ma nel mondo della motown c’è spazio anche per canzoni impegnate politicamente, canzoni di protesta che hanno fatto la storia e che sono rimaste nelle orecchie di tutti, anche se il loro messaggio sembra ancora rimanere inascoltato. È il caso di War, brano scritto da Norman Whitfield e Barrett Strong per la Motown Records. War venne inizialmente incisa dai Temptations insieme ai Funk Brothers nell’album Psychedelic Shack del 1970. Ma pochi mesi dopo uscì di nuovo, cantata da Edwin Starr nell’album War & Peace. Questa versione ebbe un enorme successo, divenendo un marchio di fabbrica dello stesso Starr. Fra le tantissime reinterpretazioni del brano, ho scelto come più ardita e ben riuscita quella di Bruce Springsteen, pubblicata nell’album Bruce Springsteen and the E Street Band Live/1975-85, uscito nel 1986. Nel video, il Boss la esegue dal vivo nel 1985.
Hugh Laurie, Hallelujah I Love Her So
Classico di Ray Charles, incluso nell’album Ray Charles del 1956, Hallelujah I Love Her So è stata ripresa da moltissimi artisti più recenti. In genere, però, si tratta di cover piuttosto aderenti all’originale, per quanto di buona fattura. La versione pubblicata da Hugh Laurie in Let Them Talk del 2011 si distingue invece per la sua forte connotazione blues, con tante blue notes inserite nella melodia vocale come nelle parti strumentali.
David Bowie & Mick Jagger, Dancing in the Street
Mi dispiace sottolinearlo, ma se vi ricordate questa cover di David Bowie e Mick Jagger, probabilmente, come me, avete superato gli “anta”… L’improbabile coppia realizzò questa versione piuttosto ardita di Dancing in the Street nel 1985, pubblicandola come singolo a sostegno di Live Aid. L’originale, invece, era del 1964: scritta da Marvin Gaye, William Stevenson e Ivy Jo Hunter per Martha and the Vandellas. Di nuovo, i Funk Brothers erano la band che creava il sound sotto le voci delle Vandellas. Il video della cover di Bowie e Jagger è forse uno dei più rappresentativi degli anni Ottanta.
Larry Braggs and the T.O.P. Queens, Take Me to the River
Take Me to the River è un famoso brano del pastore e cantante Al Green, scritto insieme al chitarrista Mabon “Teenie” Hodges. L’originale venne pubblicato nel 1974 nell’album Al Green Explores Your Mind. Siamo quindi un po’ al di là del periodo d’oro della motown. E non si può neanche dire che sia un brano del catalogo dell’etichetta discografica, dal momento che fu pubblicato per la Sire Records. Spero mi concediate però un minimo di elasticità, dal momento che è un brano fondamentale della scena soul, spesso associata alla motown. Tutti, credo, ricorderete la fantastica cover ardita dei Talking Heads, uscita in Stop Making Sense del 1984. La reinterpretazione che vi propongo qui, invece, è opera di Larry Braggs, già cantante della band funk Tower of Power, realizzata insieme a una big band argentina tutta femminile. La registrazione è di un live in Argentina nel 2014, pubblicata in Larry Braggs & TOP Queens del 2017.
The Saints, River Deep, Mountain High
River Deep, Mountain High era la title track di un album di Ike & Tina Turner del 1966. Pur essendo artisti dell’etichetta di Phil Spector, e non della Motown Records, Ike e Tina Turner sono spesso associati alla motown, intesa nel senso allargato che include gran parte del soul degli anni Sessanta. Già nel 1968, i Deep Purple avevano reinterpretato il brano in una versione ardita di ben dieci minuti nell’album The Book of Taliesyn. Ma io ho scelto la cover degli australiani Saints, uscita nel loro album di esordio (I’m) Stranded del 1977. La loro versione punk è energetica e innovativa.
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